“Intervista” Fassino: sì alle riforme no ai plebisciti

26/07/2002



(Del 26/7/2002 Sezione: Interni Pag. 4)
PARLA IL SEGRETARIO DEI DS
intervista
Umberto La Rocca
Fassino: sì alle riforme no ai plebisciti

ROMA LE riforme istituzionali sono un capitolo aperto. L´invito del presidente del Senato coglie questo elemento e non va lasciato cadere». Sono le cinque di ieri pomeriggio. Piero Fassino è appena intervenuto alla Camera dei deputati nel dibattito sul messaggio del capo dello Stato. Un dibattito disertato da parecchi parlamentari dell´opposizione, da quasi tutti quelli della maggioranza e da tutti i leader del centrodestra, con la lodevole eccezione di Marco Follini. Un clima tutt´altro che ideale per riprendere il filo del discorso sulle riforme istituzionali incompiute. «Non si può tacere che il centrodestra ha fatto di tutto per depotenziare il messaggio del capo dello Stato. Prima ha provato a cavalcarlo e distorcerlo, con la dichiarazione di formale condivisione del presidente del Consiglio che ha addirittura preceduto il comunicato ufficiale del Quirinale. Il tentativo è miseramente fallito perché tutti sanno che il messaggio di Ciampi, nel porre il problema del pluralismo dell´informazione, chiama in causa prima di tutto la concentrazione di potere mediatica di Berlusconi. Quindi la maggioranza ha scelto di snobbarlo. E´ una dimostrazione di insensibilità nei confronti del presidente della Repubblica e di scarso senso istituzionale. Noi invece quel messaggio lo prendiamo sul serio, quindi…». Quindi, il grande tema di come cambiare e migliorare le istituzioni non si può eludere. E il leader ds non lo elude, si dice disponibile al confronto con il centrodestra, ponendo una sola, fondamentale condizione: niente sogni plebiscitari. Al contrario, ogni rafforzamento dei poteri dell´esecutivo deve essere bilanciato dall´allargamento delle garanzie per l´opposizione.

Segretario, partiamo proprio dal messaggio alle Camere. Il centrosinistra vi ha letto un richiamo alla maggioranza sui nodi dell´informazione e del rispetto delle regole. Perché?

«Ciampi è un uomo molto prudente. Se ha deciso di usare uno strumento così forte vuol dire che questo tema, centrale nella democrazia contemporanea, in Italia non è risolto e ciò suscita la preoccupazione del presidente. Tantopiù che il messaggio è arrivato dopo che lo stesso capo dello Stato aveva sollevato per ben undici volte, in interventi pubblici, il problema del pluralismo dell´informazione e delle garanzie fondamentali per assicurare un rapporto equilibrato fra maggioranza e opposizione in un sistema maggioritario. Come non pensare che sia l´indizio dell´inquietudine del Quirinale per l´attenzione insufficiente dedicata a questi argomenti? E non certo da parte nostra…».

Il capo dello Stato invita il Parlamento ad elaborare una nuova legge sul sistema dell´informazione. Lei ha annunciato una proposta del suo partito in questa direzione. In che cosa consiste?

«Il problema, richiamato anche da Ciampi, è quello della concentrazione di potere nell´informazione e delle posizioni dominanti. Noi abbiamo un presidente del Consiglio che è proprietario di tre reti televisive, della principale società di pubblicità del paese, della principale casa editrice, del principale settimanale di attualità politica, di due quotidiani: una posizione dominante che non ha eguali nel mondo democratico. Serve perciò quel che chiede il capo dello Stato: una legge che assicuri pari possibilità di accesso all´informazione per le diverse posizioni politiche e culturali e che in particolare superi il duopolio televisivo. La divisione del mercato tra Rai e Mediaset infatti impedisce, come è scritto anche in una sentenza della Corte costituzionale, l´emergere di altri soggetti e quindi un effettivo pluralismo informativo».

Ritiene che il controllo della commissione parlamentare di Vigilanza vada esteso anche all´informazione privata?

«La commissione di Vigilanza è nata quando esisteva soltanto la Tv pubblica, quindi mi sembra naturale che venga riformata in modo da assicurare il rispetto della parità di accesso anche nelle televisioni private, mentre sarei più attento ad estenderlo alla carta stampata. Ma è tutto il sistema delle garanzie nell´informazione che va adeguato al maggioritario, a cominciare dai criteri di nomina del Consiglio di amministrazione della Rai».

Resta però il nodo del conflitto di interessi.

«Sul conflitto di interessi il centrodestra deve finalmente accettare di riaprire il discorso. La legge in discussione, pur con le modifiche introdotte al Senato, non risolve il problema. Io voglio fare un appello alla maggioranza: quando a settembre il testo tornerà alla Camera, deve esserci la disponibilità a rivederlo, a rimetterci mano. Qualora non ci fosse questa disponibilità, noi riproporremmo la risoluzione del conflitto d´interessi nella legge di sistema per l´informazione auspicata dal presidente della Repubblica».

Ma la soluzione del conflitto di interessi resta pregiudiziale all´avvio del confronto sulle riforme?

«Io non credo molto alle pregiudiziali in politica, perchè pregiudiziale chiama pregiudiziale. Però non può sfuggire un dato evidente: la mancata soluzione del conflitto di interessi e l´assenza di regole nell´informazione rendono più difficile qualsiasi confronto e qualsiasi dialogo. Nessuna pregiudiziale quindi, ma un invito alla maggioranza perché dimostri responsabilità politica e metta in campo atteggiamenti coerenti con la volontà di chi vuole trasformare le istituzioni».

