“Intervista” Fassino: «base, ridurre l’impatto»

19/02/2007
    domenica 18 febbraio 2007

    Prima Pagina (segue a pagina 7) – Economia

    Fassino: «Discutiamo come
    ridurre l’impatto della base»

    IL SEGRETARIO DEI DS: la manifestazione è stata serena e pacifica. Un fatto importante. Ma l’allarme di Amato era doveroso. Nell’Unione è possibile avere posizioni diverse, anche in politica estera: se ne discuta apertamente. Ma poi, nel voto, la maggioranza ritrovi responsabilità e compattezza

      di Simone Collini / Roma

      «La manifestazione si è svolta in modo pacifico e sereno. Un risultato molto positivo, che prova che in Italia è forte la coscienza e la maturità democratica». Piero Fassino guarda ai cortei di Vicenza ma anche al futuro. Per il segretario Ds «non ci sono le condizioni per cambiare la decisione presa dal governo, ma c’è spazio per discutere come deve essere realizzata la base».

      Intanto, segretario Fassino, si tira un sospiro di sollievo per l’assenza di incidenti.

        «Credo che abbia contribuito anche l’appello ai partecipanti venuto da tanti, anche da noi, a mettere al riparo la manifestazione da chiunque la volesse inquinare».

        C’era uno striscione che chiedeva di liberare i “compagni arrestati”, però.

          «Non credo proprio che la stragrande maggioranza dei partecipanti abbia condiviso il carattere provocatorio di quello slogan. È molto importante che la manifestazione si sia svolta in modo pacifico e sereno proprio alla luce di quello che è accaduto in questi giorni. E cioè il riemergere di una tentazione, da parte di nuclei estremisti, di organizzarsi per reintrodurre nella vita italiana il ricorso alla violenza».

          Giusto trent’anni dopo il ‘77…

            «Sappiamo tutti di essere in uno scenario diverso da quello di trent’anni fa e tuttavia non può essere mai sottovalutato nessun episodio di questo genere. Non solo perché abbiamo visto anche in anni recenti, con gli assassini di Massimo D’Antona e Marco Biagi, come le Brigate rosse possano colpire in modo tragico e luttuoso. Ma poi perché la società italiana ha bisogno, per affrontare i suoi problemi, di non essere turbata da un clima di intimidazione. Il fatto che a Vicenza un così grande numero di persone abbia manifestato le sue opinioni in modo pacifico, respingendo qualsiasi suggestione di ricorrere a forme di intolleranza e sopraffazione, è confortante e importante».

            Veniamo al merito della manifestazione: si contesta la decisione di ampliare la base Usa. Dovrete tenerne conto, non crede?

            «Sarebbe sciocco non vedere che c’è stata una partecipazione ampia. Anche se non può sfuggire a nessuno che in questa partecipazione convivevano due diverse motivazioni. C’è chi è andato a Vicenza per manifestare contro la presenza di una base americana comunque e in ogni caso, posizione legittima ma fortemente ideologica. E c’è chi, soprattutto abitanti di Vicenza, invece ha manifestato il disagio che vive per un insediamento che percepisce come negativo per la vita della città e per l’impatto ambientale che può avere. Di questo secondo aspetto si può e si deve tenere conto».

            Come?

              «Non mi pare ci siano le condizioni per una revoca dell’autorizzazione all’insediamento della base militare, impegno assunto dal governo Berlusconi che il governo Prodi si è limitato a rispettare. Però credo che si apra ora uno spazio che deve essere percorso per discutere come deve essere realizzata la base. Il governo ha tutte le possibilità di promuovere un tavolo di concertazione insieme a Regione, Provincia, Comune, per discutere con le autorità americane come procedere».

              Tra i manifestanti, da Cento a Casson, c’è chi polemizza per l’allarme venuto nei giorni scorsi da Amato.

                «Allarmi doverosi e cautelativi. Se fosse successo qualcosa e il ministro dell’Interno non avesse detto nulla, gli si sarebbe rimproverato di non aver prestato sufficiente attenzione. Amato si è semplicemente limitato a evocare i rischi in modo tale che gli organizzatori della manifestazione potessero mettere in essere tutte le misure per evitarli. Quindi da questo punto di vista l’atteggiamento di Amato ha contribuito a favorire una manifestazione pacifica».

                E il fatto che al corteo abbiano partecipato leader di forze dell’Unione, non vi crea problemi?

                  «Non è un mistero che sulla base americana di Vicenza c’è nella maggioranza una diversità di posizioni. Ne prendiamo atto».

                  Questa diversità rischia di riproporsi al momento di votare il rinnovo della missione in Afghanistan, però. Come pensate di evitare spaccature?

