“Intervista” G.Bolaffi: «Al ministero volevano farmi paura per difendere miserabili privilegi»

05/03/2003




5 marzo 2003

L’INTERVISTA / L’ex direttore generale del dicastero del Lavoro: questi nuovi brigatisti sono dei fuori corso, con studi fallimentari

«Al ministero volevano farmi paura per difendere miserabili privilegi»

      ROMA – Guido Bolaffi ha 56 anni. Piccolo, asciutto, nervoso, vive sotto tutela. E’ uno dei possibili obiettivi dei terroristi. E’ stato dirigente dei metalmeccanici della Fiom-Cgil ma nell’89 ha lasciato il sindacato accusando i suoi compagni di essere troppo velleitari. Rino Formica, ministro del Lavoro, lo chiamò con sé. E dirigente dello Stato è rimasto fino a diventare con Roberto Maroni il responsabile di tutto il welfare. Da un mese è passato alla guida della Confartigianato. Nella logica demenziale di questi burocrati della morte è un traditore. Ha paura? «No. Per fortuna il mondo è cambiato. E i traditori sono tanti, tantissimi. Possiamo rassicurarci a vicenda. E poi considero più rischioso uno scontro frontale in auto che un incontro ravvicinato del terzo tipo con questa gente».
      C’è qualcuno, nel Palazzo, che aiuta i terroristi?

      «Non credo alla talpa. E’ dal ’99, dal delitto D’Antona, che se ne parla. Come è pensabile non sia stata individuata? No, francamente è una tesi che non mi convince».

      E qual è la sua tesi
      ?
      «Perché solo in Italia il terrorismo interno non è stato battuto? Lo hanno fatto in Germania, in Giappone, persino in Irlanda. Perché da noi c’è questo tragico ritardo?».

      Che risposta dà?

      «L’Italia è un paese lento. Come è possibile che in pratica ogni settimana, alla vigilia del weekend, ci sia uno sciopero dei treni o degli aerei? Non dico certo che non debba esserci conflitto sociale, ma questo è sempre lo stesso sciopero, lo sciopero del venerdì. Nessuno sa più perché c’è e perché non si risolve».

      Una conflittualità endemica?

      «Una sorta di rassegnata accettazione della ciclicità dei fenomeni. E in questa ciclicità vedo un humus culturale per i terroristi. Una forma degenerata di una degenerazione. Sia chiaro: non indico alcuna connessione tra terrorismo e lotte sociali. Parlo di una lentezza dell’Italia a innovare e in questo caso anche a liberarsi di un fardello che è una brutta copia del passato».

      Ma chi sono questi nuovi terroristi?

      «Non hanno nulla dei precedenti brigatisti, figure tragiche ma a loro modo segnate da alcune singolarità culturali. Questi sono dei fuoricorso, con studi mediocri, se non fallimentari. Gente senza arte né parte».

      Eppure Umberto Bossi parla di Br sindacaliste, indicando nell’antagonismo rivendicativo un terreno favorevole.

      «Ormai il contesto è diverso. Negli anni Settanta i terroristi stavano nei cortei, nelle fabbriche, negli uffici. Questi il conflitto sociale lo leggono sui giornali. E sui giornali individuano il nemico di classe».

      Ma Massimo D’Antona e Marco Biagi non erano così famosi.

      «Il nome di Biagi appariva tantissimo sui giornali. E anche D’Antona non era uno sconosciuto. Ripeto: non c’era bisogno di una spia o di una talpa. Il loro antagonismo non è rivolto al capo reparto o al dirigente d’impresa ma a coloro che accusano di puntellare con la loro azione il capitalismo. Ma non sanno nemmeno che cos’è il capitalismo. Non sanno nulla di come è cambiato questo Paese. A esempio non parlano mai di immigrati. E poiché non posso pensare che siano razzisti debbo supporre che siano ignoranti».

      Il professor Pietro Ichino, in un’appassionata lettera aperta pubblicata dal Corriere, ha rivolto un appello ai terroristi facendo leva sulla loro umanità, sollecitandoli a uscire dal furore ideologico e a sentirsi uomini tra gli uomini. Pensa anche lei che il dialogo, il considerarsi reciprocamente persone, sia la strada da seguire?

      «Penso che le parole di Ichino siano sacrosante ma temo che in questo momento siano parole al vento».

      I terroristi sono ormai dei feroci alieni?

      «Sono un tale misto di paranoia e di subcultura che è difficile vederli come interlocutori di messaggi così appassionati e leali».

      E’ solo un problema di ordine pubblico?

      «Solo e soltanto questo, ormai».

      Quando lei lasciò la Cgil polemizzò con i duri della Fiom sostenendo che il sindacato non può non farsi carico anche delle ragioni dell’impresa. Una polemica ancora attuale?

      «I veri problemi del sindacato non stanno più su quel terreno. La grande impresa è al tramonto. Sta venendo avanti in maniera impetuosa l’epoca di una nuova grande rivoluzione produttiva legata a figure di capitalisti individuali. L’Italia è un laboratorio straordinario di piccole imprese. Come c’è stato il grande travaso dall’agricoltura all’industria adesso la trasformazione è verso un modello individuale flessibile che fa della partecipazione, del rapporto con il territorio, con la comunità, le basi della propria forza».

      La Cgil è troppo conservatrice?

      «La Cgil la vedo paralizzata da questa strategia sui diritti che francamente non riesco a spiegarmi. Che vuol dire diritti? Diritti di chi? Il salario è un diritto? E allora perché non lo fissiamo per legge? L’occupazione è un diritto? Voglio dire che questi termini, queste parole magiche, mi paiono rinviare a una soglia astratta che fa perdere ogni concretezza agli interventi contrattuali».

      E non pensa che a forza di parlare di diritti si alimenti risentimento e odio verso chi viene accusato di voler togliere proprio questi diritti?

      «Io sono ferocemente contrario a ogni linguaggio antagonistico ma non sento voci di cattivi maestri. Credo anzi che i terroristi vedano la Cgil come un nemico da mettere in difficoltà e delegittimare. La considerano perduta perché sta dentro un perimetro che pur nella distanza tra le parti continua ad avere nel dialogo il metodo di fondo».

      L’universo no global può essere un punto di riferimento?

      «Penso che questi terroristi non abbiano proprio rapporti con il mondo reale. Vivono di giornali. Sono una forma degenerata di manipolazione dell’informazione. Sono un retaggio di un’Italia che non c’è più».

      Nelle centinaia di incontri e di assemblee che ha fatto ha mai pensato di qualcuno: questo potrebbe essere un terrorista?

      «La sensazione più sgradevole non l’ho provata in assemblee infuocate alla Zanussi o alla Fiat ma proprio al ministero del Lavoro, non più tardi di un anno e mezzo fa. Quando durante la ristrutturazione del dicastero è stato introdotto il marcatempo, il controllo d’entrata e d’uscita, e quando abbiamo deciso di chiudere quella specie di eredità del passato che erano gli uffici di via Flavia e abbiamo portato impiegati e funzionati in via Fornovo adottando l’
      open space e facendo costruire tavoli attrezzati ognuno dei quali è costato 2.500 euro. E lì c’è stata la rivolta guidata dal sindacato. Sostenevano che era una violazione della privacy. Difendevano miserabili privilegi dati da una lurida stanza con la porta chiusa, perché così non si sapeva se stavano lavorando o no. In quei giorni ho visto la cattiveria. Volevano farmi paura ma spero di averla fatta io a loro».
Marco Cianca


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