“Intervista” Epifani: «Uno sciopero per lo sviluppo e i diritti»

17/02/2003



17.02.2003
 Intervista a: Guglielmo Epifani
     
 




Intervista
a cura di

Felice Masocco
 

"Uno sciopero per lo sviluppo e i diritti"

Epifani: non ci rassegniamo al declino, la nostra mobilitazione è un atto di fiducia nel futuro del paese

Felicia Masocco
ROMA Spiega Guglielmo Epifani: «Non c’è uno sciopero più giusto di questo, che parla ai lavoratori della sicurezza dell’occupazione e
di qualità del lavoro per il futuro.
Bisogna trovare il modo per costringere
il governo a mettere in campo qualche ipotesi di politica industriale. E ancora prima convincerlo
che il problema esiste. Noi non ci rassegniamo».
Il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani parla dello sciopero generale dell’industria proclamato per venerdì 21 febbraio. Uno sciopero per lo sviluppo
e per i diritti «perché se la competizione
si fa riducendo costi e diritti i rapporti tra lavoratori e impresa si fanno sempre più asimmetrici». L’attacco di Federmeccanica
al diritto di sciopero «non è casuale» per Epifani che critica la reazione della Cisl.
La Cgil si ferma contro il declino e si prepara a
dare battaglia sulle pensioni, perché «dobbiamo
assolutamente evitare che si riducano le titolarità dei lavoratori».
I dati sulla produzione industriale
dicono che siamo tornati indietro di dieci anni, in pratica vi danno ragione, la rotta va invertita. Come?
«Dal dato della produzione industriale del 2002 trova purtroppo conferma quell’allarme sull’occupazione e lo sviluppo che abbiamo avvertito da Torino a L’Aquila, da Pescara a Napoli, da Porto Marghera fino a alla Sicilia. C’è un serio problema di prospettiva per l’industria italiana, si conferma che con la moneta forte il nostro sistema di produzione di beni e servizi non tiene la concorrenza
internazionale. L’unica via di uscita è una competitività che punta alla ricerca e all’innovazione e alla qualità e non fatta di
riduzione di costi e diritti secondo il modello che Confindustria e governo si ostinano ad inseguire e che non danneggia soltanto i lavoratori, ma anche le imprese. Perché
non è da quella strada che può venire un apprezzabile consolidamento dell’industria. Parliamo di declino perché con queste
premesse non c’è niente da fare.
Ma noi non vogliamo rassegnarci, la nostra mobilitazione è tutt’altro che catastrofismo è un atto di fiducia nel futuro del paese. Oggi nessuno è in grado di dare rassicurazioni».
Il governo si difende trincerandosi dietro la difficile congiuntura internazionale.
Non ha qualche ragione?
«Il governo ha due grandissime responsabilità: la prima di aver taciuto il vero, di aver negato
tutti i segnali e l’esistenza stessa del problema: non sono io che ho parlato miracolo economico e di turbo-sviluppo. Il secondo errore l’ha fatto mettendo in campo misure
tutte sostanzialmente sbagliate: dalla Tremonti-bis che non ha dato risultati in investimenti in beni durevoli, all’eliminazione della Dit e Super-dit fino all’abolizione dell’imposta di successione per le grandi fortune. Poi c’è l’incertezza sulle deleghe fiscali, sulla riforma delle società; è stato messo in un cantuccio l’elemento più dinamico
dello sviluppo industriale degli ultimi anni ovvero la politica territoriale, patti e contratti
d’area. Il manifesto di protesta degli industriali di Treviso è sacrosanto. Per non parlare delle deleghe sulla flessibilità che per noi sono deleghe sulla precarietà».
Voi scioperate anche per questo: come tenete insieme le due cose, diritti e sviluppo
mancato?
«Non c’è una connessione pratica, la difesa e l’estensione dei diritti di chi lavora non devono essere strettamente dipendenti dalla ricchezza di un paese perché i diritti fanno capo alle persone e come tali vivono anche fuori da contesti favorevoli. Ma non c’è dubbio che solo in contesti favorevoli possono trovare una possibilità di estensione. È chiaro che se il paese declina, se la competizione si fa
riducendo costi e diritti i rapporti tra lavoratori e impresa si fanno più asimmetrici. Il lavoro si precarizza, i rischi della globalizzazione
si trasferiscono sul lavoro, le imprese
accentrano le decisioni».
Si spiega così anche l’attacco di Federmeccanica al diritto di sciopero?
«Non è un caso. Può essere una scelta studiata, solo annunciata, un atto unilaterale del direttore
generale: bisogna sapere che dal punto di vista concreto l’effetto sarebbe risibile perché si parla di tre centesimi sottratti per ogni
ora di lavoro, quindi l’effetto non è quantitativo, ma simbolico, di pressione. E probabilmente immagazzina anche l’idea di poter ridurre in prospettiva la titolarità del
