“Intervista” Epifani: «Via l’articolo 18 e l’arbitrato, poi si tratta»

07/05/2002
 Intervista a: Guglielmo Epifani
     
     
 



Intervista
a cura di

Bianca Di Giovanni
 

03.05.2002
Via l’articolo 18 e l’arbitrato, poi si tratta

La Cgil non si sposta dalle posizioni espresse da tempo. «Aspettiamo la convocazione del governo a cui andremo. Se i punti su articolo 18 e arbitrato non verranno stralciati non potremo continuare il dialogo». Guglielmo Epifani, segretario aggiunto della Confederazione, ribadisce il già noto. Ma sul proscenio di una vicenda che pare allo stallo vede irrompere qualcosa di inedito. «Ma è proprio vero che vogliono il dialogo? – si chiede – Mi pare che le settimane passano senza che dal governo venga una convocazione vera». Di fronte a questo scenario la sfida del sindacato cambia registro: nuove forme di lotta, ma anche una nuova comunicazione con i cittadini, «un tavolo con il Paese» a cui spiegare, far capire.
Dunque Epifani, la condizione resta lo stralcio?

«Al primo incontro andiamo. Per il resto, sul merito resta il punto di fondo che abbiamo sempre sostenuto: fare una trattativa mentre in Parlamento c’è una delega che riduce un diritto per noi fondamentale è un controsenso».

È una posizione solo della Cgil o di tutti i confederali?

«Queste sono le cose che abbiamo detto tutti, che abbiamo ripetuto nei comizi del primo maggio, nello sciopero generale del 16 aprile. Allo stato mi pare una posizione unitaria tra Cgil-Cisl e Uil, ed è anche unitaria nel mondo del lavoro. Il fatto più importante di questa settimana è l’unità del lavoro attorno a questi obiettivi».

Questa è la novità del dopo-primo maggio?

«Questa unità c’è sempre stata, anche se tra dichiarazioni e comportamenti qualche scostamento è sempre possibile. Ora, dopo lo sciopero e dopo il primo maggio unitario diventa più forte stare a questa impostazione, che peraltro osservo che è stata condivisa anche dagli altri sindacati come l’Ugl. Quindi abbiamo un fronte molto unito su questa parola d’ordine».

Il tavolo non c’è, ma in compenso ogni giorno il governo fa «piovere» sul confronto una proposta. Ieri quella sull’utilizzo obbligatorio del Tfr per la previdenza integrativa.

«È una proposta su cui non eravamo d’accordo con il governo precedente e non lo siamo con quello attuale. Il diritto del lavoratore di scegliere cosa fare di un salario differito per noi è fondamentale. La proposta di destinarlo obbligatoriamente è una sorta di esproprio forzoso».

Un’altra proposta somiglia molto a un ballon d’essai…

«Esattamente, in questi giorni assistiamo a un fiorire di indiscrezioni, di cifre, di proposte, di scambi, che non hanno altro senso se non quello di testimoniare un processo di confusione, di disorientamento. È un gioco al quale non ci prestiamo. Per questo dobbiamo tornare alla regola aurea: incontri diretti, in sedi pubbliche, non in incontri riservati né a uno, né a due, né a tre».

Sta di fatto che Marzano ha messo sul tavolo la polizza anti-disoccupazione.

«Questa è una stranezza, perché è una cosa di cui non sappiamo nulla se non quello dichiarato nelle interviste. È stata proposta su un modello americano che in realtà è esattamente il contrario di quello propagandato, giacché in America c’è un intervento solo pubblico e non privato. Mi pare un sistema per dare un po’ di spazio ai privati. Un regalo alle assicurazioni e una minore tutela per i lavoratori».

Finora proposte che allontanano invece di avvicinare.

«Per questo mi chiedo se il governo vuole incontrarci. È evidente che sta prevalendo l’idea di non avere un confronto, di perder tempo. Anche su questa vicenda della delega fiscale, che ormai va in Parlamento la prossima settimana, forse c’è una convocazione del ministro del Tesoro (ancora non è ufficiale). Ma arriva quando ormai il Parlamento sta per decidere. È un modo poco rispettoso di tener conto di un punto di vista del movimento sindacale, su un tema che ha a che vedere con la politica dei redditi e con altre importanti materie. È un fatto grave, così come è grave che nella delega non c’è nessuna indicazione certa. Cioè di fatto si dà mano libera al governo, a scapito delle prerogative del Parlamento, in un tema come quello fiscale su cui i liberali usano dire
no taxation without representation (niente imposizione fiscale senza rappresentanza)».
Date queste premesse, che scenario si prospetta?

«Qui si apre un fronte del tutto indeito. Nello schema tradizionale il governo ci chiama, ci parliamo, si possono registrare punti di consenso e punti di divergena, poi si fa una valutazione della qualità degli uni e degli altri e poi ciascuno decide la propria iniziativa. Di fronte a un governo che di fatto non apre anche formalmente un dialogo, siamo in presenza di un fatto che dovrebbe spingere il sindacato ad una riflessione sulle modalità di risposta».

Vuol dire maggiore conflittualità?

«Non solo. La risposta deve avere caratteristiche diverse dal passato. All’iniziativa di lotta si deve unire anche un’azione comunicativa nei confronti dei cittadini, in cui si spiegano punto per punto le nostre proposte. Bisogna far crescere nel Paese quel confronto che è impossibile avere con il governo».

Questo nuovo scenario pone problemi anche sul fronte dell’inflazione?

«Questa è la miopia di questo governo. Se salta il confronto con il sindacato su un’idea distributiva, equa, della riforma fiscale, naturalmente questo accelera la dispersioen tra i redditi, e quindi accentua la rivendicazione retributiva da parte del sindacato».

Visto che parla di tavolo con il Paese, cosa dite voi a chi oggi non è tutelato dall’articolo 18?

«È ora di finirla di mettere contro lavoratori contro lavoratori. La nostra proposta è di dare nuove regole e nuovi diritti ai flessibili. Per quanto riguarda il sommerso, non c’è scorciatoia possibile. Per far emergere il sommerso non serve ridimensionare i diritti, ma occorre un lavoro complesso e lento, fatto di interventi ispettivi di repressione, di politiche che favoriscano davvero l’imprenditore che vuole emergere non a scapito del lavoratore, e con politiche che assicurino un coinvolgimento dell’impresa fornitrice a cui spesso va bene una ditta “in nero” che vende semilavorati a prezzi più bassi. Quindi un complesso di misure».