“Intervista” G.Epifani: «Berlusconi si dimetta, con lui si può solo peggiorare»

16/05/2005
    lunedì 16 maggio 2005

      Pagina 4 – Economia

      Il leader della Cgil chiede una rapida approvazione della Finanziaria e poi il voto anticipato
      Epifani: «Berlusconi si dimetta
      con lui si può solo peggiorare»
      "Ha ragione Montezemolo, è distante dall´economia reale"

      siniscalco
      Il ministro Siniscalco prima si è fatto sorprendere dalla recessione poi si è rimangiato l´accordo per gli statali
      il centrosinistra
      Da tempo chiedo all´Unione di darsi un programma di governo. C´è un ritardo che non si spiega davanti alla gravità della situazione
      il pubblico impiego
      La Confindustria sbaglia a scagliarsi contro le nostre richieste per i contratti pubblici perché non vanno oltre l´inflazione
      le rendite
      Questa volta i sacrifici spettano a quella parte di italiani che si è arricchita negli ultimi anni grazie alle proprie rendite
      il cuneo contributivo
      La riduzione del cuneo contributivo è una vecchia idea della Cgil per difendere i redditi più bassi e le imprese a più alto tasso di occupazione

        ROBERTO MANIA

          ROMA – «Prima questo governo se ne va a casa e meglio è per il Paese, perché il peggio, purtroppo, deve ancora arrivare». Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, chiede di non perdere più tempo. Chiede di approvare rapidamente la Finanziaria e di andare alle elezioni anticipate perché solo un governo pienamente legittimato dal voto popolare e con davanti la prospettiva di un´intera legislatura può affrontare la «drammatica» situazione economica. No, dunque, all´appello di Berlusconi alle parti sociali, per una condivisione delle misure di emergenza. Perché – dice il leader della Cgil – è proprio nelle scelte di politica economica dell´esecutivo di centrodestra che va ricercata una parte delle cause della recessione. «L´Italia, invece, ha bisogno di un cambiamento radicale della politica economica» che metta al centro l´industria e la tutela dei redditi da lavoro e che faccia pagare di più «a chi, grazie alle rendite, si è arricchito in questi anni». Un´analisi che torna così a coincidere con quella che il presidente della Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, ha svolto ieri nella sua conversazione con Repubblica.

          Epifani, cosa pensa della «totale sorpresa» del ministro Siniscalco, davanti ai dati dell´Istat che hanno certificato la nostra recessione?

            «Penso che sia un episodio grave. Ma Siniscalco in questi ultimi giorni ha collezionato due pesantissime figure. La prima nei confronti dell´interno Paese quando, appunto, ha ammesso la sua "sorpresa" per dei dati che in qualche misura avrebbe dovuto conoscere o anticipare. La seconda nei confronti del sindacato, quando si è rimangiato la sua proposta per l´accordo sul pubblico impiego. È il solito atteggiamento di questo governo: Berlusconi ha attribuito alla vacanze pasquali il dato sulla recessione! Per questo ho parlato dell´"8 settembre" del governo. Perché siamo alla dissoluzione, alla sconfitta, alla Caporetto del governo. Il Paese è in recessione anche se il peggio non è ancora arrivato».

            Cosa dobbiamo aspettarci?

              «Ci sono rischi che il Pil non cresca e che la produzione industriale precipiti. Con effetti ulteriormente negativi sui disavanzi pubblici. Ormai siamo già intorno al 5 per cento di deficit. L´Italia è il solo Paese in Europa in queste condizioni. E il governo non ha la minima idea di come affrontare la crisi».

              Anche lei, come Montezemolo, pensa che l´esecutivo abbia perso il contatto con l´economia reale?

                «Sì. Questo governo si è costruito artatamente un modello e in parte ha finito per crederci. Non ha voluto dare retta a chi, come noi della Cgil facciamo da quattro anni, indicava il pericolo del declino e suggeriva politiche alternative».

                Montezemolo ha detto anche che le vostre richieste per i contratti pubblici sono ingiustificate…

                  «E sbaglia. Quello che sostengono gli industriali non è fondato: le nostre richieste sono appena superiori al tasso di inflazione reale».