diritto di sciopero. Confindustria ha dato il suo sostegno ed è grave, ma devo dire che non va neanche bene la reazione della Cisl. Cerco
di ridurre le polemiche, però non ci può essere un’idea proprietaria del diritto di sciopero, parlare dei “miei iscritti ” e dei “tuoi”: il diritto
di sciopero è dei lavoratori e devono poterlo esercitare senza pressioni. Mi sarei aspettata una difesa più incisiva e vorrei che su questo tutti riflettessero, perché ci possono essere polemiche, ma su alcune questioni dobbiamo ritrovare lo stesso modo di ragionare».
Per dare una chance all’unità sindacale lei parla di “terreni nuovi” da cui ripartire,
quali?
«Potrei indicarne, ma mi preme più l’indicazione di metodo. Noi abbiamo molte cose che ci dividono, cose di fondo come il
Patto per l’Italia, la delega sul mercato del lavoro; abbiano un’idea diversa sul futuro della contrattazione e sul ruolo del sindacato. Ci
sono altre cose che ci uniscono, con la Cisl samo uniti sulla pace, abbiamo marciato insieme sabato, sulla politica industriale ci ha
diviso il bisogno di uno sciopero, ma non l’esistenza del problema e l’inadeguatezza del governo a farvi fronte. Come provare a mettere
l’accento più su quello che ci unisce?
Ogni confederazione resta della sua opinione su quel che è successo nel passato, a ragione o a
torto è così, ci vuole realismo per sapere che se vogliamo ripartire per circoscrivere l’area del contenzioso bisogna farlo su terreni nuovi.
Lentamente, perché non sarà un processo facile».
Per Piero Fassino con il sindacato diviso il centrosinistra non può vincere: è ’accordo?
«Non mi convince la relazione che si stabilisce tra l’unità sindacale e l’unità dell’Ulivo. È molto
più complessa la mediazione tra soggetti di rappresentanza sociale rispetto a quelli di rappresentanza politica, penso che potremmo
avere l’unità dell’Ulivo e la divisione del sindacato e viceversa. Poi è giusto che ognuno operi, se ci sono le condizioni, per favorire
l’unità perché rende tutti più forti. Ma non
vedo questo strettissimo nesso, non è
meccanico. È vero che il centrosinistra
ha vinto quando il sindacato ha espresso
lo stesso punto di vista, ma non credo
che sia stato questo il fattore sufficiente
e necessario. Bisognerebbe chiedersi perché i sindacati sono divisi: se si è divisi anche nel giudizio sui programmi degli schieramenti politici, va da sé che siamo in presenza
di una divisione politica».
Anche voi rischiate una divisione,
sull’articolo 18, la sinistra della Cgil ha paventato lo scenario. Lo teme?
«Temerei una Cgil che non assume un orientamento rigoroso in materia di riforme sull’estensione dei diritti e delle tutele. Invece
siamo in una fase che ci porterà entro febbraio ad avere un progetto compiuto di riforma degli ammortizzatori sociali; avanzeremo una riforma del processo del lavoro; per un diverso fondamento del rapporto di lavoro per evitare
quello che viene denunciato tutti i giorni e cioè che dietro il 90% dei co.co.co, ad esempio, si cela lavoro dipendente. Infine una politica
di estensione di tutele per i lavoratori delle imprese sotto i 15 dipendenti. La Cgil ha il dovere di presentarsi nei confronti dei propri
iscritti e, dopo aver raccolto 5 milioni di firme, con un proprio punto di vista molto rigoroso e
molto coerente. È quello che stiamo facendo. Io spero che non ci dividiamo, se dovesse accadere su un punto abbiamo l’attenzione reciproca di capire che è una divisione
dentro un processo largamente condiviso».
Si avvicinano i tempi della discussione parlamentare sulle pensioni, la Cgil non
condivide i contenuti della delega. Un altro scontro?
«Noi vogliamo far vivere anche questa critica. Sulle pensioni, ma anche sulla delega fiscale che porta a due sole aliquote, a un
sistema fortemente regressivo, unico al mondo, che che dà di più a chi più ha. Sulle pensioni il governo mette volutamente la sordina, il Parlamento però è chiamato a decidere, noi dobbiamo assolutamente evitare che passi un testo che riduce i diritti e le titolarità dei lavoratori: ad esempio la confisca del Tfr, un fatto gravissimo.
Poi permane una grande incertezza sulla decontribuzione, sugli incentivi e sui disincentivi, però i tempi si avvicinano il nostro allarme è assolutamente fondato».
Avete in mente un percorso? Un nuovo sciopero?
«Per ora dobbiamo far forza su questi argomenti, siccome il governo fa di tutto per nascondere la verità sta a noi alimentare un
dibattito e un’informazione su questo. Se passa la legge vedremo cosa fare. Intanto per il 26 febbraio faremo una grande iniziativa sulla previdenza».
Felicia Masocco