“Intervista” G.C.Sangalli (Cna): più concertazione

28/01/2004

ItaliaOggi (Primo Piano)
Numero
023, pag. 3 del 28/1/2004
di Filippo Caleri

Sangalli (Cna), più concertazione

Una ripresa forte della concertazione tra le parti sociali. E una sessione del dibattito parlamentare espressamente dedicata al rilancio dell’economia. ´Solo in questo modo si porta l’Italia fuori dalla secche in cui si trova’, dice a ItaliaOggi Gian Carlo Sangalli, segretario nazionale della Cna, la Confederazione nazionale degli artigiani e delle piccola impresa. Che indica anche i primi nodi da affrontare se il dialogo tra associazioni, sindacati e governo riprende in maniera costruttiva: un welfare moderno in grado di ridare fiducia e certezza ai cittadini. Una politica industriale incisiva per lanciare le pmi nel mercato globale. E un nuovo modello di relazione industriali che tenga conto delle diversità territoriali.

Domanda. È un invito a sedersi di nuovo tutti insieme a un tavolo?

Risposta. È più di un invito. La concertazione è una necessità per far ripartire un sistema bloccato. Ed è l’unico modo per abbassare la conflittualità sociale e uscire dal guado in cui l’Italia si trova. Il metodo ha già prodotto le soluzioni dei problemi trovando nuovi equilibri con l’innovazione.

D. Il dialogo per il rilancio, insomma?

R. Assolutamente sì. E in tutte le sedi. Anche il parlamento deve essere investito del dibattito. Come confederazione spingiamo perché si apra una sessione specifica di discussione tra deputati e senatori sulle ricette per uscire dalla crisi.

D. Quale direzione devono prendere i provvedimenti del governo?

R. Serve innanzitutto una maggiore convergenza verso l’Europa. Occorre dare una maggiore autorevolezza all’euro perché non si trasformi da opportunità in vincolo. E poi riprendere e riaggiornare gli obiettivi dell’agenda di Lisbona che mette al centro dello sviluppo l’economia della conoscenza.

D. In che modo associazioni di imprenditori e sindacati possono contribuire al rilancio?

R. È importante arrivare al più presto a un nuovo modello delle relazioni contrattuali che adegui gli accordi alle dinamiche dei diversi territori. L’economia italiana viaggia a più velocità e i contratti di lavoro ne devono tenere conto.

D. Il ritorno alle gabbie salariali, insomma?

R. No. Si tratta di garantire a livello nazionale una piattaforma di diritti per tutti i lavoratori, con clausole di salvaguardia. Poi ogni regione sulla base dell’andamento territoriale fisserà la parte restante adattandola alle diverse condizioni. È un modello che come artigiani abbiamo già proposto. Ed è ancora in fase di elaborazione. Ma già da ora ci proponiamo come precursori del nuovo sistema.

D. Entra anche il welfare in questa nuova visione?

R. Certo. Se il modello passa per il lavoro, anche le forme di protezione possono essere declinate sul base regionale. Può essere un modo per rilanciare quell’idea del sistema di protezione sociale positivo a cui ci ispiriamo

D. Qual è?

R. Si è data un enfasi troppo negativa ai costi del welfare. Noi abbiamo invertito il problema. Dare un sistema certo di garanzie ai cittadini significa ridare fiducia e stabilità. Proprio quel carburante che manca ancora oggi all’economia italiana per il suo riavvio. In altre parole dobbiamo inquadrare la protezione sociale come un elemento propulsivo piuttosto che difensivo. E in grado di generare quel valore aggiunto che può in parte autofinanziarlo.

D. Oltre a questo che cosa serve concretamente per ridare lo sprint al sistema Italia?

R. Più sostegno per creare reti tra le piccole imprese e per i trasferimenti di tecnologie e di innovazione. Ma anche politiche industriali vere. E mercati più aperti e competitivi.

D. Un esempio?

R. L’energia. La mancanza di concorrenza aumenta del 30% il costo per le pmi italiane rispetto ai concorrenti. Ma anche banche e assicurazioni che ragionano con una logica di cartello. Attenzione però a non confondere la maggiore apertura con l’assenza di regole. I controlli e il rispetto delle regolamentazioni vanno assicurati.

D. Si ventila un aumento dei contributi sugli autonomi. Che cosa ne pensa?

R. Sbagliato soprattutto per gli artigiani. Si rischia di tassare contemporaneamente il reddito da lavoro e quello sugli investimenti. Una situazione assai frequente nelle pmi. L’effetto sarebbe una tassazione che porterà al fisco fino al 70% dei ricavi aziendali. Con un rischio ancora più grosso: la scelta per molti del sommerso. Piuttosto che aumentare i contributi occorre sviluppare la previdenza complementare.