“Intervista” G.Berlinguer: «Scissione? Stiamo attenti a quella degli elettori…»

11/07/2002


Intervista
a cura di

Aldo Varano
10.07.2002

"Scissione? Stiamo attenti a quella degli elettori…"


ROMA
Quando chiedo a Giovanni Berlinguer perché sui giornali venga affacciata con sempre maggiore insistenza l’ipotesi di una scissione tra i Ds – il Correntone, altri pezzi della sinistra, Cofferati – il professore racconta: “Ieri (lunedì, ndr) è stata pubblicata una mia intervista anche con cenni autonomi rispetto alle valutazioni di Cofferati. Oggi (ieri, ndr) quello stesso giornale titola: “Nella Quercia rispunta lo spettro della scissione”. Che dirle? Io non sottovaluto le distinzioni e anche le differenze strategiche tra i Ds e nella sinistra, ma non c’è alcun segno che vada in direzione di quel titolo. Da parte mia non c’è nessuna propensione a fondare un altro partito. Voglio aggiungere che, invece, sono riemerse voci, dentro i Ds, voci di “destra” (ma lo scriva tra virgolette) che invitano noi ad andarcene…
Questi appelli vi preoccupano?

Ad andarcene o a essere mandati via. Questo non favorisce i buoni rapporti.

Ma perché, secondo lei, sistematicamente, i giornali tornano sulla scissione?

Ho paura, e non da oggi, della scissione silenziosa di quelli che vanno via perché non trovano risposte.

Quindi, scissione vera niente?

Credo che una scissione sarebbe una sciagura per la sinistra, la democrazia e l’Italia. Il rischio vero, invece, è la scissione silenziosa degli elettori. Proprio a lei, la scorsa estate, dissi che mi sarei impegnato per lavorare contro quella pericolosissima scissione.

Questo tormentone viene fuori perché la Quercia è fragile? Perché la sinistra ha alle spalle una storia terribile?

Perché ci sono dissensi obiettivi e per quelle che gli inglesi chiamano self-fulfilling, previsioni che ripetute e richiamate rischiano di autorealizzarsi.

E come ci si oppone al self-fulfilling?

Con un maggiore collegamento con tutti i lavoratori.

I Ds, divergenze a parte, hanno una linea chiara su quel che sta accadendo?

Non sempre.

Qual è il punto di maggior sofferenza?

Direi: l’analisi dei rischi che corre l’Italia, l’esigenza di proporre altre politiche e non una copia migliorata di quella governativa, l’autonomia culturale e valoriale delle forze di sinistra.

C’è chi argomenta: se il centrosinistra sposa le posizioni di Cofferati l’alleanza si sfalderebbe garantendo a Berlusconi una vittoria infinita.

Berlusconi sta chiarendo le idee agli italiani con le minacce e la sua arroganza. Per questo ho profonda fiducia nell’erosione del consenso per Berlusconi, nel sorgere dentro il centrodestra di voci di dissenso e nella possibilità di unire il centrosinistra.

Il governo attacca la Cgil, con l’obiettivo di approfondire le divisioni tra sindacati. Berlusconi che progetto ha?

Quello realizzato già in altri campi: concentrare gran parte dei poteri nell’esecutivo; sottrarre, con leggi delega, potere legislativo al Parlamento; attaccare l’autonomia della magistratura con leggi e minacce; impadronirsi dell’insieme dei mezzi di comunicazione.

Al suo inventario che nome darebbe?

Delinea uno stato autoritario e un restringimento sostanziale delle libertà democratiche. Ora l’offensiva è sul sindacato che ha rappresentato nell’ultimo anno una punta avanzata delle rivendicazioni di dignità e di libertà non solo per i lavoratori ma per tutti.

Cofferati propone un contrattacco: progetti di legge, raccolta di firme, referendum sull’articolo 18.

Al quadro che ho esposto devono dare una risposta tutti. Ne va delle regole democratiche e dei diritti sociali. Una risposta va data anche agli attacchi personali a Cofferati nel quadro di una linea distruttiva dell’autonomia dei sindacati.

