“Intervista” Epifani: Togliete di mezzo questa riforma

09/12/2003




    8 dicembre 2003

    Intervista
    Il leader della Cgil: «Trattiamo su welfare e pensioni»
    Epifani: «Togliete di mezzo questa riforma»
    «Alzare l’età del ritiro? Non è un tabù, però con incentivi e flessibilità».
    Ma c’è il rischio di nuove divisioni con Cisl e Uil

    ROMA - Dopo la manifestazione di sabato, un milione in piazza per dire no alla riforma delle pensioni, «l’Unità» ha scritto: torna la classe operaia, torna lo scontro di classe. Guglielmo Epifani, 53 anni, segretario generale della Cgil, non trova opportuno il richiamo a categorie marxiste: «Mi pare archeologia. E’ sbagliato. In piazza c’era tutto. C’era la classe operaia, c’erano i giovani, c’erano gli anziani, c’era il ceto medio. Il carattere fondamentale di San Giovanni è stata la ricchezza e la complessità delle provenienze e dei percorsi professionali e sociali. Un’immagine del Paese vero
    Niente lotta di classe, quindi. Ma che andrete a dire mercoledì al ministro del Lavoro? Facciamo uno scenario. Maroni si siede e vi chiede: caro sindacato, questa è la mia proposta, voi ne avete una alternativa?
    «Noi abbiamo le nostre opinioni, unitarie nell’impianto. Ma mi sembra che in realtà il governo voglia andare dritto sulla sua strada».

    Ma in concreto voi pensate che il sistema previdenziale vada bene così com’è o che bisogna metterci mano?

    «Se ci fossero condizioni per un confronto vero bisognerebbe partire dal tema generale del welfare. Penso agli anziani non autosufficienti, al dramma di molti lavoratori della piccola impresa o dell’indotto che non hanno nessuna forma di tutela, ai giovani senza lavoro o con un lavoro precario. Oppure penso alle questioni della sanità che da sole meriterebbero un tavolo di confronto vero».

    Voi quindi sareste disposti a una trattativa su tutto lo stato sociale?

    «A un confronto che parta dalle grandi questioni che segnano i problemi drammatici di molte persone».

    In un tale contesto trattereste anche sulle pensioni?

    «Sì, dentro la questione più generale del welfare. Partendo dal completamento della riforma Dini».

    Però sa più di un maquillage che di un intervento vero. L’età pensionabile va alzata?

    «Non vedo questa necessità perché non siamo in presenza di una grandissima differenza tra il livello odierno di spesa e quello che si prevede dal 2025 al 2040. Molto più forte è il problema dei lavoratori autonomi e questo prefigurerebbe un intervento sulle loro aliquote».

    Vuole dire che commercianti e artigiani dovrebbero pagare più contributi?

    «Una parte, sì. Si tratterà di fare i conti ma questo problema c’è. Per il lavoro dipendente penso invece che si dovrebbe sperimentare davvero la strada degli incentivi a restare».

    Eppure i demografi dicono che con l’allungamento della vita media anche l’età della pensione deve cambiare. Non sarebbe più ambizioso un sindacato che si presenta al tavolo del governo e dice: è vero, di fronte ai grandi mutamenti sociali cerchiamo delle soluzioni davvero innovative?

    «L’età pensionabile noi l’abbiamo ritoccata, non è un tabù. Ma oggi è meglio un innalzamento rigido o una serie di strumenti flessibili? Incentivi a restare, uscite morbide, part-time. Bisogna avere la fantasia di pensare soluzioni elastiche. Forse pochi sanno che l’età di pensionamento reale medio in Europa è di 60 anni e in Italia di 59 anni e sei mesi. Siamo già oggi in linea. Perché c’è tutto questo allarme?».

    E se Maroni conferma il suo progetto?

    «Vuol dire che il governo ha paura del dialogo perché questo scompaginerebbe le carte al suo interno».

    Enrico Letta, autorevole dirigente della Margherita ed ex ministro dell’Industria, vi sollecita però a fare una vostra proposta.

    «A Letta dico che le nostre opinioni sono note. A noi l’innalzamento obbligatorio dell’età pensionabile non pare né utile né giusto».

    C’è il rischio che le strade di Cgil, Cisl e Uil si dividano di nuovo? E’ possibile che Pezzotta accetti di vedere carte di cui voi non volete nemmeno sentir parlare?

    «No, non credo. Nella manifestazione di sabato c’erano la coscienza degli errori del governo e la fiducia nelle nostre ragioni. L’unità del sindacato è figlia di questa coscienza».

    Ma la Cgil spera in realtà di prendere tempo contando di arrivare a gennaio e a un rimpasto di governo che rimetta in discussione anche la riforma delle pensioni?

    «Il problema non è il tempo ma il merito. Se il governo non avesse imboccato questa strada, ci saremmo tranquillamente ritrovati nel 2005 a verificare, come previsto dalla stessa legge, l’applicazione della Dini a dieci anni dalla sua entrata in vigore. E’ il governo che ha impresso questa accelerazione senza senso, mettendo in discussione il cuore della riforma».

    Maroni l’accusa di parlare più da politico che da sindacalista. Lei si sente un leader dell’opposizione?

    «Mi sento il segretario di un sindacato che ha maturato elementi molto negativi nei confronti del governo. Hanno messo insieme una fila di errori grandi come una casa. Onestamente, quando dico che dopo trenta mesi il bilancio del governo consegna un Paese più povero, più insicuro e più diviso mi pare di cogliere la realtà».

    Lei viene dalla scuola del sindacalismo socialista. Potrebbe definirsi un riformista doc. Come si sente a guidare un sindacato che fa comunque un’opposizione dura?

    «Mi sento un riformista per cultura, per scelta e anche per temperamento. Però vorrei trovare la possibilità di avere un interlocutore che ci consenta di fare cose buone e giuste. Ma allo stato non lo vedo. E poi, quanto all’estremismo della Cgil, vorrei che si facesse una riflessione. Rappresentiamo un italiano su dieci, abbiamo cinque milioni e mezzo di iscritti, tanti umori, tante culture, tante sensibilità. Il collante della Cgil è la difesa rigorosa della ragioni del lavoro che oggi sono tenute troppo ai margini».

    C’è però una situazione di forte tensione, come dimostra lo sciopero degli autoferrotranvieri. E il governo invoca regole più severe nell’organizzazione degli scioperi.

    «Il governo dovrebbe in realtà occuparsi di dare il contratto agli autoferrotranvieri. Lo attendono da due anni. E’ insopportabile».

    Ma è insopportabile anche gettare Milano nel caos…
    «Certo. Perché così dai visibilità alla tua lotta, finisci in prima pagina, ma colpisci altri lavoratori, isoli e indebolisci la protesta».

    E allora non pensa che sia necessario rivedere la legge sullo sciopero?

    «No, perché la legge è frutto di un delicato equilibrio che troverei rischioso rompere. Quello che serve è il contratto».

    Che prevede sulle pensioni?

    «Questa del governo è una riforma sgangherata. La tolgano di mezzo e facciamo un confronto vero. Il buon senso dice che sarebbe saggio non andare avanti. Non ascoltare il sindacato è un errore. Lo dico convinto, senza iattanza. Sono tornati indietro sulla scelta di Scanzano Jonico per le scorie nucleari. Perché non possono farlo sulle pensioni?».

    Marco Cianca