                    «Mercoledì il ministro D’Alema esporrà in Parlamento le linee della politica estera italiana. Sottolineerà come questo governo abbia messo in campo una politica estera nuova, che ha restituito all’Italia profilo, ruolo e funzione sulla scena internazionale che invece con Berlusconi avevamo del tutto perso. Questo ruolo lo abbiamo soprattutto affermato con una politica di forte impegno per la sicurezza, la stabilità e la pace. Abbiamo fatto rientrare i soldati italiani dall’Iraq, coerentemente con il giudizio negativo che di quella guerra abbiamo sempre dato, ma al tempo stesso abbiamo riconfermato il forte impegno di presenza politica e militare dell’Italia nei Balcani e abbiamo assunto un ruolo di guida della presenza dei Caschi blu in Libano. In questo contesto confermiamo anche la nostra presenza in Afghanistan, dove siamo su mandato Onu insieme a tutti gli altri paesi europei, per una missione che punta a debellare i santuari di Al-Qaeda e impedire ai Talebani di tornare al potere».

                    È ciò che viene contestato da esponenti della sinistra radicale. E al Senato bastano pochi voti contrari per creare problemi.

                      «Penso che anche chi non condivide la presenza militare in Afghanistan abbia un mezzo per manifestare questo suo dissenso. Intervenga nel dibattito in Parlamento. Certamente quella posizione non solo verrà verbalizzata ma avrà ampio spazio sui giornali. Quindi avrà tutta la visibilità che si ritiene necessaria. Ma questo non impedisce che al momento del voto, secondo un principio di lealtà e di unità della maggioranza, anche chi è in dissenso esprima un voto favorevole al decreto. Mi auguro che prevalga questo senso di responsabilità».

                      Lo strumento della fiducia potrebbe essere più convincente, non crede?

                        «È il governo che deve valutare. Vedremo in base a ciò che matura nei prossimi giorni cosa sia più opportuno e utile».

                        Ipotizziamo che non venga posta la fiducia e che voti il decreto anche l’opposizione.

                          «Non credo che questo debba essere vissuto come un problema o un dramma. Perché il centrodestra non voterebbe quel decreto per fare un favore al centrosinistra, ma perché corrisponde a un interesse del Paese. Se l’opposizione vota un provvedimento del governo perché lo considera giusto siamo di fronte a una regola normale della democrazia parlamentare».

                          Se però i voti della Cdl fossero determinanti per l’approvazione del decreto non si aprirebbe un problema politico?

                            «Sarebbe certamente un problema politico ma non ne deriva la conseguenza di una crisi di governo. Per due ragioni. La prima, perché se il governo presenta un provvedimento che viene approvato dal 90% del Parlamento diventa difficile spiegare che quel governo debba dimettersi. E in secondo luogo perché anche durante il governo di centrodestra è accaduto che importanti provvedimenti di politica estera siano stati approvati con i voti determinanti del centrosinistra. Uno per tutti la ratifica del trattato costituzionale europeo, che la Lega non votò».

                            C’è anche un altro provvedimento su cui rischiate di non avere la maggioranza, quello sulle unioni di fatto. Preoccupato?

                              «E perché? Si tratta di un disegno di legge innovativo, equilibrato e giusto, che riconosce dei diritti civili che chiunque può considerare di buon senso e condividere».

                              La Chiesa non condivide.

                                «Ritengo significativa sia la presa di posizione a favore di questo provvedimento di sessanta parlamentari cattolici della Margherita che le opinioni espresse da autorevoli esponenti della gerarchia cattolica, dal vescovo di Pisa al cardinale di Milano. Ciò dimostra che legge non è né estrema né pericolosa per le famiglie, come settori clericali integralisti sostengono, e che dunque anche l’esame in Parlamento può svolgersi in modo più sereno di come si è svolto finora».

                                Il Papa ha appena parlato di “pressioni di lobbies capaci di incidere sui processi legislativi” contro la famiglia.

                                  «Io sono tra quelli che ha sempre ritenuto sbagliato chiedere alla Chiesa di tacere. Perché non si chiede a nessuno di rinunciare alle proprie posizioni e perché sarebbe curioso che la Chiesa non esprima le sue opinioni in materie così rilevanti sul piano etico e morale. Però proprio perché difendo il diritto della Chiesa di parlare, dico con altrettanta forza che hanno diritto di parlare anche tutti coloro che hanno un’idea diversa. E quindi non capisco a quale lobby si possa fare riferimento. Se si riconosce a ciascuno il diritto di esprimere le proprie valutazioni, non si deve demonizzare nessuna opinione».

                                  E la nota “impegnativa” annunciata dalla Cei?

                                    «Un conto sono le ragioni di una fede, che sono non solo legittime ma che vanno anche ascoltate, altra cosa è la funzione dello Stato, che non può adottare nelle sue decisioni un punto di vista etico religioso. Compito dello Stato è garantire l’uguaglianza dei diritti dei cittadini, il rispetto delle scelte di vita di ciascuno e l’esercizio della libertà di ogni persona nella responsabilità. È sulla base di questi tre criteri che lo Stato legifera. E la legge sulle coppie di fatto corrisponde pienamente a questa impostazione. È opportuno che tutti si sforzino di concorrere a un clima più sereno e più civile, a favorire un confronto che consenta un esame parlamentare liberato da ogni forma di radicalità».