“Intervista” Fassino: è l´ora del nuovo Welfare

27/10/2003


26 OTTOBRE 2003

 
 
Pagina 9 – Interni
 
 
Il segretario ds: basta con la sinistra del "non si tocca niente", il sindacato non giochi in difesa Fassino: andiamo oltre i no è l´ora del nuovo Welfare
          il governo Si astenga dal depositare il testo che ha annunciato. Ripartiamo dal percorso di verifiche e parametri già previsto
          la riforma dini L´ho votata e difesa ma quella riforma rischia di non coprire o di coprire in maniera insufficiente tanti nuovi lavori
          le novità Sono notevoli: allungamento del tempo di vita, esplosione del mercato flessibile, ingresso ritardato nel mondo del lavoro

          GOFFREDO DE MARCHIS

          ROMA – Piero Fassino venerdì era in piazza e oggi dice: «Lo sciopero generale è stato un successo». Ma guarda già avanti lanciando due sfide. La prima al governo: «Sia saggio, non presenti la riforma delle pensioni». La seconda è alla sua parte politica. C´è bisogno di una svolta storica, di andare oltre i «no» avviando la riforma del Welfare. «Non appartengo alla sinistra del "non si tocca niente" – spiega il leader dei Ds -. Ho votato e difeso la riforma Dini. Ma so bene che quel testo è figlio del taylorismo, di una concezione del mercato del lavoro più stabile di quella che conosciamo oggi. Tanti nuovi mestieri rischiano di non essere coperti da quella riforma o di esserlo in maniera insufficiente. Dobbiamo tenerne conto e inserire la verifica del sistema previdenziale in una revisione complessiva dello stato sociale. La sinistra politica e il movimento sindacale devono avere l´ambizione di riformare il Welfare, di non arroccarsi su una trincea puramente difensiva».
          Segretario, qual è il messaggio dello sciopero generale e delle manifestazioni in tutta Italia?
          «Il messaggio è chiaro: il governo deve ritirare la sua riforma delle pensioni. O meglio non presentarla visto che per il momento il testo non c´è e, come al solito, siamo alla politica dell´annuncio. La mia richiesta dunque è la stessa del sindacato. Non avendo formalizzato la proposta, il centrodestra può persino godere di un piccolo vantaggio. Non deve fare marcia indietro, basta che si astenga dal depositarla. Il progetto di Tremonti, del resto, risponde a due requisiti che non hanno niente a che fare con i problemi della spesa previdenziale. Uno è puramente simbolico: nel momento in cui il governo è in caduta libera di consensi cerca di risollevarsi mostrando un piglio decisionista. Decisionista per modo dire perché la riforma scatterebbe dal 2008… Secondo, Tremonti vuole mandare un messaggio a Bruxelles: siamo in grado di fare riforme strutturali e non solo provvedimenti una tantum. Ma sono argomenti spuri rispetto al tema. La questione previdenziale è più complessa. Finora nessuno ha spiegato a vantaggio di chi andrebbero i minori costi delle pensioni. Vanno a coprire i buchi di una fiscalità in diminuzione? Si toglie agli strati popolari, ma per dare a chi? Oppure, come noi chiediamo, deve esserci una relazione chiara e contrattata con le parti sociali, in cui quel risparmio s´indirizza alla riforma degli ammortizzatori sociali, alla formazione permanente, a un riassetto complessivo del Welfare? Ecco perché dico: ripartiamo dalla riforma Dini, che ha ottenuto dei risultati e già contiene un percorso di verifiche, dei parametri precisi e decisivi come il rapporto tra spesa previdenziale e Pil».
          Altri Paesi però sono costretti a dei correttivi, dalla Francia governata dal centrodestra alla Germania di Schroeder.
          «Sono obbligati a fare quello che noi abbiamo già fatto nel ’95. Non a caso nelle tabelle dell´Unione europea, da qui al 2050, si vede che la spesa italiana per le pensioni è la più bassa dei Quindici. Nel 2030, ad esempio, l´incremento sarà dell´1,9 per cento mentre in Paesi come la Germania, la Svezia, la Francia, il Portogallo la media è del 4 per cento. Per questo corrono ai ripari. La Dini ha già introdotto il calcolo contributivo, ha superato quelle pensioni d´anzianità che consentivano di andare a riposo con 35 anni a prescindere dall´età anagrafica, ha equiparato i trattamenti dei dipendenti pubblici e privati. Fin qui, ci sono stati risparmi per 200 mila miliardi di vecchie lire. È un risultato. Alcuni punti della Dini, poi, non sono ancora stati attuati come il graduale avvicinamento dei contributi dei dipendenti e dei lavoratori autonomi, l´estensione definitiva a tutte le categorie del calcolo delle pensioni sulla media del salario degli ultimi 10 anni anziché sull´ultimo stipendio e gli incentivi che sblocchino le liquidazioni per alimentare i fondi pensione».
          Allora ha ragione chi dice: la riforma Dini non si cambia.
