“Intervista” Fassino: la riforma Dini non basta più

09/07/2007
    sabato 7 luglio 2007

    Pagina 7 – Economia

      L´Intervista

        Il segretario Ds: la riforma Dini non basta più, se non si rimette mano al sistema i giovani di oggi non prenderanno la pensione

          "Non è uno scandalo lasciare a 60 anni"

            Fassino: intesa possibile se ognuno fa uno sforzo, nessuno vuole la crisi

              ELENA POLIDORI

              ROMA – Ma non è che sulle pensioni cade il governo? «Mi auguro di no. Credo che una crisi non la voglia nessuno, neppure Bertinotti», assicura Piero Fassino, segretario dei Ds. «Ma è chiaro che questo comporta che ciascuno faccia uno sforzo per arrivare ad un accordo».

              Neanche il presidente della Camera, la vuole. Però ammette che il rischio esiste. Lei no?

                «Dobbiamo sapere che i problemi hanno una loro verità e con i problemi bisogna fare i conti anche quando sono difficili e implicano scelte complesse».

                Ma il rischio c´è o no?

                  «Il rischio esiste, ma io penso che una intesa sia possibile. Nessuno può oggi caricarsi sulle spalle la responsabilità di non fare la riforma delle pensioni e al tempo stesso aprire una crisi politica dagli esiti imprevedibili».

                  Però si assiste a una diatriba infinita tra riformisti e sinistra radicale: non ci potevate pensare prima, stendendo il programma, che questa storia della previdenza era incandescente?

                  «Guardi che nel programma non c´è scritto solo che si deve superare lo scalone ma anche che bisogna guadare alle dinamiche demografiche che impongono un riassetto del sistema previdenziale, incluso livello e modalità dell´età pensionabile. Noi non vogliamo punire nessuno bensì uscire da una situazione in cui ogni due anni si riparla di pensioni».

                  Riconoscerà che lo scontro si è un tantino radicalizzato…

                    «Già. Ma resto convinto che le condizioni per un accordo ci sono. Ci sarà pure una ragione per cui negli ultimi 20 anni tutti i paesi industriali hanno messo mani alla previdenza. Bene, la ragione sta nella curva demografica e nelle dinamiche del mercato del lavoro».

                    Anche l´Italia l´ha fatto…

                      «Si, solo che ora la riforma Dini non basta più a garantire l´equilibrio finanziario. Se non ci si rimette mano c´è il rischio che lavoratori in carne ed ossa quella pensione non la prendano mai. E che non la prende chi comincia a lavorare adesso».

                      E tuttavia alcuni senatori, a suo tempo imbarcati, ora minacciano di votare contro. Che vi aspettavate?

                        «Se un senatore vota a favore o contro dovrebbe deciderlo solo ad accordo raggiunto. E´ opinabile annunciare voti così. Meglio aspettare che il governo faccia la sua proposta».

                        Riformisti, sinistra radicale e ora pure «pentiti», se così si può dire. Guardando al Partito democratico: non doveva parlare una sola voce?

                          «Il Pd vuole essere il partito dei riformisti, non di tutto il centrosinistra. Non abbiamo mai preteso di rappresentare Rifondazione e neppure Mastella».

                          Secondo lei, che effetto fanno sull´elettorato tutti questi annunci su scalone, scalini, finestre?

                            «Creano certamente sconcerto, ma l´elettorato è fatto di italiani che hanno buon senso. Poiché le aspettative di vita superano gli 80 anni, risulta evidente alla maggioranza dei cittadini che non è uno scandalo andare in pensione a 60: quasi tutti a quell´età sono vitali».

                            Sicuro?

                              «Il 50% di quelli che hanno diritto ad andare in pensione a 57 anni continua a lavorare fino a 60. Diciamo che c´è una tendenza naturale. Tanto più che adesso si entra nel mondo del lavoro più tardi per cui alla fine il saldo degli anni lavorati è sempre lo stesso».

                              Secondo Bertinotti c´è un lavoro più usurante: quello degli operai.

                                «La sua distinzione tra operai e impiegati è ideologica e insostenibile. Ci riporta indietro di trent´anni. E in questi trent´anni abbiamo lavorato proprio per superare la visione manichea secondo cui l´operaio è buono e l´impiegato è meno buono».

                                Per lei, quali sono i lavori usuranti? Gli operai di Bertinotti o anche le badanti, gli infermieri, i camionisti…

                                  «E´ possibile individuare i lavori usuranti affidandosi alle normative contrattuali che già segnalano i lavori onerosi. Ma un conto è riconoscere la fatica e lo stress, un altro è dare una lettura manichea dei problemi che non convince».

                                  Sta di fatto che Rifondazione guarda agli operai e giudica socialmente intollerabile alzare l´età pensionale e i riformisti vogliono scalini e incentivi. Allora, che mediazione si può fare?

                                    «Intanto agli operai guardo anch´io. Ma la proposta deve avanzarla il governo e dunque non mi arrogo questo diritto».

                                    Avrà un´idea, però..

                                      «Penso che lo scalone si possa superare con scalini più graduali, oppure adottando il metodo delle quote fondato sull´incrocio tra anni contributivi ed età. Infine, che bisogna ricorrere anche ad incentivi. E´ illusorio invece puntare solo a questi ultimi. Ma ripeto: tocca al governo pronunciarsi».

                                      A questo proposito: avete stilato un dodecalogo in cui si diceva che era Prodi a decidere. Poi siete tornati indietro. Ora tocca di nuovo al premier. Non le sembra una situazione confusa?

                                        «No, le cose sono chiare. C´è un ministro, cioè Damiano che da mesi lavora d´intesa con Prodi e Padoa-Schioppa. Adesso sarà il premier a fare la sintesi».

                                        Chiare? Si vedono liti, scontri, strappi. Non c´è il rischio di una crisi di immagine anche all´estero? Già fioccano i rimproveri delle istituzioni internazionali.

                                          «Su questo, c´è la responsabilità di tutti, della politica come del sistema mediatico. Ricordo in ogni caso che in un anno abbiamo risanato i conti pubblici».

                                          Se la prende con i giornalisti?

                                            «No, ma le faccio un esempio: sono settimane che si parla solo di scalone, che si guarda solo all´albero e non alla foresta».

                                            La foresta sarebbe?

                                              «Che il governo ha già stanziato 2,5 miliardi per aumentare le pensioni più basse e rende più sicure quelle dei precari, finanziare gli ammortizzatori sociali e sostenere la competitività. Ebbene, questa notizia è, per così dire, archiviata. Viviamo in un tempo in cui ci si occupa solo dell´uomo che morde il cane. Il contrario, è troppo normale e quindi non se ne parla».

                                              Come dovrebbe porsi il Pd del domani sul tema pensioni?

                                                «Proprio come ci stiamo ponendo nel dibattito in corso. Vogliamo un meccanismo equo e giusto e pensioni dignitose».