“Intervista” G.Epifani: «Allora avevamo ragione noi della Cgil…»

15/12/2004

    mercoledì 15 dicembre 2004

      L’intervista
      Guglielmo Epifani

        «Allora avevamo ragione noi della Cgil…»
        Montezemolo stia attento a non cadere nella trappola del governo che punta al conflitto tra imprese e sindacato

          Felicia Masocco

            ROMA «Confindustria stia attenta a non cadere nella trappola del governo che ha lavorato e continua a lavorare perché si crei un conflitto redistributivo tra imprese e sindacati». Guglielmo Epifani «incassa» l’allarme di Montezemolo sulla crisi del Paese, «aveva ragione la Cgil a parlare di declino», ma non ci sta a sentir dire di moderazione salariale, «si è visto che non è risolutiva», taglia corto. E avverte il rischio di un conflitto creato ad arte che opporrebbe le imprese ai lavoratori «senza vantaggi per nessuno». «La Cgil – afferma il suo segretario – governerà con intelligenza le contraddizioni aperte, ma c’è un limite oltre il quale non è disposta ad andare. Questo bisogna saperlo».

              Dal dopoguerra non si è mai vista una crisi così. Questa l’analisi del leader degli industriali per larga parte coincidente con la vostra, con quella della Cgil. È così o ci sfugge qualcosa?

                «Nel febbraio di due anni fa la Cgil scioperò, da sola, contro il declino industriale dell’Italia. Avevamo avvertito che cosa stava accadendo e lanciammo l’allarme. A distanza di due anni tutti quelli che derisero la nostra scelta, e non vollero capire l’alto senso di responsabilità insito in quella lotta straordinaria, si stanno ricredendo. Aveva ragione la Cgil, avevano torto tutti gli altri».

                  Un declino da superare per andare verso un “rinascimento”.
                  Montezemolo dice che bisogna fare squadra: forze politiche, banche, imprese e forze sociali, voi. Ci state? E a quali condizioni?

                    «Non è semplice passare da una fase di profondo declino a un fase di rinascimento. È giusto che il presidente di Confindustria faccia un’affermazione di volontà per conto delle imprese, anche se a me il termine “Rinascimento” pare eccessivo. Lo avevo già detto quando venne fuori al convegno dei giovani industriali dello scorso anno. Qui c’è da ricostruire il tessuto produttivo e industriale e dare al Paese una missione per il futuro. In questo c’è qualcosa che parla al ruolo del sindacato, ma coloro che devono fare le scelte fondamentali sono il governo, il Parlamento e il sistema delle imprese. Perché in questa decadenza c’è anche una responsabilità dei nostri imprenditori».

                      Non a caso fanno autocritica. È forse troppo tardi?

                        «È che ancora adesso c’è molto di vecchio. Ora, con tutto il rispetto, ma questa vicenda di Telecom-Tim appartiene al novero del vecchio, non al nuovo. La sfida per il controllo di Bnl appartiene al vecchio, si buttano risorse per controllare pezzi di sistema finanziario, c’è la fuga dai settori dove il mercato è più agguerrito per rifugiarsi in settori protetti, c’è il parlare di sé in termini diversi da quello che si chiede agli altri, c’è il nanismo industriale, il rovesciare le responsabilità sugli altri e mai assumersi le proprie. È una cultura sbagliata che permane: la finanziarizzazione crescente dell’economia e il distacco dalla volontà di fare».

                          È un giudizio duro. Parliamo dell’altro attore, cioè del governo. La Finanziaria procede a colpi di fiducia e, tra l’altro, porta con sé attacchi più o meno riusciti al mondo del lavoro: i forestali, gli agricoli, gli Lsu. Sulla prima “stesura” avete fatto uno sciopero generale. Oggi? Non va meglio.

                            «No, viene confermato quello che avevamo visto. È una Finanziaria che non risana i conti pubblici, non assicura la crescita degli investimenti, anzi li taglia, non sostene i redditi specie da lavoro e pensioni. La riduzione fiscale non parla alla metà dei contribuenti e parla poco all’altra metà, sostanzialmente favorisce i redditi più alti. Insomma la manovra non aiuta né investimenti né consumi e non ha in sé un’idea di politica industriale».

