“Intervista” G.Dal Fiume (Ctm altromercato): Bottega equa, ma fuori dal ghetto

03/07/2002

3 luglio 2002



Bottega equa, ma fuori dal ghetto
Ctm altromercato: il commercio solidale può cambiare la grande distribuzione

L. FA.
MILANO


Sono 122 i soci del
Consorzio Ctm altromercato, 116 dei quali Botteghe del Mondo. Hanno chiuso il bilancio con circa 20 milioni di euro di fatturato, una crescita di oltre il 60% sull’anno precedente. Circa il 15% del fatturato è realizzato attraverso la Grande Distribuzione Organizzata, più un altro 15% dovuto alla vendita di banane (prodotto vendibile quasi solo nella GDO). Sono 8-9 mila tonnellate di banane l’anno, l’1,3% del mercato italiano. Vendere banane, spiega Giorgio Dal Fiume, presidente di Ctm altromercato, è una scelta politica: «Sono il simbolo dell’ipocrisia neoliberista, degli effetti perversi della globalizzazione, di sfruttamento violento di persone e natura».

Dovevate proprio scegliere
Esselunga come partner commerciale?

La domanda evidenzia lo scarto profondo tra percezione e realtà: non siamo noi che abbiamo scelto Esselunga, casomai il contrario. Da 5 anni Ctm altromercato è l’unica realtà del commercio equo italiano che vende prodotti extra Botteghe del Mondo con criteri fissi e vincolanti. A tutti i soggetti economici con cui entriamo in contatto diciamo: se vuoi i nostri prodotti ti devi «compromettere»: prezzo fisso (non inferiore a quello delle Botteghe); vincolo all’informazione sul commercio equo; percentuale che va alle botteghe locali, che hanno diritto a promuovere il commercio equo con un loro rappresentante nel supermercato; divieto ad utilizzare il termine «commercio equo e solidale» in modo autonomo e obbligo a confrontare con noi ogni pubblicità. Qualcuno accetta, altri no e vanno da Transfair o da altri, che non impongono questi vincoli. Esselunga è il nostro partner più grosso, ha sempre rispettato questi criteri.

Non c’è imbarazzo nel vedersi associati a uno dei marchi più spietati circa la violazione dei diritti dei lavoratori?

Mi sembra una visione angusta della faccenda. Noi abbiamo questa esperienza diretta: in Ecuador, il 16 maggio di quest’anno, 400 uomini armati hanno assaltato i lavoratori delle piantagioni Noboa, la quarta multinazionale al mondo per le banane, in sciopero da febbraio; ci sono stati feriti gravi. Noi importiamo la maggioranza delle nostre banane dall’Ecuador, e i lavoratori della Noboa conoscono la differenza tra lavorare per il Fair Trade e no. Non accettiamo provocazioni per ciò che riguarda i diritti dei lavoratori, in quanto sono chiare le nostre priorità, i nostri obiettivi, la nostra azione politica. E non abbiamo paura di affrontare in modo trasparente eventuali contraddizioni: lo riteniamo assolutamente coerente alla nostra missione di «agenti di cambiamento sociale», e non di soli testimoni. Un commercio equo purissimo ma sterile, non ci interessa. Per contaminare, per modificare «gli altri», bisogna anche esporsi. Il nostro antidoto è la trasparenza, e la certezza che di fronte a casi clamorosi o in evidente contraddizione con i criteri del commercio equo, anche in Italia, passeremmo dall’imbarazzo all’azione.

Però il dibattito tra gli associati è piuttosto vivace…

Chi frequenta il commercio equo non lo fa certo per stare zitto. C’è discussione, e il rapporto con la grande distribuzione è uno dei temi caldi. Per questo ricordo che la decisione di vendere extra botteghe ed i criteri con cui lo facciamo sono frutto della nostra discussione interna e democratica. Siamo orgogliosi di continuare a fare da avanguardia: sono sicuro che la discussione produrrà ulteriori criteri per meglio relazionarci al grande interesse che il «mercato tradizionale» sta dimostrando.

Quali vantaggi concreti avete tratto da questo accordo?

Ne cito quattro: 1) sostegno forte ai nostri partner del sud del mondo; 2) sostituzione di prodotti di multinazionali con prodotti equi e solidali; 3) ricavo di risorse economiche che investiamo al servizio delle Botteghe del Mondo e di iniziative politiche; 4) contatto verso un pubblico che non conosce né noi né le Botteghe. Il fatturato e la visibilità delle Botteghe non è mai cresciuto come in questi ultimi anni, nei quali sono appunto aumentati i prodotti Fair Trade nella grande distribuzione.

Non correte il rischio di restare stritolati dal colosso?

Abbiamo detto che i rischi ci sono, che nel commercio può accadere tutto, che la nostra indipendenza politica non deve essere messa in discussione. Conosciamo le cifre, e riteniamo di essere al di sotto della soglia di dipendenza, quindi di non correre rischi di stritolamento. Anche perché sono tante le catene che riforniamo. Se qualcuno non rispetta i nostri criteri, saremo noi ad uscire.

E i lavoratori di
Esselunga? Quali margini pensi ci siano per poter contribuire a tutelare anche loro?

Noi osserviamo Esselunga dall’esterno, e come per tutti i nostri partner non possiamo esprimere valutazioni dirette. Ma abbiamo anche l’obbligo di verificare la coerenza rispetto ai principi del commercio equo, ed alla nostra cultura sociale. Qualcuno si scandalizza, e non si rende conto che è proprio in quanto abbiamo allacciato rapporti con la grande distribuzione, che possiamo porci il problema di fungere da «agenti di cambiamento»: siamo fiduciosi che ci siano dei margini positivi. Anche per questo ci stiamo informando, e abbiamo chiesto un incontro con Esselunga: per raccontare le nostre preoccupazioni di «osservatori», ed esplicitare i criteri e i vincoli che abbiamo. Vediamo anche l’altro lato della relazione: chi associa il suo marchio al nostro, deve considerare che in caso di problemi potrebbe avere anch’esso un impatto negativo