“Intervista” Epifani: «Situazione pericolosa, il governo si muova»

13/11/2002



13 novembre 2002

LA CRISI FIAT
SINDACATO E GOVERNO
«Situazione pericolosa, il governo si muova»

Epifani: capisco le proteste estreme degli operai. Il sindacato è unito e nessuno riuscirà a dividerci

ROMA – «Sulla Fiat, purtroppo, siamo in una fase pericolosa, perché mentre cresce la tensione dei lavoratori con l’avvicinarsi della cassa integrazione e della mobilità la vertenza è in una fase di stallo». Colpa di chi?
«Del governo – risponde Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil -. Il governo, giovedì scorso, aveva congedato il sindacato preannunciando una risposta in tempi brevi alle nostre richieste di cambiamento del piano industriale della Fiat e di sospensione dei provvedimenti che tolgono dal lavoro migliaia di dipendenti. Ma il governo, con noi, non si fa sentire. Leggiamo dichiarazioni che dicono tutto e il contrario di tutto mentre l’azienda insiste sul suo piano di tagli».

Cgil, Cisl e Uil hanno definito l’altra sera la loro posizione in un vertice tra i segretari confederali e quelli dei metalmeccanici. Siete davvero uniti?

«Sì e questo rafforza molto il sindacato. Il messaggio chiaro che viene fuori dal vertice di lunedì e che si manda al governo e all’azienda è che sulla Fiat non riusciranno a dividere Cgil, Cisl e Uil. Se qualcuno punta all’accordo separato si sbaglia. Siamo uniti sui punti fondamentali. Il primo è che il piano dell’azienda non va bene, perché taglia i livelli produttivi e l’occupazione e non garantisce il rilancio».

Ma perché l’azienda dovrebbe rinunciare al rilancio? Che interesse avrebbe la Fiat a non uscire dalla crisi?

«Perché il piano che ci è stato presentato è figlio della scelta già fatta di passare la mano alla General Motors (già proprietaria del 20% di Fiat auto;
ndr ), pagando il meno possibile i propri errori industriali».
Insomma, un piano che è un bluff?

«Sì, un piano che dice una cosa, ma che in realtà ha dietro un obiettivo diverso: contenere le perdite, nell’interesse finanziario degli azionisti, e poi cedere l’azienda agli americani. Il tutto in una prospettiva di crisi internazionale dell’auto».

Che vale non solo per la Fiat.

«Sì, ma la Fiat non è riuscita a vendere macchine negli ultimi tre anni che in Italia sono stati quelli col record di vendite di tutto il Dopoguerra. Adesso che il mercato, ovviamente, tirerà meno, la situazione sarà difficilmente sostenibile».

Se è così, la Fiat si può ancora salvare o è troppo tardi?

«È necessario fare un’operazione verità e dire al Paese che, se continua così, la Fiat auto si riduce a pochi stabilimenti di assemblaggio ceduti alla General Motors. A quel punto l’Italia diventerebbe l’unico grande Paese senza una sua industria automobilistica. Questo scenario è probabile e realistico. Bisogna dirlo».

Ma allora non sarebbe meglio prenderne atto?

«Assolutamente no. Noi non vogliamo questa deriva che sarebbe dannosa per il Paese. Il sindacato dice che possiamo farcela a mettere in campo un vero rilancio della Fiat, ma a tre condizioni. Che l’azionista ci creda, che si acceleri il rinnovo dei prodotti e il loro miglioramento qualitativo, che si investano più risorse. Se invece la Fiat resta ferma al suo piano e il governo non fa nulla, andiamo diritti verso il precipizio. Tocca al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, riaprire i giochi. Ma le sue intenzioni le ho lette solo sulle agenzie di stampa. Aspettiamo iniziative concrete. Finora Berlusconi ha assecondato la politica di galleggiamento dell’azienda».

Nel comunicato scritto con Savino Pezzotta (Cisl) e Luigi Angeletti (Uil) chiedete «un nuovo assetto pubblico anche con un possibile intervento pubblico». Ma, vista la situazione dei conti dello Stato, dove trovare i soldi?

«Noi non vogliamo né la statizzazione né regali alla Fiat. Chiediamo una cosa diversa. Che il governo respinga il piano Fiat, dichiari la volontà di un vero rilancio del settore, sospenda la cassa integrazione e la mobilità e apra una fase di ricerca di un paio di mesi. Durante i quali il governo dovrebbe avere un ruolo attivo verso la proprietà, le banche, la General Motors, eventuali investitori privati italiani e internazionali, compresi i fondi d’investimento, con l’obiettivo di trovare le risorse per sviluppare l’azienda. Si può fare? In Francia, dieci anni fa, lo hanno fatto e con risultati positivi».

Con Pezzotta e Angeletti ha parlato di altri scioperi dopo quello dei metalmeccanici previsto per venerdì?

«Non abbiamo deciso né date né modalità di nuove iniziative. Ma siamo uniti sul fatto che né i lavoratori della Fiat né quelli di tutto il settore metalmeccanico siano da soli. Le confederazioni sono con loro».

L’unità sulla Fiat può aprire la porta al superamento delle divisioni sul contratto dei metalmeccanici?

«È difficile dirlo ora. Certo, la compattezza sulla Fiat rasserena il clima».

In Sicilia i lavoratori Fiat che rischiano il posto bloccano strade, ferrovie e ora anche l’aeroporto. Lo trova giusto o non crede che il sindacato dovrebbe dire che queste cose non si fanno?

«Il sindacato vive tra i lavoratori, non è altro dai lavoratori. Chiunque viva la realtà di Termini Imerese vede la disperazione che c’è, perché lì lo stabilimento Fiat non è
un posto di lavoro, ma il posto di lavoro. Che riscatta dalla povertà, dal degrado e costituisce l’emblema di chi non vuole rassegnarsi alla criminalità organizzata. Qualsiasi esasperazione della lotta che altrove potrebbe essere discussa, in quel contesto diventa in qualche modo naturale. E bisogna non solo capirla, ma dare una risposta».
Organizzare uno sciopero europeo dei lavoratori del gruppo Fiat per il 13 dicembre. Lo proporranno i sindacati metalmeccanici italiani, francesi, olandesi, portoghesi, tedeschi e polacchi alla Federazione Europea dei sindacati metalmeccanici durante la riunione che si terrà il 27 novembre a Bruxelles.

Enrico Marro