“Intervista” F.Kostoris: Scalini scivolosi

06/07/2007
    N.26 anno LIII – 5 luglio 2007

    Pagine 134 e 135 – Economia

    PENSIONI / LA RIFORMA

    Scalini scivolosi

      Le quote? Inique. Alzare l’età di vecchiaia per le donne? Truffaldino. Un’esperta giudica le ipotesi per superare lo scalone: con severità

      colloquio con Fiorella Kostoris di Paolo Forcellini

        Palazzo Chigi e altri palazzi della politica e del sindacato sono stati impegnati per settimane nell’affannosa ricerca di "misure compensative" per limitare il buco nei conti pubblici causato da un superamento dello scalone previsto dalla riforma Maroni che, dal primo gennaio 2008, fissava l’età minima per la pensione di anzianità a 60 anni anziché ai 57 in vigore a tutto 2007. Mentre scriviamo il governo ha già annunciato di aver trovato i quattrini per abbattere la soglia dei 60, riducendola a 58 dall’anno prossimo, e i sindacati mostrano una certa soddisfazione. Ma ancora non è del tutto chiaro quale coniglio Romano Prodi e Tommaso Padoa-Schioppa tireranno fuori dal cilindro, su quale preciso mix di interventi si baserà il compromesso che dovrebbe accontentare tutti (rigoristi, riformisti, alternativi e sindacalisti) e che più probabilmente scontenterà i più. Delle misure fin qui prospettate – quote che sommano età e anni di contribuzione; incentivi per chi ritarda l’uscita e disincentivi per chi l’anticipa; innalzamento dell’età pensionabile delle donne; puro e semplice aggravio della spesa pubblica – abbiamo parlato con Fiorella Kostoris, ex presidente dell’Isae, l’istituto pubblico di studi e analisi economiche, docente alla Sapienza di Roma, economista che non teme i tabù.

        Alcuni parlamentari – Lamberto Dini, Antonio Polito, Enrico Morando, Nicola Rossi – hanno scritto: "Troviamo inaccettabile, anche socialmente, spostare ulteriori risorse dalla fiscalità generale verso la spesa previdenziale". Condivide questa discriminante preliminare?

          "Sono assolutamente d’accordo. Già ora circa un quarto delle pensioni obbligatorie è liquidato in deficit e vi provvede la fiscalità generale. In un sistema a ripartizione, qual è il nostro, gli attuali giovani pagano le pensioni degli anziani e a loro volta in futuro dovrebbero essere finanziati dalle generazioni a venire: ma in realtà le pensioni superano largamente i contributi sociali. Bisogna però considerare che nella spesa previdenziale è ricompresa anche una parte assistenziale per la quale è invece opportuno che sia la fiscalità generale a intervenire. Un solo esempio: gli assegni ai superstiti nello schema Ivs. Il "tasso di sostituzione" rispetto al beneficio dell’assicurato premorto è superiore a quello vigente nella maggioranza degli altri paesi europei, il che si spiega con la volontà di assistere vedove e orfani. Scelta legittima, ma questa voce andrebbe isolata dalla spesa previdenziale in senso stretto".

          C’è proporzione fra il costo dell’abolizione dello scalone e il numero dei beneficiati?

            "Certamente. Al primo impatto, nel 2008, l’abolizione completa dello scalone costerebbe 4,5 miliardi e agevolerebbe circa 200 mila persone (con una pensione media di 22.500 euro annui), ma a regime l’onere salirebbe a 9 miliardi e proporzionalmente crescerebbe anche il numero delle persone beneficiate. Attualmente osserviamo esodi dal mercato del lavoro nell’aspettativa dello scalone. Coloro che non possono andarsene entro il 2007 rimarrebbero bloccati per più anni. Dal 2008 per un biennio si conterebbero quasi solo nuove pensioni di vecchiaia: più regolari e prevedibili nel loro ammontare e anche con benefici mediamente inferiori a quelli per l’anzianità".

            Unione europea e altre istituzioni internazionali ammoniscono di continuo l’Italia sulla spesa previdenziale. Possiamo far finta di non sentire questi moniti? E a che conseguenze ci esponiamo?

              "Non credo che vi sarebbero conseguenze pesanti se l’Italia decidesse di spendere per le pensioni somme anche più notevoli di quelle già elevatissime attuali. Il problema, dal punto di vista della Ue, non è la dinamica di una singola componente di spesa e neppure delle uscite pubbliche nel loro complesso, anche se è vero che nel rapporto spesa pensionistica/Pil siamo "outliers", fuori dai parametri normali. Polonia a parte, tutti gli altri paesi europei hanno un esborso pensionistico sul Pil molto minore del nostro. L’Unione si preoccupa invece del nostro deficit e soprattutto del nostro debito".

                Secondo i parametri di Maastricht e del Patto di stabilità e crescita?

                "Esattamente. E si noti che le compatibilità imposte da Bruxelles tengono conto unicamente del debito osservabile, ignorando quello pensionistico futuro che sta sotto traccia ed è destinato a subire rialzi se il sistema non verrà drasticamente riformato". Tra i vari interventi di cui si è parlato in questi giorni per ridurre l’impatto finanziario del superamento dello scalone, vi è il cosiddetto sistema delle quote, che tanto piace alla Cisl. È una proposta efficace ed equa?