                              Il ministro dell’Economia dice che a gennaio ci sarà un provvedimento d’urgenza sulla competitività. È una buona notizia…

                                «No, non lo è, è un trucco è il modo per nascondere l’errore che si è fatto e provare a far vedere che c’è la volontà di far qualcosa. Ma quando hai fatto scelte che deprimono investimenti e crescita poi non può essere un collegato senza risorse e con poche idee a cambiare un quadro di prospettiva. In questi quattro anni il Paese cresce mediamente dell’1%, la produzione industriale è sotto zero, abbiamo davanti due anni in cui se va bene si crescerà dell’1,3 – 1,4%: il risultato sono sei anni – un periodo lunghissimo per l’economia – in cui il Paese cresce pochissimo, crea poco reddito e non dal sistema produttivo industriale. Se non ci sarà una svolta e non si ripensa la politica industriale – e il ruolo che deve avere il pubblico nell’orientare lo sviluppo – se si lascia da sola l’impresa in un sistema globalizzato e spesso senza regole è evidente che questi sono i risultati».

                                  Tornando a Montezemolo e al suo allarme che è anche il vostro: c’è qualcosa che sindacati e imprese possono fare insieme, si può ipotizzare un asse?

                                    «Abbiamo un’analisi abbastanza comune con la Confindustria; abbiamo fatto un accordo sul Mezzogiorno che è importante, ma per avere una funzione e un’efficacia deve essere incorporato nelle scelte del governo o degli enti locali. In caso contrario è un accordo positivo, ma dall’efficacia relativa. E poi ci sono tutti gli accordi territoriali, regionali, tra sindacati e imprese, spesso anche con gli enti locali che sono molto importanti. L’ultimo in Puglia sul lavoro nero, sullo sviluppo solidale. Diventa difficile immaginare qualcosa di altro, per due ragioni. Innanzitutto perché la responsabilità di invertire la rotta spetta al governo. Di fronte a casi come la Fiat, come Terni, o quelli che possono riaprirsi come Alitalia, di fronte ai casi di crisi è il governo che è chiamato a rispondere, e se non lo fa le risposte che possono dare sindacati e imprese sono importanti ma non risolutive. In secondo luogo, permane qua e là in Confindustria, e l’ho visto anche nelle parole di Montezemolo, l’idea che ci vuole ancora moderazione salariale…

                                      Dice che ci vuole moderazione salariale, flessibilità, ci vogliono ristrutturazioni produttive. In sintesi, sacrifici per i lavoratori. Pare una via obbligata, considerata la situazione, non crede?

                                        «Il sindacato, contrattando, ha sempre accompagnato i processi di ristrutturazione. Li ha sempre affrontati e continua ad affrontarli, anche in queste settimane. Quando la flessibilità è contrattata il sindacato non si è mai tirato indietro. Inoltre, se guardiamo a questi anni, la situazione è stata improntata alla moderazione salariale. Ma come si è visto non è risolutiva, non è utile e, al contrario, può determinare seri problemi. E poi secondo me c’è un problema più grande».

                                          Quale?

                                            «Con le scelte fatte dal governo di non affrontare la difesa dei redditi da lavoro, di non sostenere l’innovazione delle imprese, di non intervenire sul cuneo contributivo del costo del lavoro fiscalizzandone una parte, il governo esplicitamente spinge per un un conflitto redistributivo tra sindacati e imprese. Non è un caso, sono convinto che sia una scelta esplicita, è l’ora di finirla col dire che il governo pasticcia: il governo ha fatto una scelta precisa, che è in campo».

                                              Insomma, ve la dovete vedere voi con le imprese, il problema è vostro. È pronto a giocare questa partita?

                                                «Trovo che la scelta del governo sia irresponsabile. Di fronte ad un problema redistributivo, ci viene detto di lottare tra di noi e si resta a guardare come va a finire. Bastava la restituzione permanente del drenaggio fiscale, la fiscalizzazione parziale del cuneo contributivo, bastava una politica di incentivazione intelligente delle imprese per rendere meno forte questo conflitto»

                                                  Sarebbe bastato, ma non è stato fatto…

                                                    «Non a caso non è stato fatto, il governo spinge al conflitto. Bisogna che Confindustria lo capisca e non cada in questa trappola. Attenzione al conflitto, perché in una situazione così delicata non c’è vantaggio per nessuno, né per le imprese, né per i lavoratori. Quanto a noi, governeremo con intelligenza questo processo e queste contraddizioni, ma c’è un limite oltre il quale la Cgil non è disposta ad andare. Questo bisogna saperlo».