“Intervista” Fassino: «Sull’Articolo 18 Berlusconi ha offerto una trappola»

03/06/2002



01.06.2002
«Sull’Articolo 18 Berlusconi ha offerto una trappola»

«L’insidia è pesante». Piero Fassino ripassa come alla moviola le fasi della trattativa a palazzo Chigi per cercare una via alternativa a quella della lacerazione del sindacato pervicacemente praticata da Silvio Berlusconi. La preoccupazione maggiore, infatti, è che la divaricazione possa davvero consolidarsi. Di qui l’appello del segretario dei Democratici di sinistra ad «evitare che la diversità di valutazione che ha spinto la Cisl e la Uil ad assumere un atteggiamento diverso da quello della Cgil si traduca in una lacerazione insanabile». Preoccupazione accompagnata dall’assillo a mettere subito in campo una iniziativa politica dell’Ulivo per evitare il rischio che «la rottura già grave tra le confederazioni scenda, via via, nelle categorie, nelle fabbriche, tra i lavoratori, indebolendo così la forza negoziale dell’intero sindacato. Nessuno, credo, possa gioirne».

Segretario, Berlusconi cerca di far credere di essersi riconvertito al dialogo. Fin dove si spinge la furbizia e dove comincia l’operazione politica?
«Il governo vuol far credere di aver ripreso una fase di concertazione sociale, ma può considerarsi apertura il rinvio delle modifiche all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori dalla legge delega a un disegno di legge fotocopia?».

Perché non considerarla, se non proprio lo stralcio di fatto accreditato dalla Cisl e dalla Uil, una mezza marcia indietro, visto che il governo ha dovuto comunque cambiare posizione?

«Perché la mistificazione è plateale. C’è solo la “mossa” di un’apertura. Se Berlusconi avesse voluto effettivamente rilanciare il dialogo sociale, aveva modo di farlo in modo inequivoco, sgombrando il tavolo di trattativa dalla pretesa di modificare l’articolo 18. È significativo che lo stesso presidente del Consiglio si sia affrettato a puntualizzare che non c’è alcuno stralcio ma solo una “separazione temporale”, uno “slittamento” a fine luglio, con ciò riconfermando la volontà di giungere in ogni caso a una modifica dell’articolo 18».

Sbagliano, allora, la Cisl e la Uil a sedersi al tavolo di trattativa?

«Io credo che Cisl e Uil si illudano sulla disponibilità del governo. Soprattutto se, come hanno dichiarato ancora in queste ore Angeletti e Pezzotta, Cisl e Uil non intendono in ogni caso discutere di modifiche all’articolo 18, ho l’impressione che il negoziato si arenerà ben presto. In ogni caso, vorrei che tutti evitassimo che una diversità di approccio metodologico si trasformi in una divaricazione sui contenuti. Sento per primo il dovere di contrastare qualsiasi tendenza a ricercare nel movimento sindacale avversari o traditori. Nel sindacato non ci sono nemici. Le difformi scelte nel rapporto con il governo non vanno sottovalutate ma credo che si debba lavorare per superarle. Anche perché restano punti unitari importanti».

Quali?

«Appunto, è importante che anche la Cisl e la Uil abbiano ribadito la indisponibilità ad accettare modifiche all’articolo 18. È un punto di unità sostanziale, che ha consentito di fare crescere la mobilitazione fino allo sciopero generale, da non smarrire…».

Scusi, ma il valore di quello sciopero unitario non s’è già perso per strada? E non si è persa l’occasione, visto che divaricazioni c’erano state anche prima, per recuperare unità e forza su una proposta propria del sindacato?

«È vero, ci si è un po’ tutti affidati alla speranza che il governo, di fronte alla straordinaria riuscita della mobilitazione sindacale e dello sciopero generale, facesse marcia indietro. Non l’ha fatta. Ha solo cercato di accreditare una immagine di dialogo, senza assolutamente cambiare la sostanza delle sue posizioni. Insomma, se si vuole negoziare è necessario spostare radicalmente il terreno del confronto: non quanti diritti i lavoratori debbano perdere, ma quali regole nuove e nuovi strumenti servono per governare la flessibilità del mercato del lavoro senza rendere precarie le tutele dei lavoratori».

