“Intervista” Epifani: «Solo il sì al referendum può salvare questo governo»

01/10/2007
    lunedì 1 ottobre 2007

      Pagina 3 – Economia

      Per il leader della Cgil, l’accordo sottoscritto su welfare e pensioni deve restare così com’è

        «Solo il sì al referendum
        può salvare questo governo»

          Appello al voto di Epifani:"Ma la Finanziaria ignora i salari"

            di ROBERTO MANIA

              ROMA – "Nelle mani dei lavoratori e dei pensionati c’è una grande responsabilità: con il loro sì al referendum si approverà il protocollo sul welfare e eviterà anche che salti il "banco"". Che, nel ragionamento di Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, è il governo, incagliato di nuovo nel scontro tra riformisti e massimalisti. Epifani apprezza la linea rigorosa del premier Prodi che non concede nulla alle rimostranze della sinistra radicale. "L’accordo – dice il leader sindacale – deve restare così com’è". È convinto, poi, che dalle fabbriche arriverà una promozione netta all’intesa del 23 luglio e avverte, archiviata "l’unica Finanziaria possibile di un governo costretto purtroppo a vivere alla giornata", che nel Paese sta scoppiando una nuova emergenza: quella degli stipendi troppo bassi dei lavoratori.

                Prodi ha rinviato l’approvazione del pacchetto welfare. Era previsto, come dice il premier, o si tratta di un cedimento alla sinistra radicale?

                  "Il rinvio non era stato concordato. È stata una decisione del governo. E le motivazioni che hanno addotto (aspettiamo l’esito del referendum) non mi paiono quelle vere. Le rispetto ma non ritengo che sia così".

                  Qual è la vera ragione?

                    "Le tensioni interne alla maggioranza".

                      Tra una decina di giorni i lavoratori voteranno sul protocollo che la sinistra radicale vuole cambiare. Il referendum non rischia così di essere inutile?

                      "No, non è inutile. Innanzitutto perché è una prova di democrazia unica: ci saranno quasi 50 mila assemblee e circa cinque milioni di votanti. In secondo luogo il voto per il sì è decisivo. Perché siamo di fronte a un paradosso: tutti, sotto sotto anche coloro che criticano il protocollo, sanno che è giusto che vinca il sì. Per ragioni di merito ma anche perché in caso contrario salterebbe il "banco". Aggiungo che nelle assemblee si registra un largo consenso sul protocollo. Tutto questo mi fa dire che il governo – come peraltro ha confermato il presidente Prodi – non potrà modificare in nessun caso il testo senza l’accordo con il sindacato. Naturalmente il Parlamento è sovrano, anche se dovrebbe essere rispettoso dell’orientamento dei lavoratori e dei pensionati".

                      Cosa risponde al presidente della Camera Bertinotti, secondo il quale la sinistra non può essere "la carta assorbente del sindacato"?

                        "Dico che ha ragione: la sinistra non deve essere la carta assorbente del sindacato, ma la sinistra non deve essere nemmeno un altro sindacato che fa trattative di merito sul altri tavoli".

                        Le minacce al governo arrivano più da Dini o dalla sinistra radicale?

                          "Questo è un governo che rischia, per ragioni di numero, in ogni momento. In ogni caso continuo a pensare che le sinistre non abbiano alcun interesse a far cadere Prodi. I problemi, se ci sono, arrivano da altre parti".

                          Veniamo alla Finanziaria. Il suo primo giudizio è sembrato proprio condizionato dal referendum. L’impressione è che se non ci fosse questo appuntamento lei avrebbe bocciato la manovra. È così?

                            "No, non è così. Nelle condizioni date quella approvata è l’unica Finanziaria che possa ottenere il sostegno di tutta la maggioranza. Ci sono due aspetti positivi. C’è uno sforzo per rilanciare gli investimenti infrastrutturali: nelle ferrovie, nelle metropolitane, nel trasporto pubblico. Si tratta di un intervento importante nel momento in cui la congiuntura mostra segni di rallentamento. E nella chiave dello sviluppo va collocata anche l’operazione di riorganizzazione della tassazione sulle imprese che interessa le grandi, con l’Irap e l’Ires, ma anche i più piccoli con la semplificazione dei pagamenti. L’altro aspetto positivo riguarda le misure di carattere sociale: dai due miliardi destinati agli incapienti, a un piano – finalmente! – per la costruzione di alloggi popolari".

                            Il grande assente resta il lavoro dipendente. Le aliquote Irpef sono rimaste intatte.

                              "Questo è il problema. Per la verità con la Finanziaria dello scorso anno qualcosa si provò a fare ma il successivo aumento delle addizionali locali vanificò tutto, tranne per chi aveva carichi familiari. Così resta irrisolta l’emergenza salariale. Ma davvero si può pensare di rimettere in moto lo sviluppo senza dare una risposta ai produttori, cioè ai lavoratori dipendenti? Da oggi bisogna impegnarsi per ridurre le tasse sul lavoro".

                              Il Manifesto sostiene che è l’impresa "la stella polare" della politica economica del governo Prodi. È d’accordo?

                                "La Finanziaria di quest’anno ha due elementi comuni con quella dello scorso anno: l’attenzione ai ceti più bassi, ma anche le misure per la competitività delle imprese, prima il taglio al cuneo fiscale poi il riordino del sistema di tassazione. Va detto che in questa direzione si stanno muovendo tutti i Paesi con i quali le nostre aziende devono competere, dalla Germania della Merkel alle Francia di Sarkozy".

                                Perché anche questa volta non sono state tagliate le tasse ai lavoratori?

                                  "Per carenza di risorse e perché non è percepita ancora come una vera priorità".

                                  Ritiene che ci siano i soldi per rinnovare i contratti pubblici?

                                    "Ecco, questo è un altro aspetto della questione "lavoro dipendente". Noi siamo pronti a sperimentare l’allungamento a tre anni dei contratti e a riformare la pubblica amministrazione, ma dire come fa Padoa-Schioppa, che prima si rinnovano i contratti e poi si mettono i soldi allontana la possibilità di intese. Temo che su questo si aprirà uno scontro".