          «Non appartengo alla sinistra del "non si tocca niente". Ho votato e difendo ancora oggi la riforma Dini, ma so che non esaurisce tutti i problemi. Quel testo non tiene conto di alcuni elementi nuovi. Il tempo della vita si allunga e impone di ridefinire i percorsi previdenziali, l´età pensionabile, l´età contributiva. La riforma Dini è figlia di un mercato del lavoro stabile e rigido, ma in questi anni abbiamo avuto l´esplosione del mercato flessibile. Tutti i giovani che entrano nel mercato del lavoro con tipologie contrattuali come co.co.co o affitto-lavoro o job sharing rischiano di non essere coperti dalla riforma Dini o coperti in maniera insufficiente. Potrebbero non avere un percorso previdenziale unitario. Fanno dieci lavori in una vita e alla fine non hanno una pensione civile e dignitosa con cui vivere. Questo non è possibile, non è giusto. Un altro punto: l´ingresso nel mondo del lavoro ormai avviene in media a 27-28 anni. Se a questi ragazzi diciamo semplicemente, come fa Tremonti, "si va in pensione o con 40 anni di contributi o con 65 anni di età", quel giovane o va a riposo a 68 anni o a 65 non ha la pensione sufficiente. Abbiamo bisogno di un sistema previdenziale che sia capace di coprire tutti i lavoratori, quale che sia il loro lavoro. E qualsiasi modernizzazione dl sistema previdenziale è parte di un riassetto del Welfare. Se non è così, non funziona».
          Il centrosinistra è pronto a mettere in campo un suo progetto di nuovo Welfare?
          «La sinistra e il sindacato devono avere l´ambizione di riformare il Welfare, proprio per evitare che la destra lo smantelli, e di non arroccarsi su una trincea puramente difensiva. Ma con la stessa forza ora bisogna chiedere che il governo ritiri la sua proposta altrimenti non ci sono le condizioni per un confronto. Intanto si riparta dal dialogo con le parti sociali. Nessuno può sostituirsi al sindacato nella contrattazione. Poi, quando si passa alla fase legislativa, c´è una funzione della politica. Comunque, è un grande equivoco, un´immagine falsa quella di un governo che vuole fare le riforme mentre la sinistra e il sindacato dicono: non si tocca niente».
          Due settimane fa, però, lei ha accennato a un confronto sulla gradualità dell´età pensionabile e, a sinistra, le sono saltati addosso.
          «Io ho detto: non sono accettabili le proposte avanzate dal governo. Dopo di che si apre un negoziato e si guardano in faccia i problemi perché bisogna affrontare sia le pensioni che il Welfare. Ma il punto non è "toccare o non toccare". Il punto è come e perché. Occorre un sistema previdenziale per cui ogni cittadino abbia una pensione dignitosa e civile, è il criterio base. Se invece si fa una riforma per cui qualche cittadino rischia di non avere una pensione, proprio non va. È buon senso, mi rendo conto, ma è bene non smarrirlo. Abbiamo bisogno di costruire un sistema che tuteli i lavoratori stabilizzati, ma anche le fasce più deboli, i giovani, le donne, gli immigrati che sono un pezzo crescente del mercato del lavoro. Un sistema previdenziale capace di assicurare i diritti di tutte le generazioni. E dobbiamo collocare questa discussione in un riforma più generale di Welfare. In una società che conquista una vita più lunga, c´è bisogno di certezze per coloro che vivono di più e anche per i giovani che devono entrare nel mercato del lavoro. La testa e la coda della curva demografica, cioè. L´Italia, oggi, ha un sistema previdenziale che rischia di penalizzare sia la testa sia la coda».
          La riforma Dini dunque funziona fino a un certo punto.
          «La Dini ha avviato un percorso che non è esaurito. Si deve proseguire su quella strada affrontando i problemi ancora aperti. Però è il governo a dover creare le condizioni, il primo passo spetta a loro: si astengano dal presentare la riforma Tremonti. E la smettano di fare la caricatura dei sindacati. Vorrei ricordare che in Italia siamo entrati nell´Euro con il contributo decisivo delle organizzazioni dei lavoratori».
          Oggi però i sindacati si limitano a pronunciare dei "no", come dimostra anche l´accoglienza ricevuta dalla sua ipotesi di una gradualità per l´innalzamento.
          «Dico una cosa che Prodi ha detto più volte nel passato. Nel momento in cui il tempo di vita si allunga non è irragionevole pensare che questo determini anche l´innalzamento dell´età pensionabile. A due condizioni. La prima: in ogni caso non deve essere messa in discussione una libertà di scelta per consentire, a chi lo desidera, di andare a riposo a un´età giusta. Secondo: un innalzamento non può che essere caratterizzato da una gradualità, non si possono violentare le aspettative di vita che ciascuno si è costruito. In Francia Raffarin arriva a 40 anni di contributi nel 2020, qui Tremonti vuole passare da 35 a 40 in un minuto».
          Altre critiche sono di segno contrario. Il senatore Franco Debenedetti chiede alla sinistra di smetterla con la politica dell´ossimoro: "modernità e diritti", «flessibilità e solidarietà". Così si rimandano le scelte e sostanzialmente si resta fermi, il riformismo non c´è.
          «Capisco cosa vuol dire Debenedetti. Ma, ripeto, la questione non è scegliere o non scegliere ma cosa scegliere. Mi sono sempre battuto perché la sinistra e il sindacato non avessero un´opposizione di principio alla flessibilità. Però rifiuto l´idea della precarietà e allora devo occuparmi di costruire una griglia di strumenti per fare in modo che anche un lavoratore flessibile abbia certezze. L´interinale lavora 4 mesi poi sta fermo 4 e ne lavora altri 4. Sono favorevole alla società di affitto-lavoro. Ma penso sia necessario stabilire che in quei quattro mesi di non occupazione ci sia un salario minimo garantito. Ecco come si coniugano modernità e diritti».
          Non dirà mai "modernità"e basta?
          «Guardi, io, a differenza di una parte della sinistra, non ho mai avuto paura di questa parola. Anzi, la uso spesso. Ma mi batto per far vivere i valori della sinistra nella modernità».