Vuol dire che non tutti hanno dato risposta? Chi manca all’appello?

Negli ultimi sei mesi la mobilitazione è stata straordinaria. Non ha uguali negli altri paesi europei e in altre fasi della storia della Repubblica. Difficoltà e contrasti tra gli oppositori sono comprensibili ma se analizziamo bene il progetto del governo non dovrebbero esserci esitazioni su cosa fare.

La sensazione è che ci sia accordo nell’analisi ma non nelle risposte: né dentro il centrosinistra né nella Quercia. Per esempio, sul referendum per abrogare l’articolo 18 che bisogna fare?

Procediamo con ordine cronologico. Per prima cosa serve un’opposizione ferma e unitaria in Parlamento e una maggiore presenza. Ci sono leggi importanti del governo approvate con 210 voti, meno di quelli che ha l’opposizione.

Sta denunciando una scarsa partecipazione dei deputati del centrosinistra in Parlamento? Ci sono sciatteria e assenteismo?

Non tutti i gruppi sono assenteisti in ugual misura. Ma questo non mi consola. Servono motivazioni ideali e politiche più forti. Questo porterebbe a una presenza molto maggiore. Non trascuro il fatto che i numeri sono quelli. Ma i nostri, facciamoli valere. La seconda fase dell’opposizione, già preannunciata, dev’essere quella di una amplissima consultazione su tutti i luoghi di lavoro sul patto e sugli altri provvedimenti: fiscali, previdenziali, scolastici, sanitari.

Angeletti ribatte: se volete la consultazione sul patto noi faremo quella sulle posizioni della Cgil e sugli scioperi.

E mi pare giusto: sul contenuto degli accordi e sui metodi di lotta che bisogna adottare. E bisognerebbe riprendere con forza la questione delle regolamentazioni sindacali.

Quando lei era giovane e io ragazzo si diceva: non regolamentiamo altrimenti si mette la camicia di forza ai sindacati.

E sbagliavamo. Era una valutazione sbagliata. La vera preoccupazione è che i sindacati più rappresentativi possano essere esclusi dagli accordi arbitrariamente e non c’è modo di sapere cosa pensano di questo i lavoratori.

E il referendum?

E’ la terza fase, una volta che sia stato approvato dal Parlamento e che sia possibile valutarlo.

Insomma, lei dice: avviamo un processo e alla fine valuteremo se fare o meno il referendum?

Sì. Io personalmente ritengo che sia legittimo ipotizzarlo e sostenerlo perché si violano diritti fondamentali delle persone. Valutando naturalmente l’esigenza di avere uno schieramento molto ampio che possa determinare un risultato positivo.

E se il centrosinistra su questo si dovesse spaccare?

Il problema è creare uno schieramento ampio come, ultimo caso, c’è stato nel centrosinistra su Scajola. E si è vinto.

Sul referendum alcuni hanno già detto di non essere d’accordo.

La discussione sul referendum non può essere anticipata a questi giorni. Non può sovrastare tutto il sistema dell’opposizione che bisogna costruire puntando anche su altre forze sociali, culturali, giovanili e su tutti coloro che in questi mesi hanno partecipato a forti movimenti e che hanno espresso accordo con le posizioni assunte unitariamente dai tre sindacati.

E’ preoccupato per la rottura sindacale?

E’ un male. I sindacati contano di più se sono uniti e dobbiamo fare di tutto perché attraverso una grande consultazione si ritrovi l’unità dei lavoratori e forse l’unità dei sindacati.

In queste settimane la solidarietà e l’impegno della sinistra sono stati adeguati?

C’è stato impegno anche da parte dei Ds. Contemporaneamente si sono affermate voci alternative. Dire che il Patto per Forza Italia non è un dramma significa fare un’altra analisi.

Sta polemizzando con D’Alema?

Polemizzo con tutti quelli che sottovalutano la gravità di quanto sta accadendo.
Intervista a: Giovanni Berlinguer