“Intervista” G.De Rita: Finita l’epoca del diritto di veto

25/02/2003




Martedí 25 Febbraio 2003
COMMENTI E INCHIESTE


Finita l’epoca del diritto di veto


ROMA – Un’economia mista, in cui privato e pubblico vadano a braccetto, collaborando «sui problemi di sistema» del Paese. E cioè infrastrutture, ricerca, innovazione, formazione. «Se oggi fossero vivi Beneduce e Menichella non farebbero la siderurgia di Stato, ma accordi tra pubblico e privato su questi nodi cruciali dello sviluppo italiano». Giuseppe De Rita analizza lo stato di salute del sistema imprenditoriale e del Paese. Nei giorni scorsi il presidente della Confindustria, Antonio D’Amato, ha parlato di una «fase di transizione» del capitalismo, del bisogno di un negoziato per le riforme, senza diritti di veto, della necessità di politiche neo-liberiste e neo-keynesiane. De Rita sottolinea il momento di «metamorfosi» del tessuto imprenditoriale italiano, con una crescita che viene dal basso, convinto che non ci sia bisogno di grandi imprese, «se non nei settori dove è alta l’omogeneità dei consumi». Capitalismo di mercato e riforme senza sconti e senza diritto di veto. Sono due messaggi forti lanciati dal presidente della Confindustria. Condivide?
Il capitalismo protetto non piace a nessuno e non si può che essere d’accordo auspicandone la fine. È la palla al piede che ci siamo portati e alla quale abbiamo reagito con il capitalismo poco protetto della piccola impresa, una realtà che ha veramente fatto l’Italia. D’Amato dice giustamente che è esistita un’economia protetta, ma in quella stessa fase si è anche realizzata l’industtriazzazione italiana. Basti pensare che negli anni 70 si è passati da 500mila imprese a quasi un milione.
Se non ci fosse stato lo "scambio di favori" e la realtà di un capitalismo protetto che ha tenuto fuori i concorrenti non ci sarebbe stata una crescita più rapida del sistema imprenditoriale? In una cultura come la nostra, contraddittoria in termini sociali e territoriali, il processo di trasformazione non poteva essere più rapido. Vent’anni fa il Paese aveva quattro o cinque grandi alberi e milioni di fili d’erba. Questa realtà si è modificata: i fili d’erba continuano a crescere, sono nati i cespugli dei distretti industriali, e gli alberi novelli delle medie imprese che sono destinate a sostituire le grandi anche nella dialettica con la politica. Le piccole imprese non possono diventare grandi in una generazione.
La cultura del cespuglio e del sommerso – sostiene il presidente degli industriali – ha quasi convinto un’intera generazione che l’unico modo per essere flessibili e competitivi sia essere piccoli. Il mito del "piccolo è bello" non è stato controproducente?
Direi di no. E ne è la prova la metamorfosi che stiamo vivendo. D’Amato parla di transizione: sta cambiando l’aspetto complessivo del sistema, sotto la spinta di una crescita dal basso. Quella crescita in cui il sommerso comincia ad emergere naturalmente, le imprese più piccole a consolidarsi e così via. È questo processo biologico e non ideologico o politico, che manda fuori gioco la grande impresa: in una società globalizzata, dove i consumi non sono massificati, non abbiamo bisogno di grandi imprese, se non in taluni settori. E gli interventi di sostegno devono prevedere come aiutare le medie imprese ad essere competitive, come aiutare i distretti a vincere la crisi della delocalizzazione, come crearne di nuovi per il mondo.
Per recuperare competitività servono riforme: è possibile e legittimo esercitare un diritto di veto, ritardando il processo?
Il diritto di veto è uno degli esercizi più frequenti in Italia. Come dice giustamente D’Amato ha vissuto dentro una più vasta cultura dell’antagonismo, del Welfare per i ceti più deboli per garantire la pace sociale, della difesa dal comunismo o del bisogno di fare qualche compromesso con la sinistra. Tutto questo non c’è più, la cultura è ormai diversa. Il diritto di veto diventa solo un no e nessuno è in grado di esercitarlo, neanche in piazza. Tanto è vero che pur con la contrarietà della Cgil si è fatta la riforma sul mercato del lavoro, che è una bella riforma.
Quale ruolo affidare allo Stato?
Mercato e competitività non risolvono i problemi di una società complessa. E lo Stato da solo non può fare ciò che si chiede, cioè infrastrutture, ricerca, innovazione, formazione. Su questi temi D’Amato non ha un atteggiamento contrario a un intervento pubblico quando parla di politiche neo-keynesiane. Si è chiuso un ciclo di economia mista, con la fine delle partecipazioni statali. Non è stata fatta una revisione di quelle politiche. Ci vuole una collaborazione tra Stato e privati su questi temi, c’è bisogno di una nuova economia mista in cui pubblico e privato continuino la politica di accumulazione, ricaricando le pile del Paese.
NICOLETTA PICCHIO