“Intervista” Fassino: «Così diamo più forza alla Cgil»

27/06/2002

 Intervista a: Piero Fassino
       
 



Intervista
a cura di

Pasquale Cascella
 

26.06.2002
Fassino: «Così diamo più forza alla Cgil»


ROMA
È secco Piero Fassino: «Non è vero che i Ds si siano schierati contro la Cgil». Prove alla mano: la sua relazione alla Direzione, gli appunti delle conclusioni del dibattito, il testo della risoluzione votata dalla maggioranza: «È netto il mio giudizio avverso alle modifiche all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che il governo cerca di imporre. Così come chiaro è il nostro sostegno a tutte le iniziative di lotta per salvaguardare i diritti essenziali dei lavoratori e per contrastare le politiche del governo. Ma per battere politiche tanto dannose c’è bisogno di allargare il fronte politico e sociale. Per questo siamo impegnati a offrire una progetto unitario che eviti che la divisione sindacale si traduca in una lacerazione drammatica».
È vero, tutto questo è agli atti. Ma lo è anche il voto contrario all’ordine del giorno della minoranza che chiedeva un sostegno pieno e «non diplomatico» alla Cgil. C’era bisogno di arrivare alla conta?

«No. Credo – e l’ho detto in Direzione – che quell’ordine del giorno fosse inopportuno. Non ce n’era proprio bisogno: non aggiungeva niente alla linea politica ma si prestava a strumentalizzazioni…».

Inevitabili come le polemiche. Ora ci si mette anche il ministro Maroni a dire che i Ds hanno abbandonato Cofferati. Allora?

«Il ministro Maroni prima si metta d’accordo con se stesso, visto che un giorno dice che la Cgil è schiacciata sui Ds e quello appresso che i Ds abbandonano la Cgil, e poi si legga la risoluzione approvata dalla nostra Direzione. Capirà da solo che è meglio evitare tanto le letture strumentali quanto le provocazioni».

Ma, al di là dell’opportunità, c’è un contrasto politico che riaccende la lacerazione congressuale?

«Sono sempre portato a pensare bene, non a pensare male. E voglio credere che quei compagni della minoranza che hanno voluto votare a tutti i costi un documento che, come si è purtroppo visto, è diventato occasione per un attacco strumentale ai Ds e alla Cgil si rendano conto di aver compiuto un errore. Che si traduce in un danno per noi e anche per il sindacato».

La Cgil, però, si è detta immediatamente irritata per quel voto. Come se la spiega una reazione così dura?

«Credo sia stata una reazione suscitata a caldo dal modo in cui i tg hanno dato la notizia. Banalizzata con titoli come “i ds bocciano la Cgil”. Peccato che le cose non sia andate così».

Invece, come sono andate?

«La riunione della Direzione era dedicata all’esame del voto amministrativo e alle prospettive politiche. C’è stato un dibattito forte, alto, che ha registrato una generale soddisfazione per l’esito elettorale positivo e una convergenza ampiamente unitaria sulla necessità di aprire una seconda fase del centrosinistra. È in questo quadro che si colloca l’analisi del conflitto sociale che da mesi caratterizza il rapporto tra i sindacati, la Confindustria e il governo. Ho detto già nella relazione che restiamo fermamente contrari alla modifica dell’articolo 18, realmente convinti che il provvedimento del governo sia sbagliato».

Perché?
«Perché introduce una differenza tra i neo assunti e i lavoratori che già sono in carico alle aziende, e una differenza tra le aziende che superando i 15 dipendenti potranno avere la deroga alla giusta causa rispetto alle imprese che già hanno più di 15 lavoratori. Un doppio standard che suscita un serio dubbio di costituzionalità. E soprattutto rischia di aprire la strada a modifiche ulteriori, in futuro, anche per gli altri lavoratori. Già adesso non c’è solo l’assalto all’articolo 18, ma si punta a introdurre l’assoluta libertà di intermediazione di manodopera e a disarticolare le aziende in unità produttive minori. Pensi che accadrebbe con una azienda di 90 dipendenti che, dalla sera alla mattina, si trasforma in nove aziende di 10 dipendenti ciascuna, con l’annullamento di ogni diritto per quei 90 lavoratori e una economia destrutturata in microimprese».

Sia pure piccole, per questa via le imprese non guadagnerebbero in competitività?

«È una mistificazione sempre più palese. Non è riducendo i diritti dei lavoratori che si risponde alle esigenze di competitività. Le imprese, semmai, hanno bisogno di minore prelievo fiscale, e non lo hanno avuto nel 2002 e c’è da dubitarne che lo avranno nel 2003. Hanno bisogno di infrastrutture moderne, e il governo per incapacità progettuale e operativa in un anno non è riuscito ad aprire un solo cantiere. Hanno bisogno di regolarizzare i lavoratori immigrati, e la legge Bossi-Fini gli rende tutto più difficile. Hanno bisogno di sostegni alla ricerca e all’innovazione, e il governo ha tagliato le risorse del 30%. Anche per questo, tanto più per questo, bisogna togliere al governo ogni alibi sull’articolo 18 e metterlo di fronte alla responsabilità di rispondere delle vere politiche per la competitività che non fa».

Come si tengono assieme i due fronti?

