“Intervista” Fassino: «Ora unità, non è più tempo di divisioni»

21/10/2002

sabato , 19 ottobre 2002
VARIE

«Ora unità, non è più tempo di divisioni»

Fassino: penso che lo stesso Epifani si auguri che questo sia l’ ultimo sciopero che la Cgil proclama da sola Il segretario della Quercia: senza un forte rapporto tra i sindacati gli stessi obiettivi della manifestazione di oggi sono più difficili da raggiungere
Caiano Enrico

DAL NOSTRO INVIATO TORINO – Ha scelto Torino, la città della Fiat. Come Epifani, come Bertinotti. Anche Piero Fassino, il segretario dei Ds, era in piazza San Carlo per partecipare allo sciopero generale indetto dalla Cgil in difesa dell’ articolo 18 e contro la politica economica del governo. A manifestare con la sua presenza il sostegno della Quercia alla Cgil nella sua scelta solitaria, avversata dalle altre due confederazioni nazionali. Con la speranza di non vedere più bandiere di un solo c olore ad uno sciopero generale. Anzi qualcosa di più di una speranza, una convinzione: «L’ unità sindacale è una scelta di fondo, un valore che non può essere smarrito».

Che effetto le ha fatto la «sua» piazza San Carlo?

«Ho visto tanta gente nella p iazza di questa mia città. Gente che in primo luogo poneva una domanda di unità. Perché i lavoratori per primi si rendono conto che senza una forte unità sindacale gli stessi obiettivi di questo sciopero sono più difficili da raggiungere. E al centro di questo sciopero c’ erano temi cruciali: la gente chiede che cambi una politica economica che in un anno e mezzo non ha prodotto i risultati annunciati. L’ Italia ha il più basso tasso di crescita degli ultimi 10 anni, è in una condizione di stagn azione produttiva, ristagnano i consumi, sono ripresi inflazione, deficit, debito pubblico. Il primo obiettivo della mobilitazione era chiedere un’ altra politica economica, una Finanziaria diversa da quella che Tremonti ha presentato. Poi, soprattut to a Torino, lo sciopero era anche per chiedere un piano industriale Fiat in grado di dare sufficienti garanzie che l’ azienda è in grado di superare la crisi. Ora, nessuno di questi temi è un tema su cui non è possibile realizzare l’ unità tra i sin dacati».

Eppure Angeletti e Pezzotta hanno parlato di «sciopero inutile» mentre Epifani dal palco ha chiesto loro di smetterla «con gli errori». Non tira aria di unità sindacale, il suo sembra destinato ad essere un auspicio o poco più.

«Noto che i s indacati metalmeccanici hanno annunciato uno sciopero della categoria unitario sulla vicenda Fiat. E come è pensabile che se si sciopera insieme sulla Fiat poi ci si divida sulla piattaforma contrattuale? Faccio una proposta».

Quale, segretario?

«Ogn uno mantenga il suo punto di vista su ciò che li ha divisi. Guardiamo avanti, non indietro. Una Finanziaria diversa, una politica per il Mezzogiorno, un piano industriale per la Fiat, piattaforme contrattuali che corrispondano alle esigenze dei lavor atori. Sono 4 terreni su cui è possibile una ricomposizione unitaria se si vuole costruire obiettivi comuni. Nessuno chieda all’ altro un’ autocritica perché si rischia di avvitarsi in una spirale di recriminazioni e accuse reciproche che non portano da nessuna parte».

Si augura che questo sia l’ ultimo sciopero generale indetto da una sola organizzazione sindacale?

«Credo che sia lo stesso Guglielmo Epifani, come qualsiasi dirigente sindacale ad augurarsi che questo sia l’ ultimo sciopero gener ale proclamato da solo. Io so che oggi ci sono le condizioni per individuare terreni di unità. E so anche per esperienza, essendo torinese e avendo dedicato ai temi del lavoro e del sindacato 17 anni della mia vita politica, che l’ unità è un valore in sè».

Eppure la stessa storia della Fiat è costellata di scioperi non unitari, sostenuti dalla sola Cgil...

«A Torino sono stato educato alla politica da dirigenti sindacali che negli Anni 50, nell’ epoca di Valletta, quando la divisione sindacale era molto più profonda di oggi e la Cgil era davvero in una condizione di solitudine e isolamento, organizzavano gli scioperi da soli e spesso da soli se li facevano. Ma il giorno stesso in cui lo proclamavano non rinunciavano ad andare a parlare a q uelli di Cisl e Uil che pure erano più distanti da loro di quanto non lo siano oggi. Ricordo che a Torino nella fase più alta del processo di costruzione del sindacato unitario coinvolgemmo anche il Sida, cioè il sindacato fondato 20 anni prima da Va lletta. L’ unità è un obiettivo a cui tendere sempre. Che non cade dal cielo e non si costruisce neanche in una logica competitiva per cui ciascuno pretende di avere ragione sull’ altro».

