“Intervista” G.Benvenuto:«Si rischia un altro autunno caldo»

12/01/2004



      Domenica 11 Gennaio 2004

      ITALIA-POLITICA


      «Ora si rischia un altro autunno caldo»

      Intervista – Benvenuto: sta montando una forte spinta salariale, il ceto medio si è impoverito


      ROMA – Un nuovo autunno caldo, come quello del 1969, che alterò tutti gli equilibri sociali, in fabbrica e nella società. È quanto rischia il Paese sotto la spinta di una forte rivendicazione salariale che sta prendendo forma e che si mischia a una diffusa incapacità a risolvere i problemi. Questo teme per l’Italia Giorgio Benvenuto, già grande sindacalista, che quell’autunno visse da protagonista.
      Benvenuto, è vero che siamo alla vigilia di un nuovo autunno caldo?
      Sì, si sta creando una situazione esplosiva che mi ricorda molto quegli anni.
      Quali ne sono i sintomi?
      Come allora sta montando una forte spinta salariale dopo anni di forzata moderazione nel corso dei quali si sono molto differenziati i livelli retributivi. E come allora abbiamo forme di indisciplina verso le organizzazioni sindacali dei lavoratori come degli imprenditori. Una miscela pericolosa che trentacinque anni fa deflagrò con violenza.
      La spinta salariale in atto è uguale a quella del 1969?
      No, è profondamente differente, ma non per questo meno pericolosa. Allora eravamo in presenza di una voglia consumistica, si chiedeva di più per stare meglio, per consumare di più. Anche perché l’economia cresceva. Certo, le condizioni di base erano diverse. Adesso si chiede qualcosa di più per vivere, per non perdere il proprio livello di vita. Dietro le richieste salariali c’è l’incertezza che regna nel Paese. C’è tutta una parte del ceto medio che si è profondamente impoverita, categorie che una volta guadagnavano bene e adesso annaspano. E che soffre perché non ha gli strumenti per gestire questa situazione insolita. Sì, mi riferisco agli autoferrotranvieri, ai ferrovieri, ma anche a impiegati dello Stato, ai quadri dell’industria, categorie che una volta stavano bene e adesso vedono il loro benessere evaporare velocemente. Persone che fino a tre, quattro anni fa si sentivano forti, tanto che prestavano poca attenzione ai bisogni sociali, perché pensavano di poter risolvere da sole i loro problemi. Adesso tutto ciò è svanito, resta la paura, la voglia di recuperare e la coesione sociale sparisce.
      Che rischio corriamo?
      Quello di veder travolgere tutti gli organismi rappresentativi. I sindacati dei lavoratori, ma, ripeto, anche le organizzazioni degli imprenditori. Le piccole e medie imprese, gli agricoltori. Basta pensare alle rivolte per le quote latte, ma anche a quella degli utilizzatori dell’autostrada Roma-Teramo. Il collante sociale non regge più, crescono gli egoismi, i corporativismi, ciascuno cerca la propria ragione. Una forma di anarchia, nel senso di non governo di quanto accade. Il che peggiorerebbe i problemi. In senso generale sì, certamente, ma i singoli pensano di risolvere così i loro problemi personali. Tutta la debolezza nasce dal fatto che il Paese è in grado di elencare i problemi, ma non sa risolverli. Proprio come accadeva nel ’69, quando le commissioni interne non erano in grado di far fronte ai problemi del lavoro dipendente e lo stesso sindacato finì per cedere. Gli stessi anni in cui la Confindustria fu scossa dalla rivolta dei Giovani imprenditori che condusse allo Statuto Pirelli. Anche allora c’era una «non tenuta» che fece precipitare le relazioni industriali. Ma davvero la situazione può esplodere? Sì, perché questi problemi sono molto diffusi, anche nelle istituzioni. Guardo a quanto accade tra i Vigili del fuoco, nella Polizia, anche nei Carabinieri o nelle guardie carcerarie. Viene meno la fiducia nel futuro, si spengono le speranze, manca chi può filtrare i problemi, trovare le soluzioni in una logica che racchiuda i problemi di tutti riconducendoli a unità. Gli scioperi di queste settimane sono segnali chiari di quanto potrebbe accadere.
      Cosa può evitare il disastro?
      Le organizzazioni rappresentative, le parti sociali devono riprendere un discorso con il Governo, dettando loro l’agenda delle cose da fare. Non si può andare avanti affrontando i problemi sulla spinta dell’emergenza.
      Occorre un dialogo vero. Si tratta di cambiare il sistema del 1993?
      Quel sistema non è stato più applicato. Bisogna riprenderlo e applicarlo. Si deve tornare alla concertazione, ma a quella vera, non al dialogo informativo senza sostanza di questi ultimi anni. Ma c’è anche un altro problema.
      Che tipo di problema?
      Il sindacato deve riacquistare la propria capacità di coinvolgimento, deve ricostruire un terreno di partecipazione che si è perso in un leaderismo senza senso e senza risultati. La democrazia è fondamentale, non se ne può fare a meno. Le assemblee devono tornare a essere il centro della vita e dell’informazione. Ormai si comunica solo per televisione, è aberrante, comunque non basta. Benvenuto lei pensa a uno sforzo notevole.
      Questo Governo, questo sindacato, queste organizzazioni imprenditoriali sono capaci di sostenerlo?
      Sindacati e imprese devono avere il coraggio di rimettersi in discussione e agire per rinsaldare la coesione sociale.
      E il Governo?
      Dovrebbe essere questa la sua missione.

      MASSIMO MASCINI