                  "Il sistema delle quote è efficace quanto quello di appropriati scalini uguali per tutti gli assicurati, ma è meno equo. Facciamo l’esempio puramente ipotetico che dal 2008 entri in vigore quota 94, cioè un requisito minimo per la pensione di anzianità di 59 anni e 35 contribuzioni, oppure di 58 e 36, o infine di 57 anni di età e 37 di anzianità, in tutti i casi con somma 94. È evidente che il sistema pensionistico dà vantaggi superiori a chi ha un’anzianità relativamente maggiore combinata con un’età relativamente minore".

                  La quota non è neutrale, insomma.

                    "Appunto. Perché in pensione di anzianità si va con il criterio retributivo: il beneficio pensionistico annuo dipende dal numero di contribuzioni e il beneficio totale nell’insieme degli anni della quiescenza è inversamente proporzionale all’età in cui ci si ritira. Quindi con il sistema delle quote è chiaramente avvantaggiato due volte chi va in pensione con una bassa età e un alto numero di contributi. Ministri e sindacati che propongono di adottare tale principio o non si rendono conto di questa sperequazione oppure hanno un altro obiettivo sottaciuto".

                    Quale?

                      "Quello di avvantaggiare gli assicurati meno qualificati, con modesti titoli di studio, che hanno iniziato a lavorare prima. È un modo surrettizio e grezzo di aiutare i presunti "usurati". Con le quote si attua una redistribuzione dei benefici, magari desiderabile, che però quantomeno dovrebbe essere resa esplicita. Tuttavia qui si rientra nella questione che citavo all’inizio: i sindacati e il governo vogliono che la previdenza si basi su criteri strettamente attuariali, senza interferenze assistenziali e mutualistiche, oppure no? Allora bisogna essere coerenti, sapendo fra l’altro che così il regime previdenziale rischia di non farsi più carico delle integrazioni al minimo o delle rivalutazioni delle pensioni d’annata, né di giovarsi più dei contributi di solidarietà a valere sugli assegni d’oro".

                      Fra le molte idee, è rispuntata anche quella di innalzare gradualmente l’età pensionabile di vecchiaia delle donne, oggi a 60 anni rispetto ai 65 degli uomini. Sembra banale: la speranza di vita delle donne supera di 4-5 anni quella degli uomini, mandarle in pensione di vecchiaia prima dei maschi appare incongruo. Ma la questione è così semplice?

                        "Sono favorevolissima all’aumento dell’età pensionabile di vecchiaia delle donne. Credo addirittura di essere stata la prima a proporlo in Italia in anni ormai lontani. Ma non accetto che tale incremento sia barattato in cambio di un non aumento dell’età pensionabile di anzianità, attualmente pari a 57 anni per entrambi i generi. Cioè, in altri termini, non voglio che si dica: aboliamo lo scalone Maroni e nel 2008 manteniamo un requisito per l’anzianità di 57 anni con 35 contribuzioni, epperò in cambio alziamo l’età pensionabile di vecchiaia delle donne…".

                        Perché i beneficiari sono di due generi diversi…

                          "Questo è il punto: oggi l’età di pensionamento di fatto è di circa 60 anni sia per gli uomini che per le donne. I primi vanno in pensione di anzianità a 60 anni, in quanto a quel momento maturano un numero sufficiente di contribuzioni; le seconde invece, a causa di carriere più discontinue e brevi per impegni familiari, a quell’età non arrivano mai ad avere i necessari 35 anni contributivi e quindi si ritirano con una pensione di vecchiaia, usando il requisito che per loro è finora stato di 60 anni. Se alziamo solo quest’ultimo, lasciando inalterata l’età per l’anzianità, colpiamo solo le donne. Forse in questo senso vi è un retropensiero, ancora una volta non trasparente, ma non privo di una sua qualche razionalità: rendere l’età di pensionamento delle donne superiore a quella degli uomini perché la loro aspettativa di vita è più lunga. Non si ha il coraggio di dichiararlo, ma è possibile che si voglia non l’uguaglianza fra generi dell’età pensionabile, bensì quella della speranza di vita in quiescenza".

                          In favore dell’allungamento dell’età di vecchiaia per l’altra metà del cielo s’è pronunciata di recente Emma Bonino, ministro per le Politiche europee, scrivendo in difesa di un’ipotetica "signora Gina", lavoratrice indotta dagli attuali meccanismi previdenziali e dal conservatorismo sociale a mettersi in quiescenza prima di quanto desidererebbe. Cosa ne pensa?

                            "Se si trattasse di un allungamento facoltativo, anche oltre i 65 anni, sarei d’accordo. Si tratta di dare l’opportunità a chi ha lavorato in modo intermittente, per impegni domestici, di rimanere in attività più a lungo e ottenere soddisfazioni di carriera e benefici previdenziali altrimenti preclusi. La Bonino tocca un punto giusto: è evidente che la "signora Gina" può non avere troppa voglia di andare a fare la badante dei suoi vecchi genitori o la baby sitter dei nipotini. Ma è anche vero che poi, di fatto, sceglie di ritirarsi in pensione appena possibile, perché sa che comunque l’altro lavoro, quello dell’angelo del focolare, non glielo toglie nessuno. E in ogni caso preferisce una piuttosto che due occupazioni, anche se quella che le resta talvolta non è la più gratificante".