“Intervista” Epifani: «Uniti contro le Br»

06/11/2003







giovedì 6 novembre 2003
«Uniti contro le Br, apprezzo il premier
Infiltrati? No, attaccano anche noi»


Intervista a Epifani: ma ora il governo riconosca il sindacato come interlocutore «Il partito di Berlusconi ha condotto un sondaggio sleale, il leader lo condanni»
      ROMA – «Dal punto di vista di Berlusconi, è una mossa intelligente. Dal nostro punto di vista, al netto dei dubbi che possiamo nutrire sulla sua strumentalità, una mossa che va apprezzata». Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, commenta così l’appello di Silvio Berlusconi a maggioranza e opposizione perché partecipino insieme alla manifestazione nazionale dei sindacati contro il terrorismo del 19 novembre.
      Quali sono, Epifani, i suoi dubbi su una possibile strumentalità dell’appello di Berlusconi?
      «Preferisco risponderle in positivo. Questa scelta, se si rivelasse sincera, significherebbe la fine della pessima stagione inaugurata dall’infelicissima battuta di Berlusconi che equiparava le piazze dei lavoratori e le pallottole dei terroristi. E significherebbe anche qualcosa di più: il riconoscimento per il sindacato, al tavolo delle trattative sulle politiche economiche e sociali, di un ruolo analogo a quello attribuitogli nella lotta al terrorismo. Non voglio dire, è chiaro, che il governo dovrebbe sostenere il sindacato. Dovrebbe assumerlo come interlocutore, cosa che non ha mai fatto nella vicenda delle pensioni».

      Capisco. Ma non mi sembra troppo convinto.

      «Giudicherò dai fatti se questa di Berlusconi è stata solo una sortita o è l’inizio di un ripensamento. Anche molto di recente esponenti di primo piano di Forza Italia, Brunetta, Bondi, Cicchitto si sono distinti per le loro uscite strumentali e sleali. E segnalo al presidente del Consiglio il sondaggio provocatorio su Cgil e terrorismo sul sito di Forza Italia. Mi aspetto da lui una reazione analoga a quella avuta a proposito del sondaggio della Ue sui Paesi pericolosi per la pace».

      Fuor di polemica: per sconfiggere il terrorismo, la mobilitazione comune di partiti, sindacati e istituzioni è uno strumento politicamente efficace, o no?

      «Sì, ma non credo a una riedizione, illusoria, di una qualche
      union sacrée . Ho un’idea più moderna dell’unità, penso a parti distinte e anche in conflitto che mantengono tra loro una dialettica rigorosa, ma fanno della lotta al terrorismo e del riconoscimento senza aggettivi del metodo democratico un valore condiviso. Per il sindacato, questo è scontato. Vedo qualche difficoltà in più per le forze di governo».
      Ma Cgil, Cisl e Uil hanno vissuto una stagione di fortissime divisioni. E la Cisl ha subito uno stillicidio di attentati.

      «Dissi subito dopo uno dei primi attentati contro la Cisl: chi colpisce uno, colpisce tutti, perché il suo nemico è il movimento sindacale. Lo penso ancora, ovviamente. E penso anche che, se questo è vero, è vero anche il contrario: chi attacca la strategia della Cgil, attacca anche quelle della Uil e della Cisl. Fortunatamente, a vederla così non siamo solo noi della Cgil. Il tessuto unitario tiene, e questo ci dà forza anche quando siamo divisi su singole questioni».

      E il tessuto unitario, come lo chiama lei, non rischia di essere almeno smagliato dal terrorismo?

      «Non credo proprio. Il terrorismo mira al sindacato perché il sindacato è irriducibile alla sua logica. E non parlo solo dei mezzi, come è ovvio, ma anche dei fini: noi cerchiamo di allargare la rappresentanza in un quadro di mediazione sociale, di governare processi reali che investono assieme la vita delle imprese e la vita dei lavoratori. È molto sleale dire che la Cgil è contro il terrorismo, ci mancherebbe, e poi far seguire questa affermazione da una valanga di ma per metterla in dubbio…».

