“Intervista” F.Bertinotti: Un’occasione di riscatto dei lavoratori

20/01/2003






Intervista a: Fausto Bertinotti
     
 
 

18.01.2003
Un’occasione di riscatto dei lavoratori


ROMA
«Questa rondine può fare primavera, la nuova primavera dei diritti». Fausto Bertinotti crede nel referendum e crede anche nella vittoria. «Come dicono i francesi, on s’engage (ci si impegna), prima si combatte poi si vedrà».
Si farà sicuramente o ci sono strade alternative?

«Non vedo perché non si dovrebbe fare. È un esercizio fondamentale di democrazia che tra l’altro ha il merito straordinario di mettere nell’agenda politica la centralità della questione dei diritti sul lavoro. Costruisce una gerarchia reale contro una fittizia, se solo si pensa che fino alla settimana scorsa rischiava di essere centrale il discorso sulle riforme istituzionali, mentre il Paese guardava in tutt’altra direzione».

Insomma, si torna a parlare di lavoro?

«Certo, e ci può anche essere l’occasione per una svolta da un lungo periodo – di quasi 20 anni – in cui il lavoro è stato una variabile dipendente e i diritti dei lavoratori sono stati compressi ai fini di garantire la competitività delle merci».

Anche la Cgil chiede le tutele, ma pensa ad una legge.

«Intendiamoci, se uno crede di poter convincere Berlusconi a votare una legge per estendere l’articolo 18 va benissimo. Io dubito che lo si possa fare. Mi pare un esercizio assolutamente retorico. Tutti sanno bene che Berlusconi e il governo delle destre sono intenzionati a ridurre i diritti sul lavoro. Del resto il centrosinistra stesso (o una sua parte), quando ha presentato una legge come nell’ipotesi Treu-Amato, si è mosso su posizioni opposte a quelle del contenuto proposto dal referendum».

Quindi per lei non ci sono condizioni a cui si può rinunciare?

«Assolutamente no. È una materia indisponibile. Solo una legge che raccolga quello che propone il referendum potrebbe farlo decadere. Non è nella disposizione dei proponenti questo esercizio. In più la consultazione allarga l’esercizio democratico in un momento in cui il Parlamento è svuotato e subisce la preminenza dell’esecutivo».

Non si corre il rischio, con il conflitto di interessi, che la volontà popolare sia manipolata?
«Questo rischio c’è sempre. Con questo ragionamento dovremmo smettere di occuparci di politica. In realtà, siccome c’è il conflitto di interessi, siccome c’è la manipolazione, costruiamo la democrazia».

Non pensa che oggi in Italia si debba agire più sul sistema produttivo che non sul fronte del lavoro?

«Penso radicalmente il contrario. In Italia si sta costruendo un modello molto aggressivo che si basa sull’alta flessibilità e i bassi salari e diritti. Questo sistema produttivo si cambia se si introducono delle rigidità. Un grande economista del dopoguerra, Claudio Napoleoni, diceva che se la sinistra vuol provare a condizionare lo sviluppo deve introdurre dei vincoli interni, delle pre-condizioni, sulla base delle quali si costruisce lo sviluppo. Penso che i diritti debbano essere la nuova rigidità che funziona come sprone verso un’altra strada. Questa funzione è possibile solo se si stabilisce che i diritti sono una soglia incomprimibile».