“Intervista” F.Tonna: Crack Parmalat, «Di mezzo anche banche e politici»

28/09/2005
    mercoledì 28 settembre 2005

    L’EX DIRETTORE FINANZIARIO «ORA ME LA PASSO MALACCIO, NON HO PIÙ AMICI, VORREI TROVARE IL MODO PER TIRARE GIÙ IL SIPARIO»

      Tonna
      «Ingiusto dare tutta la colpa a Tanzi
      Di mezzo anche banche e politici»

        L’ombra di Fiorani
        «Io sono fuori dal 2003
        ma se il cavaliere dice
        che per il salvataggio
        c’era in ballo il banchiere
        vuol dire che è vero»

        Da Berlusconi
        «Calisto e Stefano
        hanno avuto il litigio
        finale a Palazzo Chigi
        sotto gli occhi
        del premier»

          intervista

            Pierangelo Sapegno
            inviato a PARMA

              Oggi comincia a Milano il processo Parmalat. Calisto Tanzi deve ancora decidere se ci sarà o se ci andrà un’altra volta. O forse l’ha già deciso, ma a noi non lo dice. Però promette che «darà battaglia», dopo questo silenzio lungo un anno e nove mesi. Il suo ex maggiordomo Vittorio racconta un uomo sempre più chiuso nel dolore, che per tutto questo tempo ha incrociato quasi tutte le mattine in ginocchio a pregare, in camera sua. «Ha visto a che cosa l’han portato tutte queste Ave Marie?», gli diceva. E lui, niente, «fai il bravo Vittorio». Anche noi l’abbiamo incontrato a Messa, qualche domenica, nella piccola chiesa di Vigatto, gli occhi un po’ in fuori, il volto scavato, che ripeteva sempre l’intervista adesso no, prima di soffiare la stessa domanda: «ma perché voi non scrivete la verità sulle banche?». Adesso, magari, la racconterà lui, in tribunale. In fondo, questa è rimasta anche l’unica versione uguale che hanno lui e l’altra faccia della Parmalat, il ragionier Fausto Tonna, l’altra storia, l’altra verità. L’ex amministratore delegato è tornato nella sua villetta a schiera, a Collecchio, dentro questo paese di nebbie e di Tanzi, e ha chiuso con l’indagine e ha chiuso con tutto. Dice: «Ho patteggiato. Due anni e mezzo. Non ho più debiti con la giustizia». Con il cavaliere si sono lasciati male, durante l’inchiesta: uno accusava l’altro, e viceversa. I giornali avevano anche riportato frasi pesanti e pensieri feroci. Però, adesso che sta per cominciare il processo, che sta per partire questa nuova agonia pubblica, il ragioniere non ha più parole cattive per il suo ex datore di lavoro, quasi come se gli riconoscesse un dolore comune e memorie dissolte nei fasti di un tempo. Lui, Tonna, fa lavori saltuari: consulenze. Come campa? «Malamente», risponde. Racconta di aver perso gli amici, di essere rimasto solo. Si guarda indietro con una fitta dentro, «e con un po’ di nostalgia, perché dentro alla Parmalat ho passato la mia vita». Dice: «Vorrei tirare giù il sipario, trovare un modo per non doverci pensare. Il processo farà il suo corso. Certo, lo so bene. Un conto sono le responsabilità, un conto l’uomo. Anche un brav’uomo può sbagliare».

                Ma chi ha più colpe in questa storia, secondo lei?

                  «Guardi che la verità non è nascosta. Qualcuno non la vuole raccontare, ma c’è, e si può vedere, si può leggere. Ci sono tante responsabilità, a più livelli. Io non è che non abbia sbagliato, ma facevo quello che mi dicevano».

                    Molto probabilmente, Tanzi in questo processo sosterrà le colpe delle banche…

                      «Se farà così farà bene. Non è un’assurdità. E’ un dato di fatto, che le banche fossero responsabili».

                        E come?

                          «No, no. Guardi, non cominciamo. Non mi interessa nulla, non mi ci metta in mezzo».

                            E’ lei che ha appena detto che Tanzi ha ragione sulle banche. A cosa si riferisce?

                              «Ad esempio al fatto che loro non potevano vendere i bond della Parmalat ai privati».

                                E dov’era scritto?

                                  «Nel prospetto informativo. Potevano vendere solo agli investitori istituzionali, ma non al pubblico».

                                    Quali sarebbero gli investitori istituzionali?