      Di qualcuno di questi «ma» occorre pure parlare, Epifani. Si dice, per esempio, che il terrorismo ha ripreso fiato con il riaccendersi del conflitto sociale; e che a questa riaccensione la Cgil ha dato un bel contributo…

      «Non è così. Le Br ricompaiono con l’assassinio di Massimo D’Antona, un uomo molto vicino alla Cgil, in una stagione in cui il sindacato era tutto schierato per la concertazione, e il conflitto praticamente non c’era. Poi uccidono Marco Biagi in un contesto tutto diverso, con i sindacati divisi, e la Cgil mobilitata a difesa dell’articolo 18. Ed erano le stesse Br, probabilmente le stesse persone. Io sono convinto che la caratteristica principale di questo terrorismo sia la più assoluta autoreferenzialità».

      Autoreferenziali, basta rileggere le loro risoluzioni, le Br lo erano anche 25 anni fa.

      «Sì, ma si muovevano dentro uno scontro reale, e riuscirono a mettere qualche radice, prevalentemente al Nord, in fabbrica. La battaglia fu dura e difficile: ma l’avversario riuscimmo a identificarlo. Oggi, invece, le indagini ci raccontano una storia diversa, molto più opaca. Con ogni probabilità, la storia di un nucleo di terroristi di seconda fila che si inabissa per più di un decennio e poi decide di riemergere. Come se il quadro, ormai, non fosse totalmente cambiato, e si potesse continuare a uccidere in nome dell’antagonismo irriducibile tra classe operaia e Stato».

      E perché i brigatisti di secondo piano inabissati avrebbero deciso di riemergere, dandosi proprio quegli obiettivi?

      «Queste sono domande vere, su cui non abbiamo ancora risposte convincenti. Ma, insisto, le risposte non le troveremo mai se non partiamo dall’autoreferenzialità di questi terroristi. Figure anonime, persone senza storie politiche importanti».

      Si dice anche, da ultimo lo ha detto Pier Ferdinando Casini: il sindacato è contro il terrorismo, ma deve tornare ad alzare la guardia. Significa, di fatto, che la avevate abbassata?

      «Neanche per idea. E le parole del presidente della Camera mi hanno ferito. Io conosco bene la Cgil: è ancora molto centralizzata. E se mettiamo il nostro treno su un binario, come abbiamo fatto nella lotta contro il terrorismo, stia tranquillo, non lo facciamo deviare. Ma il problema vero è contro chi la si alza, la guardia. Quando ho sostenuto che oggi nelle fabbriche il rifiuto del terrorismo è generalizzato, e un tempo non lo era, ho detto la verità. Ho detto la verità anche quando ho sostenuto che la stragrande maggioranza dei movimenti per la pace e no global è per il rifiuto della violenza. In ogni caso in questi movimenti, di cui siamo parte, il rifiuto della violenza e il rispetto del principio di legalità li abbiamo posti e li poniamo come una discriminante assoluta».

      Già. Ma le infiltrazioni nella Cgil ci sono state.

      «Alcuni arrestati avevano scelto per copertura la tessera sindacale, è vero. Ma nessuno ricorda un loro impegno significativo sul luogo di lavoro. Erano figure anonime, silenti, spesso con una doppia vita, proprio come altri arrestati, che per reddito, casa, storia familiare definiremmo del ceto medio. Chi vorrebbe per questo mettere sotto accusa la Cgil, dovrebbe fare lo stesso con le Poste, o con chi ha concesso a un terrorista il nulla osta di massima sicurezza».
Paolo Franchi


Interni

La carriera di Guglielmo Epifani
      GLI ESORDI ALLA CGIL
      Guglielmo Epifani, 53 anni, ha iniziato la sua carriera alla Cgil nel 1974 e per otto anni è stato vicesegretario. Romano, laureato in filosofia con una tesi su Anna Kuliscioff, Epifani è sposato con una compagna di liceo
      L’ELEZIONE
      Nel settembre del 2002 è stato letto dal comitato direttivo segretario generale della Cgil con 141 voti a favore, 3 contrari e 5 astenuti