“Intervista” G.Casadio: «È il self service della flessibilità»

09/06/2003

      sabato 7 giugno 2003

      l’intervista
      Giuseppe Casadio
      segretario confederale Cgil

      «Se sarà necessario il sindacato potrebbe impegnarsi in un
      referendum abrogativo»
      «È il self service della flessibilità»

      Giampiero Rossi

      MILANO «Un maxi-decreto che manomette ampiamente il sistema di norme e tutele del lavoro. Un modo di procedere indegno di un paese civile, che mostra il totale disprezzo per ogni pratica di confronto». E’ durissimo il giudizio di Beppe Casadio, segretario nazionale della Cgil, sul provvedimento che apre la strada
      alla riforma del mercato del lavoro. Ma il sindacato intende rispondere con tutti gli strumenti a disposizione a quello che considera un passaggio pericoloso per il futuro del lavoro in Italia. Compreso il referendum.
      Casadio, cosa vi fa più paura di questa riforma del governo?
      «Tanto per cominciare il metodo, perché è inconcepibile che per un provvedimento di tale portata, che interessa direttamente milioni di persone, si mettano le parti sociali di fronte a un fatto compiuto. E mi auguro che su questo, al di là delle differenti valutazioni nel merito, anche gli altri sindacati si facessero sentire…».
      E nel merito del decreto?
      «Premesso che non abbiamo ancora potuto vederlo, stando alle “veline” governative
      mi sembra che alcuni istituti introducano forme inaccettabili e immotivate di
      precarizzazione. Di fatto va a creare una sorta di “self service della flessibilità”,
      naturalmente dove solo l’impresa e non certo il lavoratore può scegliere tra
      un campionario si opportunità che aumentano la frantumazione del diritto del lavoro
      e rendono il rapporto di lavoro sempre più un fatto individuale. Insomma, così si
      consegna al soggetto più forte, cioè l’azienda, il governo unilaterale delle relazioni
      industriali. Perché tutto farà capo a ciascuna singola lettera di assunzione».
      Quali nuovi istituti, in particolare, possono condurre a questo scenario?
      «In primo luogo quello del cosiddetto “staff leasing”, perché ribalta completamente
      la logica del lavoro interinale e rende normale il fatto che in un’azienda lavori gente
      che dipende da altri, magari fisicamente lontani da quella sede, con tutte le implicazioni
      sul piano delle relazioni sindacali e di lavoro. E’ inquietante anche il capitolo della
      “certificazione”, secondo il quale il sindacato dovrebbe diventare addirittura
      un garante per l’azienda e una controparte del lavoratore. E poi preoccupano le
      norme sula cessione di ramo d’azienda, che rende facile la cessione all’esterno di interi
      comparti produttivi di un’impresa, anche senza reali ne-cessità.
      Così si creano tante costellazioni di piccole realtà produttive, slegate tra loro».
      E la Cgil come intende agire di fronte a una riforma che considera tanto pericolosa?
      «Sono valutazioni che faremo. Sicuramente ci impegneremo a fondo con tutte le nostre
      strutture per limitare i guasti in fase di contrattazione nazionale e di secondo livello.
      Ma intanto valuteremo anche se se attivarci per lo strumento referendario. In fin dei
      conti, quando abbiamo raccolto 5 milioni di firme abbiamo detto che ci saremmo
      impegnati anche con azioni abrogative di fronte a norme lesive dei diritti dei lavoratori».