                  Ma scusi, di fronte alla recessione e ai rischi che proprio lei paventa di un ulteriore peggioramento del quadro economico, che senso ha l´insistenza di Cgil, Cisl e Uil per un rinnovo dei contratti pubblici oltre i 95 euro proposti del governo? È solo una questione di principio?

                    «No, non è una questione di principio. Non c´è nulla di scandaloso nella nostra richiesta che, come ho detto, è compatibile con i conti dello Stato. Ma ora c´è un motivo in più perché sia dato l´aumento ai lavoratori pubblici: per uscire dalla recessione non bastano gli interventi per ridurre i costi delle imprese, vanno sostenuti anche i redditi da lavoro. Siamo l´unico Paese che registra il crollo delle esportazioni e anche quello dei consumi».

                    Ma allora, non è ragionevole l´appello del premier alle parti sociali per condividere le misure anti-recessione?

                      «Di fronte a una situazione così grave c´è bisogno di un cambio radicale della politica economica. Ma solo un governo che abbia davanti a sé un´intera legislatura e un mandato democratico può aver la credibilità per affrontarla. Il resto non ha senso. Per questo il presidente del Consiglio non deve richiamare la responsabilità delle parti sociali: è il Paese che chiede un atto di responsabilità al presidente del Consiglio».

                      Sta chiedendo le dimissioni di Berlusconi? Non spetta al sindacato farlo.

                        «Quella svolta di politica economica non è compatibile con il tirare a campare, con il tentativo maldestro di rimediare agli errori commessi. Io so bene che non spetta al sindacato chiedere le elezioni, ma credo, nell´interesse del Paese, che la cosa più logica sia quella di approvare rapidamente la Finanziaria e poi andare al voto».

                        Eppure nel 1992, con il governo Amato, quando l´Italia era ad un passo dalla bancarotta, il sindacato, nonostante le lacerazioni nella Cgil, accettò di fare la sua parte, fino ad abbandonare la scala mobile.

                          «Nel ´92 le difficoltà dipendevano in minima parte dal governo. Era un´altra epoca. Invece, anche se molti dei problemi che abbiamo adesso vengono da lontano, la lettura della crisi e gli interventi inefficaci sono stati decisi dal governo Berlusconi che, diversamente da Amato, è stato aiutato dalla forza dell´euro».

                          Ad un nuovo governo cosa chiederete?

                          «I problemi che abbiamo non si risolvono con un colpo di bacchetta magica. Intanto è necessaria un´operazione per rastrellare i fondi. Vanno sostenute le attività produttive, puntando soprattutto su innovazione e ricerca. Un´attenzione particolare ci vuole per il Mezzogiorno. Poi bisogna spostare le risorse dalle rendite agli investimenti».

                          Sta pensando alla patrimoniale?

                            «No, non è questo il punto. Il Paese è ormai allo sbando. C´è bisogno innanzitutto di certezza e di fiducia. Ma bisogna anche chiarire che non possono essere gli stessi che hanno già pagato a sostenere gli oneri del risanamento e del rilancio. I lavoratori i sacrifici li hanno già fatti e non è moralmente sostenibile immaginarne altri».

                            Chi dovrà fare i sacrifici, allora?

                            «Quella parte di italiani che si è arricchita in questi anni. Tutti quelli che sono legati alle rendite, che possono fissare i prezzi della propria prestazione professionale o della propria intermediazione».

                            Anche l´Unione di centrosinistra sta spingendo per le elezioni ad ottobre. Eppure non ha ancora un programma condiviso.

                              «Da tempo chiedo al centrosinistra di darsi un programma ma finora non è accaduto. E questo è un ritardo che non si spiega davanti alla gravità della situazione».

                              Una proposta, però, c´è già. È quella sulla riduzione del cosiddetto cuneo contributivo. Che cosa ne pensa?

                                «Questa è una vecchia idea della Cgil, tesa a difendere i redditi più bassi e le imprese a più alto tasso di occupazione».