Lei chiede unità, Epifani chiede a voi dell’ Ulivo di sostener e la legge sulla rappresentanza sindacale. Che risponde?

«Sono d’ accordo che sia necessaria una legge sulla rappresentanza sindacale, ne parlai nella relazione del congresso di Pesaro. Detto ciò mi lasci però dire che l’ unità sindacale deriva anzit utto da un atto di volontà politica».

Veniamo alla crisi Fiat: la convincono il piano dell’ azienda e le prime mosse del governo?

«Le prime mosse del governo mi sono sembrate approssimative e superficiali. E il piano dell’ azienda mi pare richieda ma ggiore chiarezza sulle prospettive: è importante quello che si vuole fare oggi ma lo è altrettanto sapere dove si vuole andare e che destino avrà la Fiat tra qualche anno. Partiamo da un dato: siamo di fronte a un qualcosa che va molto più in là di u na crisi aziendale. La Fiat è uno dei simboli dello sviluppo industriale e capitalistico del Paese. E’ chiaro che la sua è la crisi di un pezzo del sistema produttivo e industriale d’ Italia. La Fiat è un bene nazionale ed è interesse di tutti lavora re perché questo patrimonio non si disperda. Dal che consegue che quella per la salvezza della Fiat non è una battaglia su cui piantare la propria bandiera di organizzazione. Meno che meno può essere un terreno di scontro pretestuoso tra maggioranza e opposizione».

Dunque siete pronti a collaborare con il governo all’ obiettivo salvezza?

«Tutto ciò che serve per salvare l’ azienda troverà in noi interlocutori pronti a discutere e pronti ad assumere impegni e a concorrere alle decisioni. Tutto ciò che è utile a dare una prospettiva. Mentre contrasteremmo misure che fossero soltanto dei pannicelli caldi che allungano l’ agonia».

La sua ricetta?

«Innanzitutto diciamo che vive la crisi più grave mai conosciuta, ma può uscirne. Dia mo intanto un segnale di fiducia. Se può farcela va messo in campo tutto quel che è necessario facendo ciascuno la propria parte».

A cominciare da chi?

«Dalla Fiat: deve presentare un piano industriale che sia credibile nelle sue prospettive, indicando una strategia di risalita. L’ ultima cosa che serve è la lenta gestione di un declino. Serve invece un piano che dia il senso di una ripresa. L’ azionista principale, a partire dalla famiglia Agnelli, faccia la propria parte mettendo a disp osizione le risorse necessarie. Lo ha fatto sempre, continui a farlo. Privilegiando il core business rispetto all’ insieme delle disponibilità finanziarie che ha. Voglio dire che prima di decidere che bisogna alienare la Ferrari o l’ Iveco forse se c ‘ è qualcosa da alienare si deve ragionare se è del tutto interno al core business di un’ azienda automobilistica possedere una società di assicurazioni».

Addio alla Toro, dunque. E lo Stato?

«Non credo serva uno Stato che torna a fare l’ impr enditore, sarebbe paradossale quando il dibattito dell’ ultimo decennio è stato quello di liberalizzare attraverso un processo di privatizzazioni. Poi troverei curioso che si pubblicizzasse la Fiat nel momento in cui c’ è qualcuno che ci propone di p rivatizzare gli ospedali. Mi pare più ovvio e naturale lasciare privata la Fiat e pubblici gli ospedali. Ma questo non significa che lo Stato debba essere un semplice notaio. Deve avere una strategia per accompagnare l’ azienda. E accompagnare signif ica sostenerla in tutte le sue esigenze con gli strumenti e le politiche che sono propri di uno Stato». Ovvero? «Anche con un piano industriale migliore ci sarà una fase transitoria che comporterà la gestione di una certa quota di manodopera eccedent e. C’ è il problema della ristrutturazione degli impianti. Lo Stato metta a disposizione tutte le risorse necessarie per la cassa integrazione, la mobilità, gli ammortizzatori sociali. Se ha soldi, incentivi nuove attività imprenditoriali che possano assorbire eventuale forza lavoro che non dovesse rientrare in Fiat. E con interventi ad hoc di sostegno garantisca che gli impianti del Sud non vengano messi a rischio. Termini Imerese non può chiudere».

Enrico Caiano