“Intervista” Follini: «Lo scontro sull’articolo 18? Un granello di sabbia in grado di frenare le riforme»

18/01/2002






INTERVISTA A FOLLINI

«Lo scontro sull’articolo 18? Un granello di sabbia in grado di frenare le riforme»

      ROMA – Forse è presto per dire se si arriverà allo stralcio delle modifiche dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori dalla delega sul lavoro, chiesto dal sindacato. Ma il segretario del Ccd Marco Follini crede che quello fatto da Roberto Maroni sia un significativo passo avanti. E per una volta tanto non è avaro di complimenti nei confronti di un ministro della Lega Nord: «Quando la disputa simbolica prende il sopravvento cercare un’altra strada è dimostrazione di saggezza». Perciò ritiene sbagliata la posizione assunta dal governo in precedenza ?
      «No. L’articolo 18 porta tutti i segni del tempo. Fa parte di una stagione politica e sindacale lontana. Concorre a rendere il nostro mercato del lavoro più rigido di quello del resto d’Europa. Quindi che si parli di cambiamento non può essere considerato scandaloso. E non sono fra quanti ne chiedono lo stralcio. Ma l’articolo 18 non può essere per gli uni un feticcio, per gli altri un bersaglio».

      Gli uni sono evidentemente i sindacati. Gli altri?

      «Confindustria, o almeno una parte».

      Sulle cui posizioni, però, i sindacati dicono che il governo era appiattito.

      «Il governo deve trovare soluzioni e riesce ad assolvere il suo compito se non si schiera con una delle parti in campo. Ciò detto, credo che Maroni abbia fatto bene a rimettere in moto la trattativa. Tanto più che da qui a due mesi, a Barcellona, si dovrà discutere dei temi del lavoro con gli altri membri dell’Unione. Pertanto l’argomento non esce di scena. Ma almeno si evita una rotta di collisione che sembrava inevitabile».

      Non serve anche a raffreddare un clima politico incandescente, con fronti aperti come la giustizia e il conflitto d’interessi ?

      «Certamente. Ma anche senza allargare troppo il campo, dopo che il governo ha messo sul tavolo le deleghe previdenziale, fiscale e per il lavoro, destinate a cambiare profondamente l’economia e la società italiane, lo scontro sull’articolo 18 rischiava di essere il classico granello di sabbia in grado di inceppare un meccanismo molto più importante».

      C’è chi dice che il governo rischiava pure di ricompattare il fronte sindacale su posizioni rigide. Ha ragione?

      «Sì. Il sindacato ha anime diverse. Ho visto Sergio Cofferati più impegnato a rampognare il governo dal palco del congresso diessino che a coltivare il negoziato a Palazzo Chigi. E non c’è nessuna ragione di schiacciare tutto il sindacato sulla trincea dell’ultima Cgil».

      Tanto meno la Cisl, il sindacato di matrice cattolica come il Ccd. Non è così?

      «Non abbiamo un rapporto organico con la Cisl come quello che i Ds hanno con la Cgil. Né vogliamo costruirlo. Ma è ovvio, ripeto, che il governo debba avere un ruolo di mediazione sociale. E la maggioranza non può essere socialmente troppo vicina alla Confindustria e troppo poco vicina al mondo del lavoro».

      C’è forse l’esigenza politica di collocare la maggioranza in una posizione più equidistante?

      «Non c’è dubbio. Se vogliamo trasformare l’economia dobbiamo usare un metodo di dialogo e coesione sociale».

      Non si chiamava concertazione?

      «Negli ultimi anni la concertazione era diventata una sorta di terzo ramo del Parlamento e non ne sono mai stato un tifoso. E’ giusto che nei passaggi controversi governo e maggioranza si assumano la responsabilità di decidere. Ma la bussola del dialogo non va mai smarrita».

      Ipotesi: alla fine si fa lo sciopero generale. Rivede il fantasma del 1994?

      «Non credo che ci sarà lo sciopero generale, né che avrebbe gli stessi effetti politici di sette anni fa. Quel fantasma non riesco proprio a vederlo».
Sergio Rizzo


Economia