“Intervista” G.Cagnoli: «Ora puntiamo sulle nicchie globali»

07/03/2005

    lunedì 7 marzo 2005

    intervista
    LA RICETTA DELL’AD DI BAIN & CO. ITALIA: IL SUCCESSO PUÒ VENIRE DA MODA, COSMETICA, TURISMO E ARTE DI VIVERE
    «Ora puntiamo sulle nicchie globali»
    Cagnoli: per crescere dobbiamo abbattere tutti i monopoli

      Francesco Manacorda

      MILANO
      NON possiamo pensare di innovare in alcuni settori industriali che abbiamo perso, come l’information technology o la chimica. Invece possiamo cercare di fare innovazione di prodotto in settori a minore intensità di capitale come la moda, la cosmetica, il turismo, l’arte di vivere». Giovanni Cagnoli, amministratore delegato della filiale italia di Bain & Co., uno dei colossi mondiali della consulenza aziendale, vede il futuro del made in Italy in quelle che chiama «nicchie globali». Ma per provare a riacciuffare la competitività perduta, avverte, bisogna prima di tutto «liberare risorse», anche ricorrendo a qualche strumento, come la Tobin Tax, la tassa sulle transazioni finanziarie, che di norma appartiene più al patrimonio intellettuale dell’area no-global che a quello della consulenza aziendale.

      Liberare risorse significa chiedere soldi pubblici, dottor Cagnoli. E perché non quelli delle aziende?

        «Sulla competitività niente si fa a costo zero, è inutile parlarne senza metterci quattrini che evidentemente vanno recuperati da altre parti. Le imprese si muovono già molto, ma non possono certo liberare risorse perché le usano per investimenti produttivi destinati a generare profitti. E’ quello il loro obiettivo».

        Lei dove vede spazi per recuperare queste risorse?

          «Essenzialmente in tre campi. In primo luogo la liberalizzazione e distruzione dei monopoli. Abbiamo l’energia più cara del mondo, un monopolio telefonico e dei trasporti, il notariato che rappresenta sei miliardi di euro di spese di inutilità assoluta. Poi c’è la fiscalità: tasse che potrebbero recuperare gettito non a danno ma a favore della competitività».

          In che modo?

            «Ad esempio la Tobin tax o Tassa della Regina, un’imposta che esiste da molti anni Gran Bretagna dove chiunque compra strumenti finanziari quotati paga al momento dell’acquisto, e solo al momento dell’acquisto, lo 0,5% del valore dell’operazione. Sul mercato italiano varrebbe 3 miliardi di euro e non danneggerebbe il mercato in sè e per sè, quanto chi si muove molto. Infine bisognerebbe modernizzare davvero la pubblica amministrazione, con un reale blocco del turn-over».

            E trovate le risorse come si dovrebbero spendere?

              «Sarà banale, ma prima di tutto spiegando all’opinione pubblica che fare impresa è un fatto positivo. Significa creare condizioni perché tutti abbiano lavori remunerati, possibilmente a 20 euro l’ora invece che a un euro l’ora come i cinesi».

              Ma per spingere le Pmi italiane nel mondo non basta certo un Paese che improvvisamente scopre lo spirito d’impresa…

                «Guardi, il dato spaventoso e nuovo è che dopo sei anni la nostra bilancia commerciale è in negativo. Noi dobbiamo esportare sennò la prognosi diventa infausta, visto che non abbiamo grandi industrie inattaccabili come accade all’estero. Abbiamo molte aziende medie, anche se non piccole, dai 200 ai 1000 milioni di fatturato che possono diventare le cosiddette «nicchie globali», con alto know-how e capacità di creare sviluppo e valore. Queste dovrebbero essere favorite creando meccanismi che incentivino le aggregazioni, il trasferimento di competenze e la presenza all’estero».

                In concreto che significa?

                  «Prenda l’industria della cosmesi, che è dominata da colossi multinazionali e dove c’è una serie di piccole aziende italiane molto innovative con fatturato sotto i 100 milioni di euro. Possibile che non ci sia la possibilità di investire per 20 di loro, sovvenzionando un ufficio commerciale che venda i loro prodotti in Russia? E poi bisogna concentrarsi sulle valenze territoriali. Il meccanotessile bergamasco, il tessile pratese, le piastrelle di Sassuolo sono nicchie globali, ma non hanno meccanismi per formare il personale e trasferire le competenze. Ancora, ci sono progetti-Paese su cui investire e costruire, ad esempio nel turismo: la nautica è un settore dove siamo fortissimi. Invece di dire che chi ha la barca è ricco perché non concentrare gli sforzi sull’esportazione dei cantieri e fare tanti porti sulle nostre coste?».

                  Il rischio non è quello di un’Italia-Disneyland, tutta servizi, turismo e piccole aziende, senza una vera industria?

                    «Bisogna essere realisti. Su determinati pezzi dell’industria globale non abbiamo scuola, capitale investito e presenza di aziende. La Bayer, la Basf e la Dupont non stanno in Italia, la Hp o la Cisco nemmeno. Sono settori che hanno barriere d investimento altissime e nei quali non avremo di sicuro un campione nazionale almeno per tre generazioni. E’ imperativo difendere non un Paese di camerieri, ma settori di nicchia come la cosmesi o la cantieristica, rendendoli sempre più capaci di competere a livello globale. Energia, autostrade, notai e telefonate non li esportiamo di sicuro».