“Intervista” Epifani: «Su Fiat e Sud ci si gioca il futuro»

25/11/2002

            25 novembre 2002

            «Su Fiat e Sud ci si gioca il futuro»
            Il leader della Cgil Epifani attacca il governo: galleggia sulla crisi e non affronta i nodi strutturali

            Felicia Masocco

            ROMA
            Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil. Per la vertenza Fiat siamo al momento della verità. Sapremo che cosa azienda e governo
            hanno in mente di fare. Che cosa si aspetta?
            «Non mi aspetto grandi novità, purtroppo. Il governo ha fatto passare quasi un mese senza mettere in campo nessuna iniziativa e francamente mi pare che galleggi su questa crisi e accompagni le scelte dell’azienda e delle banche invece di affrontare risolutamente il problema di fondo, ovvero il futuro dell’industria dell’auto in Italia. Perché è di questo che stiamo parlando. Lo dico anche rispetto a quelli che vedono qualche analogia
            con la crisi del 1980».
            Quali sono le differenze rispetto ad allora?
            «Allora intanto c’era un proprietario, un azionista che credeva in quello
            che faceva, c’era un’azienda leader in Europa e poi c’era un classico scontro sui modelli gestionali, sul rapporto tra azienda e sindacato. Qui siamo in presenza di un’azienda che continua a perdere quote di mercato in Europa, un azionista visibilmente disimpegnato, c’è un’azienda che
            deve lottare per il suo futuro e un Paese che dovrebbe interrogarsi su cosa fare, su cosa mettere in campo per salvare quella che ancora oggi è la sua più importante industria privata.
            Non so se la stima della Banca d’Italia sia corretta, se corrisponde allo 0,4% il contributo al Pil del gruppo Fiat, in ogni caso siamo in presenza di una quota molto importante dell’occupazione e del valore prodotto. Quindi è un tema che meriterebbe da parte di tutti, a partire dal governo, una strategia e una ricerca che non si vedono. Anche su questo
            l’esecutivo mi pare stia lasciando accentuare il declino».
            Come legge questa doppia convocazione, a Palazzo Chigi e poi dal
            ministro Maroni?
            «È arrivata a tempo scaduto, quando appunto devono partire le procedure decise unilateralmente dalla Fiat. Il governo asseconda queste scelte, mi pare abbia deciso di non fare nulla e di far fare alla Fiat o forse, più correttamente, alle banche. Il fatto che la convocazione sia doppia,
            vuol dire che tutto è deciso, che tuttalpiù si sposta qualcosa di marginale.
            Per questo dicevo che il governo galleggia: ha deciso di non avere alcun ruolo in questa vicenda».
            Però su Termini Imerese sono stati presi impegni da mezzo governo.
            Se alle promesse dovesse corrispondere qualcosa di concreto,
            magari una soluzione-tampone, come risponderete?
            «Per noi non cambia la sostanza perché nell’ordine i problemi da affrontare sono: la sospensione delle procedure dell’azienda per tutti i lavoratori interessati…».
            La ponete come pregiudiziale?
            «Senza di questo diventa difficile poter negoziare in condizioni di parità. Secondo: il piano è da rifare. Terzo: solo alla fine di questo percorso si può vedere che funzione possono avere eventuali ammortizzatori
            sociali. Se invece si assume il piano come punto di partenza e si dice
            che dal 2 dicembre molti lavoratori non avranno più il loro posto e chissà se mai rientreranno, non è spostando una nuova produzione da una parte all’altra che si può considerare conclusa la vicenda.
            Qui il problema è un po’ più alto, è come teniamo in piedi l’industria e l’occupazione, non contrapporre area ad area, stabilimento
            a stabilimento».
            Come confederazioni vi siete riservate delle iniziative in assenza di
            una soluzione condivisa. Come pensate di mobilitarvi?
            «Vediamo come va la riunione e quali esiti avrà. Martedì è già previsto lo sciopero di Fiom, Fim e Uilm nel gruppo Fiat e la manifestazione a Roma con la presenza delle confederazioni. Poi vedremo come dare sostegno e continuità a questa lotta. Io vedo profilarsi in Italia una vera crisi degli assetti industriali. La Fiat è il caso più rilevante, ma abbiamo il rallentamento del settore tessile, la crisi dei petrolchimici, quella degli altri settori del comparto metalmeccanico, la Cirio: accanto alla nuova centralità della questione operaia, vedo crescere una vecchia, ma rinnovata questione industriale e produttiva. Credo sia questo il terreno per la costruzione di una risposta che leghi solidarietà a prospettive di cambiamento della politica industriale del governo. Una risposta che dia continuità e alzi