Non è di questo che si dovrebbe discutere al tavolo del mercato del lavoro?

«Temo che il percorso costruito da Berlusconi sia più che altro una trappola: il governo, infatti, ha semplicemente dilazionato a dopo il 31 luglio la sua proposta di modifica dell’articolo 18, manifestando una generica disponibilità ad accogliere eventuali intese tra le parti. Ma se Cisl e Uil terranno in ogni caso fermo – come hanno dichiarato e io auspico che avvenga – la non disponibilità a modificare l’articolo 18, il primo agosto il governo procederà comunque a toccare lo statuto dei lavoratori, avendo per di più l’alibi del mancato accordo. E d’altra parte se la Confindustria vuole, come ha sempre dichiarato, che l’articolo 18 sia modificato, non ha che da impedire qualsiasi accordo, sapendo che tanto il governo dopo procederà unilateralmente. Come si vede, è un percorso che non lascia margini ai sindacati, anzi punta a strumentalizzarne la funzione negoziale».

Dunque, non ci sono margini per mantenere un rapporto unitario tra i sindacati?

«Cgil, Cisl e Uil vanno uniti al confronto sugli altri tre tavoli di trattativa in materia di emersione del lavoro nero, fisco e Mezzogiorno. Penso sia positivo. Intanto, perché dimostra che non corrisponde alla realtà l’immagine, che pure si tenta di accreditare, di una Cgil chiusa nel pregiudizio politico a negoziare un’intesa con questo governo. È semmai vero il contrario: pregiudiziale è la volontà del governo di modificare l’articolo 18. Là dove spazio per un confronto vero c’è, anche se già pesantemente compromesso dall’azione controriformatrice dell’esecutivo, la Cgil è lì a esercitare il suo ruolo negoziale. E mi auguro che nella trattativa possano maturare posizioni comuni. Questo non attenua la divaricazione che si è prodotta sul negoziato in materia di lavoro, ma può renderlo meno lacerante».

Divaricazioni, però, non mancano neppure nell’Ulivo. Dalla Margherita, in particolare, si sono levate voci critiche, come quella di Enrico Letta, nei confronti della scelta della Cgil. Si rischia che la spaccatura sindacale diventi anche politica?

«Spero di no, anche perché fino a questo momento le differenze manifestatesi all’interno dell’Ulivo sono concentrate essenzialmente sul metodo: se fosse o meno opportuno accettare il tavolo negoziale. Ma, dal punto di vista sostanziale, anche Enrico Letta ribadisce la non praticabilità della modifica dell’articolo 18».

L’Ulivo può fare qualcosa?

«Sì, è anche della politica l’esigenza di evitare che si consumi una drammatica rottura dei rapporti tra i sindacati e che si compromettano diritti fondamentali dei lavoratori. Credo che il centro sinistra possa aiutare questo passaggio delicato mettendo in campo una iniziativa in grado di tenere insieme la tutela dei diritti dei lavoratori con le esigenze di flessibilità e di competitività delle imprese».

Ha già qualche proposta concreta?

«Penso, innanzitutto, alla riforma del processo del lavoro. Sappiamo quanto siano lunghi i tempi giudiziari: troppo lunghi, con evidenti danni sia per il lavoratori sia per le imprese. Già negli ultimi mesi del governo del centro sinistra una commissione nominata da me, come ministro della Giustizia, e da Salvi, come ministro del Lavoro, aveva individuato correttivi volti a ridurre i tempi del processo, a prevedere un unico grado di giudizio, a rivisitare le concrete fattispecie di giusta causa e, in questo stesso ambito, a rendere più efficace e incisivo lo strumento dell’arbitrato. Anche sul terreno della riforma degli ammortizzatori sociali il centro sinistra non parte da zero…».

Per arrivare dove?

