“Intervista” Francario(Covip): una soluzione nel silenzio-assenso

24/04/2003




              Giovedí 24 Aprile 2003
              COMMENTI E INCHIESTE
              Il futuro della previdenza
              intervista a Lucio Francario (presidente Covip)



              Francario: una soluzione nel silenzio-assenso


              ROMA – Meglio il "silenzio-assenso" dell’obbligatorietà per la per la destinazione del Tfr ai fondi pensione. Non ha dubbi Lucio Francario, presidente della Covip (Commissione di vigilanza sui fondi pensione). Che giudica la delega Maroni «un’occasione unica» per dare maggiore spinta alla previdenza integrativa ma è dubbioso sulla possibilità che il provvedimento del Governo, da solo, possa garantire nei prossimi anni la sostenibilità dell’intero sistema previdenziale. Il presidente della Covip è convinto che il Welfare del futuro dovrà gravare molto meno sulle spalle dello Stato con una "copertura" pensionistica di base più limitata rispetto a quella attuale. Francario, che difende l’operato della Covip e boccia la sua eventuale trasformazione in agenzia, spinge per la parità tra fondi pensione chiusi e aperti, ma sottolinea che attualmente la governance di questi ultimi «lascia a desiderare». E giudica importante il ruolo delle Regioni criticando il recente Ddl La Loggia: «C’è un grande assente, la previdenza complementare» diventata «un fantasma». Presidente, a quasi 16 mesi dal varo c’è ancora indecisione sulla delega. Qual è il suo giudizio su questo provvedimento?
              La delega rappresenta un’occasione unica in questa legislatura per assicurare uno sviluppo ulteriore al comparto della previdenza complementare. Bisogna lavorare per migliorare il testo e fruire di questa occasione.
              Uno degli oggetti della contesa tra Governo e sindacati è la destinazione del Tfr ai fondi pensione. Lei è favorevole all’obbligatorietà?
              Un ripensamento sull’obbligatorietà sarebbe il benvenuto. Ritengo che usare la tecnica del silenzio-assenso potrebbe risolvere le contraddizioni oggi esistenti tra chi fa appello alla mera libertà di scelta dell’aderente e chi insiste su un sistema imperativo di adesione al fondo pensione. Il silenzio-assenso tra l’altro assicura una funzione di indirizzo e resta salvo il principio dell’autonomia della responsabilità individuale su cui si regge tutta l’impalcatura della previdenza complementare e tutta la filosofia del Welfare del futuro.
              Vuol dire che il legame tra Stato e Welfare deve diventare meno stretto…
              Un sistema di Welfare che va a superare la crisi dello Stato sociale non può entrare in cortocircuito chiamando di nuovo in causa lo Stato come ultimo referente per le scelte della responsabilità individua e collettiva. Noi stiamo superando un Welfare integralmente statale per arrivare a un Welfare che sia, sul piano orizzontale, condiviso dalle responsabilità sociali, collettive e individuali e, sul piano istituzionale verticale, condiviso anche dal ruolo delle Regioni.
              La maggior parte delle risorse destinate al Welfare è assorbita dalle pensioni. Secondo lei, la delega è sufficiente a garantire la sostenibilità futura del sistema previdenziale?
              Non penso che da sola la delega possa assicurare la sostenibilità dell’intero sistema previdenziale. Il futuro sarà comunque costituito da una previdenza di base che assicurerà una copertura minore di quella assicurata negli anni passati al futuro dei lavoratori. Quindi, occorre immaginare un mix di previdenza obbligatoria e di previdenza complementare in cui quest’ultima rivesta un ruolo essenziale per la tenuta di quella che è la sicurezza sociale dell’età anziana.
              I sindacati sono contrari alla parità tra fondi pensione chiusi e aperti. Che cosa ne pensa? Occorre sicuramente introdurre una reale concorrenzialità tra fondi chiusi e aperti. Ma è anche necessario che i fondi aperti facciano un passo deciso in direzione della partecipazione dei soggetti aderenti soprattutto quando si realizzano adesioni collettive. Ad oggi la governance del fondo pensione aperto lascia molto a desiderare come ha denunciato più di un documento anche di fonte governativa. Bisogna evitare che sul terreno dei fondi aperti si possano aprire delicati conflitti d’interessi, che viceversa non albergano nell’ambito dei fondi negoziali.
              Rischia di aprirsi anche una partita sui fondi regionali. Quale potrebbe essere l’esito?
              Considero positivo il ruolo già svolto attualmente da alcune Regioni a statuto speciale. Al di là della riforma del Titolo V della Costituzione, noi abbiamo già alcune Regioni che, in base a norme statutarie speciali di rango costituzionale, hanno la possibilità di operare sul terreno della previdenza complementare, in particolare Trentito Alto Adige e Valle d’Aosta. La Covip rispetto a queste esperienze si è già impegnata per veicolarle in un senso di marcia importante: impedire che si ipotizzi un mercato regionale perché il mercato di riferimento non può che essere quello europeo.
              Ma il Ddl La Loggia non sembra fare riferimenti espliciti ai fondi pensione…
              Nel Ddl La Loggia c’è un grande assente: la previdenza complementare, che scompare rispetto alla precedente riforma del Titolo V. Abbiamo un fantasma: va subito fatta subito chiarezza.
              E quali potrebbero essere gli effetti di una trasformazione della Covip in agenzia sullo sviluppo dei fondi pensione?
              Sui fondi pensione c’è necessità di un ente di supervisione dedicato che faccia contemporaneamente tre cose: vigilare, non solo con autorizzazioni preventive ma anche con controlli successivi; alimentare la normativa secondaria; adottare delle sanzioni per le patologie più evidenti. Tutto questo fin qui la Covip l’ha svolto in maniera egregia, mentre è difficile pensare che queste tre funzioni essenziali possano esser svolte al meglio da un organismo di natura ministeriale quale un’agenzia.
              MARCO ROGARI