            il tiro nei confronti delle responsabilità di questo esecutivo e che dovremo valutare insieme a Cisl e Uil».
            Prima parlava del declino del Paese. Il Sud paga più del resto d’Italia: è una nuova questione meridionale che la Cgil mette al centro dell’iniziativa di sabato a Napoli?
            «Innanzitutto questa iniziativa è parte di una mobilitazione che avrà un se
            condo appuntamento a Milano all’inizio dell’anno dedicato ai temi dei diritti, da quelli di cittadinanza, a quelli messi in discussione della devolution, ai diritti del lavoro. L’appuntamento di Napoli è invece legato ai temi della politica industriale, del Mezzogiorno, dello sviluppo ed è per la Cgil una prima risposta alle scelte del governo, alla Finanziaria, all’assenza di qualsiasi idea o progetto di politica industriale che affronti i grossi problemi occupazionali in un momento di rallentamento dell’economia come questo. Insisto: il Paese non era più abituato ad avere un saldo occupazionale negativo o un aumento del rapporto tra stock di debito e pil come quello che si avrà quest’anno al netto delle operazioni di cosmesi finanziaria del governo. Tutto questo ci dice che il governo sta facendo andare a rotoli il paese. E sta salendo un’inquietudine della quale noi avvertiamo i segnali».
            Come si svolgerà l’iniziativa napoletana?
            «È articolata in due giornate: venerdì 29 ci sarà un convegno dedicato all’analisi delle scelte, delle priorità per il Sud anche in connessione con le politiche governative. Ci sarà una tavola rotonda in cui chiameremo una parte della rappresentanza dell’impresa e gli enti locali. Per sabato mattina è in programma una grande manifestazione in cui aspettiamo non meno di 100 mila persone, che segna la centralità della questione meridionale
            in una situazione in cui il Paese non si sviluppa, il governo fa politiche
            sbagliate, aumenta l’area della povertà e dell’emarginazione proprio nel Mezzogiorno e si moltiplicano i casi di crisi e sofferenza occupazionale».
            La devolution: si dice che spacchi il Paese, ma a parte questo, ci sono degli aspetti specifici che riguardano direttamente il mondo del lavoro che voi rappresentate?
            «Il governo sta facendo una riforma che sotto alcuni formulazioni generiche finisce per far saltare principi di solidarietà e di uguaglianza dei diritti. E produce danni già il volersi misurare con un’operazione di devoluzione fatta nel nome della divisione e non per un progetto di un federalismo compiuto e solidale come quello al quale come Cgil abbiamo
            sempre aspirato. L’osservazione del presidente della Corte Costituzionale è assolutamente fondata, noi abbiamo riserve anche sul testo del titolo quinto di riforma della Costituzione fatta dal centrosinistra perché su alcune materie come il diritto del lavoro e sicurezza del lavoro si sono
            compiuti degli sbagli. Ma qui siamo di fronte ad un progetto che diventa sì velleitario, ma al tempo stesso assolutamente pericoloso, perché non costruisce ma si pone solo di dissolvere. Per questo io ed altri esponenti della Cgil abbiamo partecipato, come cittadini, alle manifestazioni
            di sabato dell’Ulivo: l’autonomia del sindacato non vuol dire indifferenza
            alle scelte che sono in campo. Il sindacato deve essere autonomo, non indifferente. Indifferenza vuol dire subalternità alle scelte del governo del momento».
            Ancora sindacato e politica: alcuni esponenti della Cgil hanno sottoscritto un documento nel quale in molti hanno letto l’obiettivo della composizione di un partito del lavoro. Qual è la sua opinione?
            «Sono compagni di diverso orientamento che avvertono il problema di dare una rappresentanza anche politica ai temi del lavoro. È una scelta che riguarda questi compagni, naturalmente, che non investe la Cgil come tale. In generale il rapporto tra le questioni del lavoro e la rappresentanza politica è un tema che abbiamo sollevato da tempo e in diverse occasioni. Il problema è lo sbocco: se creare un ennesimo partito, o forse partitino,
            oppure far vivere la soluzione di questo problema in una ricerca che deve
            essere ancora tenuta aperta. Non mi pare conveniente pensare a un partitino. Non è il tempo di continuare a dividere ma di provare a unire sulla base di una maggiore attenzione alla centralità del lavoro».