«Alla riforma dell’indennità di disoccupazione, collegata a percorsi di formazione che facilitino il passaggio da un lavoro a un altro; alla riforma della cassa integrazione, estendendola anche alle imprese artigiane e commerciali e all’impresa minore i cui lavoratori oggi non godono di questa tutela; al rafforzamento del reddito di inserimento per chi deve entrare per la prima volta nel mercato del lavoro. Questi due fronti – riforma del processo del lavoro e riforma degli ammortizzatori sociali – possono essere rafforzati da misure davvero efficaci per l’emersione del sommerso e da un nuovo sistema di garanzie e di diritti per tutti i lavoratori. Su quest’ultima materia abbiamo già presentato come centro sinistra una proposta di nuova Carta dei diritti del lavoro, su cui intendiamo avviare una vasta consultazione, a partire dalle organizzazioni dei lavoratori. Insomma, il centro sinistra può offrire un complesso di proposte che favoriscano anche la ripresa di un rapporto sindacale unitario».

A complicare la partita ci si mette anche il referendum promosso da Rifondazione comunista per estendere l’articolo 18 ai lavoratori delle aziende con meno di quindici dipendenti. Una opportunità o una insidia?

«È evidente che debbono essere tutelati i diritti anche dei lavoratori delle imprese minori, ma è altrettanto evidente che quella di applicare per via referendaria qualsiasi regola in vigore per la Fiat, per la Telecom o per la Pirelli ad aziende di 7, 8 o dieci dipendenti è una visione massimalista e velleitaria. Si rischia, all’opposto, di accrescere il lavoro nero. No, insisto: la risposta giusta non è nel referendum di Bertinotti, ma va ritrovata in una coerente azione di riforma, dagli ammortizzatori sociali al mercato del lavoro».

Le riforme costano. Come si conciliano con l’allarme del governatore Fazio sui conti pubblici?

«Costruire una proposta che obblighi il governo ad un confronto diverso da quello che fin qui proposto, appunto sul terreno della competitività e dello sviluppo, è tanto più necessario proprio alla luce delle considerazioni di Fazio. Il governatore ha dimostrato con le sue parole, prudenti ma inequivoche, che l’allarme da noi lanciato sull’economia stagnante è più che fondato. Ricordo che quando io, Bersani e Visco abbiamo denunciato, a metà aprile, che il tasso di crescita sulla base dell’andamento del primo trimestre non avrebbe superato l’1,3%, che il deficit dello Stato stava correndo precipitosamente verso il 2%, che la legge sull’emersione non faceva emergere niente e che i provvedimenti in materia di decontribuzione per i nuovi assunti stavano aprendo un buco nella previdenza, Berlusconi disse stizzito che erano stravaganze dell’opposizione. Quelle stesse stravaganze sono state ribadite dalla Bce, dall’Ocse, dal Fmi. E ieri autorevolmente confermate dal Governatore. La verità è che siamo di fronte a un governo che vive alla giornata. Si preoccupa di come modificare l’articolo 18 ma non di darsi una strategia di politica economica. Prova ne sia che Tremonti, mentre fa finta di non dover fare una manovra correttiva, prepara una legge finanziaria costruita su ipotesi di crescita del tutto diverse da quelle miracolose dell’anno scorso: quindi, una manovra correttiva posticipata che, proprio perché non esplicitamente dichiarata, può rendere più difficile praticarne gli obbiettivi».

Si devono mettere in conto, visto che considera quella del governo una mera operazione d’immagine, ripercussioni sul secondo turno delle elezioni amministrative?

«Intanto, si vota per eleggere i sindaci, le cui competenze e prerogative niente hanno a che vedere con l’articolo 18 e le trattative tra governo e sindacati. E poi, va resa evidente agli elettori la strumentalità di un governo che vuole offrire un’immagine di sé conciliante e dialogante, quando invece opera per dividere il sindacato e ridurre i diritti dei lavoratori. Probabilmente Berlusconi lo fa perché ha constatato che nel primo turno elettorale non pochi lavoratori dipendenti, che pure un anno fa avevano votato per il centro destra, hanno questa volta cambiato il loro voto perché non disposti a vedersi ridotti i propri diritti. E proprio per questo invitiamo questi elettori a non farsi ingannare adesso».