“Intervista” Epifani: «Una giornata di democrazia»

19/02/2007
    domenica 18 febbraio 2007

    Pagina 8 – Politica

    Intervista
    «Una giornata di democrazia»

      Guglielmo Epifani
      Segretario della Cgil

      “I partiti non hanno
      radici fra i lavoratori”

      Riccardo Barenghi

        Ha appena finito di seguire in tv la manifestazione di Vicenza, Guglielmo Epifani: «Una grande manifestazione, colorata e pacifica. E anche molto plurale, con al suo interno molte sensibilità e punti di vista. Insomma una bella giornata di partecipazione e democrazia». Dunque, tutto bene. Meno bene invece quel che ancora resta della polemica sugli infiltrati brigatisti nel suo sindacato e nella Fiom. Qui il leader della Cgil non ha gradito le interferenze e le pressioni della politica e della stampa.

        La Cgil è sotto tiro, Epifani?

          «Sì, siamo stati messi in mezzo da molti nonostante noi avessimo da subito espresso il totale appoggio agli investigatori, anche perché è la prima volta che si riesce a prevenire. Una novità assoluta. Invece siamo finiti sotto il tiro delle forze di opposizione, con la rilevante eccezione di Fini. E dalla stampa, con un giornale che si è addirittura inventato che altri venti operai della Fiom erano stati indagati, seguito a ruota da altri giornali e telegiornali. La Procura di Milano ha dovuto smentire. Penso che non sia lecito per nessuno inventarsi notizie, tanto più quando riguardano la vita di organizzazioni e di persone».

          Però anche Prodi vi ha incoraggiato a sorvegliare di più.

            «Lo abbiamo sempre fatto e lo stiamo facendo. Ma la cosa che più mi ha colpito è che le forze politiche che ci lanciano questi inviti non hanno più le radici di un tempo tra i lavoratori, tra la gente. Sono diventati partiti di opinione che stanno attenti solo a quel che dicono giornali e televisioni, perdendo così un loro punto di vista autonomo. Noi abbiamo già fatto molte assemblee, incontrato migliaia di lavoratori. Le forze politiche invece che fanno? Io mi sarei aspettato che i partiti tenessero più conto di quel che il sindacato esprime, tanto più se lo fa in modo unitario. La Cisl e la Uil, per esempio, avrebbero potuto approfittare della difficoltà della Cgil: non l’hanno fatto, e non è un caso. Dico allora alla politica: ascolti prima di emettere sentenze, altrimenti poi gli tocca innestare la retromarcia».

            Torniamo a Vicenza, dove ha sfilato anche la Cgil sia locale che nazionale: anche voi antiamericani?

              «Assolutamente no, la nostra presenza non aveva questo segno. Eravamo in quel corteo per manifestare i nostri dubbi e perplessità sull’allargamento di quella base, dubbi e perplessità che sono della stragrande maggioranza dei vicentini».

              Ma ora, dopo la manifestazione, come se ne esce? E’ possibile che il governo cambi opinione?

                «Nella decisione di Prodi hanno pesato certamente gli impegni presi dal precedente governo e dall’amministrazione comunale. Anche se certo suona singolare che tutto questo accada proprio mentre Bush è più debole, tanto che ieri il Senato americano ha votato contro l’invio di nuove truppe in Iraq».

                Dunque, secondo lei, cosa dovrebbe fare Prodi?

                  «Secondo me è difficile che possa tornare sui suoi passi, anche se la città non vuole la base. La stessa idea di un referendum non mi convince, perché su questioni del genere non può decidere la comunità locale ma spetta al governo la decisione. Spero però che venga ascoltata di più la popolazione, quantomeno sulle questioni che riguardano l’impatto della base».

                  Dal particolare al generale, come giudica la salute di un governo che vede sfilargli contro una parte dei suoi elettori e dei partiti che lo sostengono?

                    «In una democrazia dell’alternanza matura, questo non dovrebbe accadere se non in casi eccezionali. Altrimenti, se diventasse la regola, avremmo di fronte una coalizione che fa fatica a mediare tra le sue diverse anime. Finora ha tenuto ma vedo crescenti sofferenze, vertici ripetuti, polemiche all’ordine del giorno. E una difficoltà sempre maggiore a mediare, a comporle».

                    Nei giorni precedenti alla manifestazione si è parlato molto del pericolo di infiltrati o di disordini, invece non si sono visti né gli uni né gli altri. Troppo allarmismo?

                      «In effetti c’è stato un allarme che ha creato una sorta di psicosi, provocata soprattutto dai giornali e dall’opposizione. Un clima francamente esagerato, come si è visto ieri grazie ai manifestanti ma anche alle forze dell’ordine».

                      Però anche il ministro Amato e il vicepremier Rutelli hanno lanciato allarmi.

                        «Amato ha dovuto farsi interprete delle preocupazioni della polizia, ricordiamoci l’uccisione dell’agente a Catania. Tuttavia penso che si sarebbe potuta usare una maggiore sobrietà».

                        Passata Vicenza, resta la questione del terrorismo. Brigatisti dentro la Cgil e la Fiom non è stata una bella notizia.

                          «Tantomeno per noi, ovviamente. E devo dire che la cosa più preoccupante è che insieme ad alcuni vecchi reduci del passato siano stati scoperti anche dei giovani. Ma io non vedo nessi con il disagio sociale che provocherebbe la scelta terroristica. Il disagio esiste in tutti i Paesi europei, come mai allora solo da noi qualcuno finisce nelle Br?».

                          E lei che risposta si dà?

                          «Intanto dico che non bisogna sottovalutare il fenomeno per quanto circoscritto e che dobbiamo rispondere sapendo che evidentemente riemerge roba vecchia capace di afferrare nuove leve. E questo perché la fabbrica è molto cambiata dagli Anni Settanta, non ci sono più quei quadri operai politicamente esperti, in grado di selezionare i nuovi quadri, i giovani. La memoria si è persa. Ma voglio aggiungere anche un’altra cosa, che riguarda tutti e quindi anche la Fiom: il sindacato è un movimento ma anche un’organizzaione con la sua logica. Dunque penso che non si possa essere iscritti alla Cgil e contemporaneamente proclamare uno sciopero dei Cobas. Qui c’è un’incompatibilità, i valori non coincidono. Questo è il discrimine»