                                      «I fondi di investimento, le altre banche. Era scritto testuale. Il sottoscrittore glielo poteva chiedere lui, ma loro non potevano offrire. Queste cose le abbiamo dette, ridette, stradette e sottolineate. E nessuno ha fatto niente, nessuno le ha quasi riprese».

                                        E’ un po’ difficile da provare, ne converrà. Se è così, come si fa a dimostrare chi è che chiedeva e chi è che offriva? Ognuno sosterrà la tesi che più gli interessa, non le pare?

                                          «Non lo so. Io non sono in grado di commentare. E non voglio certo mettermi a fare l’avvocato difensore di Tanzi. Le sue responsabilità le ha, ma lui era anche uno che credeva a tutti, mentre invece molte volte è stato solo sfruttato. Lui si pensava grande amico di De Mita, ha costruito la fabbrica a Nusco per lui, ed era convinto di aver le spalle coperte. Cosa ha fatto De Mita?»

                                            Ma De Mita è prima Repubblica…

                                              «Oh, non creda che dopo sia stato diverso. Ha sempre avuto il mito di quelli che l’avrebbero aiutato, come la storia del cavaliere bianco. Poco prima del default andò persino da Berlusconi, e si era messo a pensare che l’avrebbe salvato il presidente. Forse fu Stefano che lo convinse ad andarci, non lo so. Ci andarono assieme. Lo sa come finì? Che a un certo punto il Cavaliere si accorse che non c’era niente da fare, che Berlusconi non aveva nessuna intenzione o nessuna possibilità di salvarlo, e allora gli venne un impeto d’orgoglio e cominciò a dire che non c’erano problemi, che lui ce l’avrebbe fatta, che tanto c’era un cavaliere bianco. E Stefano prese a insultarlo, ma cosa dici?, ma tu sei pazzo. Vennero quasi alle mani davanti al presidente del Consiglio».

                                                Chi gliel’ha raccontata? Stefano?

                                                  «Me l’hanno raccontata».

                                                    E chi era il misterioso cavaliere bianco?

                                                      «Nomi ne son girati, lo sa. Lui prima di consegnarsi ai magistrati, andò in Sudamerica e raccontò che era andato a cercarlo. Là incontrò forse uno di questi faccendieri. Ma davvero uno poteva pensare che da quelle parti ci fosse qualcuno in grado di salvare la Parmalat? Solo lui».

                                                        E la voce che Fiorani avesse promesso di aiutarlo e poi fosse sparito?

                                                          «Senta. Io sono fuori dal marzo 2003 dalla Parmalat. Lei mi chiede delle cose che non posso sapere in prima persona. Certo, se lo dice Tanzi, è di sicuro vero».

                                                            Qual è l’ultima volta che ha incontrato il Cavaliere?

                                                              «Un anno fa, mi sembra. In tribunale, a Parma. Lui aveva un interrogatorio come imputato, io ero un testimone. Non ci siamo detti niente. Ci siamo appena salutati».

                                                                Eppure avete lavorato insieme 30 anni, lei era il suo uomo di fiducia…
                                                                «Io ero un uomo della Parmalat. Non di Tanzi. Sono i giornali che mi hanno fatto passare per l’uomo di fiducia di Tanzi. Non è vero. Io ho lavorato per l’azienda».

                                                                  Però obbediva a lui. E’ stata anche la sua difesa, no?

                                                                    «Io ho cercato di salvare la Parmalat, e basta. E quando sono uscito si poteva ancora fare, con interventi sul capitale, anziché contrarre altri debiti, finendola di prelevare fondi per il turismo e per il calcio, sviluppando una rigorosa politica aziendale. Il fatto è che su questo decideva solo lui e basta. Perché non andate a prendere un certificato della camera di commercio? Vedrete che lui era dotato di poteri ordinari e straordinari. Potevamo consigliargli una cosa, non impedirgliela. Quando dico che c’erano colpe a più livelli intendo questo. C’erano le nostre, c’erano le sue, e poi c’erano quelle di coloro che restano sempre fuori, ma fanno i giochi. Il potere, vogliamo chiamarlo così? Tanzi è stato buttato dal potere. Altri, non hanno questa sfortuna».

                                                                      Adesso, prima che cominci il processo, cosa si sente di dirgli?

                                                                        «Niente, niente. E sbaglio a commentare una persona che sta vivendo quello che sto vivendo io, che sta soffrendo come ho sofferto io. Non è vero che io ho detto che lui è stato la mia rovina, e queste cose qui. Io vorrei sinceramente che lui riprendesse a vivere la sua vita tranquillo, come cerco di fare io. Basterebbe riuscire a ritrovare le cose semplici. Vorrei dirgli solo questo».