«Solo se il nostro impegno contro la modifica dello Statuto dei lavoratori si accompagna all’iniziativa per allargare lo schieramento attorno a proposte alternative. E su questo terreno abbiamo recuperato spazio vitale. Dieci giorni fa non avevamo nemmeno una posizione comune dei partiti dell’Ulivo. Oggi ce l’abbiamo, e vorrei fosse chiaro che non è per effetto di un miracolo, ma perché abbiamo costruito con i nostri alleati la convergenza che ora fa dire a Francesco Rutelli che le modifiche all’articolo 18 sono inaccettabili e a Paolo Onofri che quella del governo è solo una mancia penosa. Con lo stesso spirito con cui abbiamo perseguito questa posizione unitaria del centrosinistra, ci poniamo il problema di favorire il superamento delle divisioni sindacali».

Crede davvero che Cisl e Uil possano cambiare le loro posizioni alla stretta finale delle trattative separate?

«Francamente non credo possano mutare posizione dall’oggi al domani. Ma un conto è lavorare per circoscrivere le diversità tra la Cgil, da un lato, e la Cisl e la Uil, dall’altro, lavorando perché su altri terreni i sindacati possano tornare a muoversi unitariamente; altra cosa è assistere passivamente a una rottura che si allarga a macchia d’olio tra sindacati e sindacati, tra lavoratori e lavoratori, lacerando qualsiasi prospettiva unitaria. Se mi è permesso richiamare la mia storia personale…».

Prego.

«Ho ormai trent’anni di vita politica alle spalle, 17 dei quali trascorsi a occuparmi di operai, di fabbriche, di produzione, di sindacato. Ho sempre presente la lezione di grandi dirigenti sindacali come Emilio Pugno e Aventino Pace a considerare l’unità dei lavoratori come bene prezioso ed essenziale. È nel mio dna, è la bussola che mi guida anche in questi frangenti: la divisione non è un danno solo per i sindacati, che rischiano di essere molto più deboli nella loro attività negoziale e di rappresentanza, e per i lavoratori, che rischiano di essere tutelati meno efficacemente, ma è un danno per lo stesso campo delle forze progressiste e democratiche. Il nostro è un partito che ha nel mondo del lavoro uno dei suoi tratti fondamentali di identità, ma proprio perché il lavoro è fondante della nostra cultura, sentiamo il dovere di batterci per una politica che parli a tutta la società. E credo che impegnarci per l’unità politica della coalizione e per l’unità sindacale risponda all’interesse generale del paese».

I Ds però storicamente un rapporto privilegiato con la Cgil.

«Certo, nella nostra storia c’è un rapporto particolarmente intenso e stretto con la Cgil, e sarebbe un errore metterlo in discussione. Al tempo stesso, negli ultimi anni, è cresciuta la quantità di lavoratori e dirigenti sindacali iscritti alla Cisl e alla Uil che hanno assunto i Ds come punto di riferimento. Anche questo ci spinge a evitare fratture traumatiche e a lavorare per ricomporre l’unità del sindacato».

Non sarà la ragione per cui l’intervento di Francesco Lotito, dirigente della Uil, ha creato il caso in Direzione?

«Guardi che Lotito è membro della Direzione, come altri compagni della Cgil, della Cisl e della Uil che, all’ultimo congresso, si sono espressi per le diverse mozioni. E in Direzione non ha parlato a nome della Uil, ma ha espresso le sue preoccupazioni, come hanno fatto altri componenti di quell’organismo. Io credo che le opinioni vadano ascoltate e considerate chiunque le esprima: non ci sono posizioni più buone o meno buone a seconda della organizzazione a cui appartiene che li esprime».

È un fatto, però, che la Cisl e la Uil potrebbero firmare un accordo separato. Come non avvertirli dell’errore?

«Io penso che Pezzotta e Angeletti corrano un grande rischio perché il tavolo del governo è truccato. Ma da questa diversità di giudizio non deriva la conseguenza che Pezzotta e Angeletti sono da considerarsi nemici o, peggio, traditori. E, nel momento in cui assumono una posizione che pure non condivido, mi pongo il problema di come evitare che questa diversità di valutazione diventi permanente, irreversibile, irrecuperabile. Questo è il nodo».

È davvero fiducioso che si possa sciogliere?

«L’unità politica che abbiamo costruito nel centrosinistra ci consente ora di costruire proposte che possono essere condivise unitariamente anche dal movimento sindacale. Mi riferisco alla Carta dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, con cui tutelare non solo i lavoratori già coperti dallo Statuto ma anche quelli che oggi non hanno alcuna forma di garanzia. Mi riferisco alla proposta di riforma degli ammortizzatori sociali, da estendere a chi oggi non è tutelato né dalla cassa integrazione né dall’indennità di disoccupazione. Mi riferisco alla stesse proposte di riforma del processo del lavoro per rispondere positivamente alle esigenze tanto dei lavoratori quanto delle imprese perché il contenzioso sia risolto in termini molto più rapidi di quanto non sia oggi. Tutto questo senza modificare il diritto alla giusta causa. Sarà presunzione la mia, ma credo che queste proposte siano utili all’intero movimento sindacale».

Utili anche alla battaglia che la Cgil sta conducendo?

«Certo. Non dimentichiamo che sin dall’inizio l’obbiettivo di Berlusconi è stato non solo di spaccare il sindacato ma anche di isolare la Cgil. Uno degli obbiettivi che ci siamo posti in Direzione è proprio quello di sconfiggere chi vuole isolare la Cgil. E il fatto che oggi tutto l’Ulivo dica che le posizioni del governo sono inaccettabili è qualcosa che non indebolisce ma rafforza anche la battaglia della Cgil. E tiene aperta la prospettiva dell’unità sindacale».