“Intervista” G.Alemanno: la Lega? Si è sentita scavalcata da An

27/02/2004







27/02/2004

L’INTERVISTA – Il ministro delle Politiche agricole: i lumbard volevano recuperare sul piano dell’immagine. Sulla devolution rispetteremo i patti

Alemanno: la Lega? Si è sentita scavalcata da An

      ROMA – Ministro, l’ultima sulle pensioni è che il suo collega del Lavoro, Roberto Maroni, non è andato al Senato a illustrare la più recente proposta di riforma. Ancora problemi oppure, dopo l’ennesimo vertice di maggioranza, c’è di nuovo l’accordo? «Mi risulta che l’assenza di Maroni sia pienamente giustificata – risponde sicuro il ministro delle Politiche agricole, Giovanni Alemanno, che per conto di An sta seguendo la lunga vicenda della riforma -. Semmai sono le esternazioni di Bossi che hanno creato preoccupazione, ma credo che si sia trattato solo di un’operazione propagandistica della Lega, che vuole dare un segnale in extremis, pur sapendo che ci sono poche possibilità di altre modifiche».
      Che segnale?

      «La Lega voleva presentarsi come il partito della maggioranza più aperto verso i lavoratori dipendenti, ma quando ha visto che l’ultima proposta sulle riforme, quella che ha tolto di mezzo lo "scalone", è arrivata su
      input di Alleanza nazionale, si è sentita scavalcata. E ora vuole recuperare sul piano dell’immagine». Non è solo immagine. La Lega ha confermato che martedì presenterà due emendamenti per reintrodurre la possibilità di andare in pensione d’anzianità con 57 anni d’età.
      «La Lega sente un problema concreto, perché l’aumento dell’età minima a 60 anni, come prevede l’ultima proposta del governo, penalizza coloro che hanno cominciato a lavorare presto, che sono concentrati al Nord. Ma il fatto è che quando abbiamo preparato l’ultima proposta il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ci ha detto che oltre non si poteva andare nell’alleggerimento della riforma, altrimenti non ci sarebbero stati i risparmi necessari».

      Partita chiusa, dunque?

      «Se oggi Tremonti, davanti alle richieste della Lega, dovesse riaprire i giochi, sarebbe sconcertante, ma non sarebbe un fatto negativo».

      Perché sconcertante?

      «Non si capirebbe perché quando una cosa la chiede An, la risposta è che non si può andare oltre, e quando invece la chiede la Lega si può fare. Tuttavia, ripeto, il nostro obiettivo è rendere questa riforma il meno onerosa possibile da un punto di vista sociale».

      A creare incertezza sul cammino della riforma è anche il fatto che la Lega ne subordina la sorte all’approvazione del federalismo. An rispetterà gli impegni?

      «Se vengono rispettati i patti di fondo, An non si tira indietro. Bisogna però mantenere l’equilibrio fra il federalismo sul quale insiste Bossi e l’interesse nazionale sul quale insistiamo noi».

      Se non ci saranno intoppi, l’approvazione definitiva della riforma avverrà ad aprile. Non sarebbe troppo a ridosso delle elezioni europee e amministrative?

      «Non è questo il problema. Per noi è fondamentale che continui il dialogo con le parti sociali sul welfare e lo sviluppo. La necessità di fare la riforma delle pensioni non l’ha inventata il centrodestra, anche i governi di centrosinistra avevano tentato senza successo di intervenire. L’importante è essere arrivati a un migliore punto di equilibrio tra esigenze finanziarie e impatto sociale. La prima proposta Tremonti, invece, era troppo lacerante. E qui sta la contraddizione in cui cade Bossi».

      Perché?

      «Perché aveva difeso a spada tratta quella proposta, che portava il minimo di contributi a 40 anni, ma poi, quando è stata ammorbidita, solo perché il merito è di An, si dichiara insoddisfatto e dice che bisogna ammorbidirla ancora di più».

      Lei dice che non ci sarà un calo di consensi per il centrodestra se continuerà il dialogo sociale. Ma il sindacato già annuncia un nuovo sciopero.

      «Si sapeva che nessuna riforma delle pensioni avrebbe incontrato il consenso dei sindacati. Però Cisl e Uil non hanno abbandonato il tavolo sul welfare e quindi non c’è una lacerazione definitiva del confronto».

      Perché dopo due anni e mezzo avete abbandonato due punti della riforma che il governo aveva definito irrinunciabili: l’obbligo del trasferimento del Tfr ai fondi pensione e la decontribuzione sui nuovi assunti.

      «Noi non siamo mai stati il partito del rinvio. Io su questi due punti sono stato sempre critico. Ma siamo arrivati a correggere la riforma solo dopo la verifica che ha rimesso al centro dell’azione di governo la collegialità e il dialogo sociale».

      È sicuro che la riforma sarà approvata prima delle elezioni?

      «La domanda non dovrebbe farla a me, ma a chi sta facendo problemi. Comunque un’eventuale nuova modifica non richiede necessariamente altre perdite di tempo».
Enrico Marro


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