Il presidente del Senato ha fatto appello all´opposizione, e in particolare al suo partito, proprio affinché riparta il dialogo sulle riforme. In definitiva, che cosa risponde?

«Le riforme sono un capitolo rimasto aperto, quindi la sollecitazione di Pera va colta. La transizione istituzionale iniziata nel `92 non è stata compiuta. Abbiamo approvato una riforma federalista, ma i dispositivi con i quali le pubbliche amministrazioni lavorano sono ancora quelli del vecchio stato centralista. Manca la Camera delle regioni come esiste in tutti i sistemi federali. Abbiamo scelto una legge elettorale maggioritaria, però i regolamenti interni delle Camere non sono cambiati, cosicchè, per esempio, commissioni come la Giunta per le autorizzazioni a procedere, la Giunta per le elezioni e le stesse commissioni straordinarie d´inchiesta anzichè essere strumenti di garanzia si sono trasformati a volte in clave usate dalla maggioranza contro l´opposizione. Abbiamo l´indicazione del premier, ma non abbiamo conferito al capo del governo strumenti adeguati».

Quindi?

«Quindi è necessario completare questo lavoro. Chiarendo subito però due cose: primo, le riforme si fanno in Parlamento, alla luce del sole e senza ricorrere a sedi speciali; secondo, non siamo interessati a discutere proposte plebiscitarie come quelle che sembra prediligere Berlusconi. Per intenderci, siamo fermamente contrari all´identificazione del presidente della Repubblica con il capo del governo e all´elezione diretta tanto del premier quanto del capo dello Stato».

Lei ha riconosciuto però che il presidente del Consiglio oggi non ha sufficienti poteri…

«Infatti, ho ben presente che il premier non può neanche sostituire un ministro quando ve ne sia necessità, il caso Mancuso non l´ho dimenticato. Penso che si possa ripartire dalla proposta del programma dell´Ulivo del `96 e del 2001: una legge maggioritaria a doppio turno con l´indicazione, da parte delle coalizioni, del candidato che diventerà primo ministro in caso di vittoria. E, in questo contesto, si possono dare maggiori poteri al capo dell´esecutivo».

Compreso quello di sciogliere le Camere?

«Si può prendere in esame la possibilità che il presidente del Consiglio abbia il potere di proporre, sulla base di serie argomentazioni, lo scioglimento delle Camere al capo dello Stato. Il quale conserva il diritto di accogliere o no la proposta. Naturalmente i maggiori poteri del premier andranno bilanciati con l´estensione delle garanzie dell´opposizione».

Quali?

«Della parità di accesso all´informazione ho già detto, ma si dovrà anche ampliare l´applicazione del voto a maggioranza qualificata ad argomenti di rilevanza istituzionale quali ad esempio l´istituzione delle commissioni d´inchiesta che potrebbero essere presiedute, di regola, da un esponente dell´opposizione».

Perché preferisce la legge elettorale maggioritaria a doppio turno a un sistema proporzionale che assicuri stabilità come quello in vigore nelle Regioni?

«Spesso si commette l´errore di pensare che esista una legge elettorale buona in sè e immune da contraddizioni. Non è così. La legge elettorale non è un fine, è soltanto un mezzo. Mettiamoci d´accordo sui fini, quindi. Primo: la legge elettorale deve garantire che la volontà degli elettori non possa essere stravolta dopo il voto dalle decisioni dei partiti; e dunque che governi chi ha vinto le elezioni. Secondo: che chi governa sia messo nelle condizioni di farlo in un quadro di stabilità di legislatura. Terzo: che chi sta all´opposzione abbia le garanzie e gli strumenti per poter far valere le proprie posizioni e vederle riconosciute. Serve una legge elettorale che realizzi questi tre obbiettivi. Io dico che, guardando alla storia del nostro paese, alle sue culture politiche che sono più di due, alla storia delle istituzioni, il sistema elettorale maggioritario a doppio turno appare il più adatto e il più utile. Perchè consente, al primo turno, ad ogni forza politica senza limiti per nessuno, di potersi presentare agli elettori e verificare il consenso che raccoglie. Ma al secondo turno obbliga i partiti a coalizzarsi, permette agli elettori di scegliere chi deve governare e dà al vincitore la possibilità di farlo con una maggioranza stabile per l´intera legislatura. Io sono convinto che questa legge sia la migliore. Detto questo però, se ci sono altre proposte vengano avanti. Purché ripeto, assicurino questi fini».

A sinistra c´è chi ritiene che con questo centrodestra non si possa neanche aprire il discorso e chi si ritiene «amareggiato» dalla semplice possibilità che accada.

«Vorrei ricordare a chi a sinistra ha dei dubbi, che la necessità di dare corso alle riforme istituzionali era il primo punto del programma con cui l´Ulivo vinse nel 96 le elezioni. Non solo, in quel programma si proponeva anche quella Bicamerale tanto vituperata che in realtà il centrosinistra adottò in alternativa a chi voleva un´assemblea costituente che avrebbe delegittimato il Parlamento. Ancora vorrei ricordare che se la Bicamerale è fallita, la responsabilità è stata di Berlusconi che negò all´ultimo momento il sostegno a proposte su cui vi era un largo accordo. E anche oggi, con le sue proposte plebiscitarie, il principale ostacolo a fare le riforme istituzionali che effettivamente servono è il presidente del Consiglio. Non capisco proprio perché il centrosinistra, e la sinistra, dovrebbero avere paura di esser loro a dare alla Repubblica italiana quell´assetto istituzionale moderno e democratico del quale ha bisogno».