“Intervista” Epifani: Si tratta nel 2005 / Boeri: Quanta disinformazione

10/11/2003

13 novembre 2003 N.46

1- Intervista a Guglielmo Epifani
2- Intervista a Tito Boeri
 
Attualità LO SCONTRO GOVERNO-SINDACATI
 
Si tratta nel 2005
 
Nessuna mediazione. La riforma delle pensioni va ritirata. E si torni ad aprire il confronto nella data fissata con Dini. È il messaggio del leader della Cgil a Berlusconi colloquio con Guglielmo Epifani
 
di Paola Pilati

A Corso d’Italia non si aspettavano tanta grazia. Con un vero coup de théâtre, la riforma delle pensioni del governo potrebbe deragliare non a causa del muro di proteste e scioperi che il sindacato sta costruendo sul suo cammino, ma per cause endogene. Il primo assalto, organizzato da Cgil-Cisl e Uil unite, che hanno portato in piazza il 24 ottobre striscioni e cortei, ha di fatto lasciato le cose come stavano. Un po’ di sussulti, ma il treno del nuovo welfare firmato Tremonti-Maroni ha continuato a correre indisturbato nella prateria. Poi è arrivata l’analisi della Ragioneria generale dello Stato. Che come un piccolo scambio sui binari rischia di spingere il convoglio della riforma su un binario morto. Gli uomini di Vittorio Grilli hanno smontato di fatto metà della manovra per il passaggio al nuovo sistema dicendo che rinviare l’uscita dal posto di lavoro, incassando in cambio con lo stipendio i contributi previdenziali, non conviene. E che il risparmio previsto non sarà pari a un punto del Pil, ma solo dello 0,7. Così tra le diverse componenti del governo, che fino a ieri si comportavano come passeggeri forzatamente disciplinati, sta esplodendo la rissa: una parte, sostanzialmente An e Udc, sono per l’apertura di un tavolo di trattativa; la Lega, rappresentata dal ministro del Welfare Roberto Maroni, invece nicchia. Ecco come la vede il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani.

Quello che il governo voleva ottenere nel vostro schieramento, una bella litigata, lo sta vivendo al suo interno. Se lo aspettava, Epifani?

"Che il governo avesse al suo interno delle divisioni, tra Udc e An da un lato e Lega e Tremonti dall’altro, era chiaro. Proprio questo rende complessa l’apertura di un dialogo: trattare con un governo che non ha un punto di vista omogeneo, significa la totale inaffidabilità dell’interlocutore".

Cosa vi aspettate, adesso?

"Che il governo faccia un passo indietro, e ritiri la sua proposta".

Non le sembra una posizione un po’ troppo radicale?

"No. Allo stato dei fatti, l’unica mediazione che il governo è disposto fare è: accogliamo modifiche, ma solo nell’ambito delle nostre scelte. Questo è inaccettabile. Anche perché, così com’è, questa non è una riforma, ma un’operazione di riduzione delle spese. Con qualsiasi correzione, resta una manovra iniqua".

Anche voi, con il vostro calendario di lotta senza fine rischiate però la posizione di stallo…

"La mobilitazione non è uno stallo. Serve a definire con maggiore chiarezza le posizioni del movimento sindacale. Che non sono conservatrici, ma riformatrici".

Allude all’accusa di Tommaso Padoa Schioppa che vi ha dato dei conservatori. Brucia?

"Se avesse ragione Padoa Schioppa, avrebbe ragione anche il governo. Ma il governo sbaglia".

Lei usa un sillogismo. Ma per qualcuno questo è un governo che decide.

"Ma la logica doveva portare alla verifica del percorso della riforma Dini e della sua sostenibilità finanziaria. Invece fa l’opposto. Dà via libera a una Finanziaria piena di buchi, incapace di fare sviluppo, e sul welfare divide: le generazioni, il lavoro pubblico da quello privato…".

Ma per avere un lasciapassare da Bruxelles, come dite voi, il governo ottiene che il sindacato si ricompatti: per Berlusconi e Tremonti il gioco vale la candela?

"Dopo aver sbagliato le previsioni di crescita, aver tagliato ai limiti del possibile la spesa corrente e quella per investimenti, o cambia registro o è costretto a seguire questa strada".

Ma vi offre una prospettiva: approviamo una riforma cornice, poi ci sediamo a un tavolo, e ci diamo 18 mesi di tempo per riempire quella cornice. La concertazione è salva. Non le sembra accettabile?

"È un bell’esercizio formale, ma la sostanza è che c’è chi decide il disegno, e poi lascia alle parti solo di colorarlo".

Non si è capito quale sia il vostro disegno.

"Rispettare le intese, e arrivare alla verifica della riforma Dini nel 2005. Che, ricordiamolo, già prevede dei meccanismi di autoregolazione: la correzione di alcuni coefficienti può scattare se si dimostra lo scostamento tra previsioni di spesa e realtà".

Come arrivate al 2005? Non rischiate il logoramento?

"Il tempo che ci separa dal 2005 non deve essere tempo buttato ma da utilizzare per fare una serie di passi che ci consentano di arrivare a quella data avendo risolto alcuni nodi. La prima cosa da fare è far partire i fondi pensione anche per il pubblico impiego e la scuola, trovando la formula per rendere più forte possibile il loro decollo, e cioè scegliendo di impegnare lì quote del Tfr".

E poi?

"Mettere mano a una riforma degli ammortizzatori sociali. Non si può ignorare che molti lavoratori che oggi a 50 anni se perdono il lavoro, possono avere la pensione, con l’innalzamento dell’età pensionabile rimarranno senza reddito e senza pensione. Terzo punto, occorre affrontare il problema dei lavoratori discontinui. Giovani precari, donne che alternano periodi di impiego e di lavoro di famiglia, faticano a mettere insieme i contributi".

È un fenomeno in crescita?

"Nel lavoro flessibile di domani, tenderanno ad aumentare. E poi c’è la protezione degli anziani. Crescono di numero, ma le loro pensioni, quelle d’annata agganciate solo al costo della vita e non al reddito prodotto, perdono valore. O si cambia indicizzazione, ma è una soluzione che grava sulla spesa previdenziale, o si interviene con sconti fiscali. Unica cosa che non si può fare, è far finta che il problema non ci sia".

Ma non si può neanche far finta che tutto ciò non abbia un costo.

"Certo. Ma quando arriveremo alla verifica della sostenibilità finanziaria del 2005, avendo sciolto gli intrecci tra ciò che è tutela dell’assistenza e ciò che è tutela previdenziale, sarà tutto più chiaro. E la verifica sarà più trasparente".

Contate di scoprire che il problema non è previdenziale, ma solo assistenziale?

"Scopriremmo che il problema pensionistico si riduce di molto. E che comunque potrebbe essere affrontato non con un solo strumento, l’aumento dell’età, ma con diverse soluzioni".

Quali?

"Le stiamo valutando".

Se è la quadratura del cerchio, perché questa separazione non l’avete chiesta prima?

"L’abbiamo sempre chiesta. E alcuni passi erano già stati definiti in parte con la riforma Dini, in parte con il Patto di Natale del 1998. Ma una spesa assistenziale che cammini da sola ha bisogno di soldi. E le difficoltà della finanza pubblica hanno bloccato tutti i governi, questo e quelli precedenti. Senza contare un altro risvolto".

Quale?

"Che dire, una volta per tutte, che il fisco finanzia l’assistenza e i contributi vanno solo alla previdenza, altera vantaggi e costi delle diverse categorie di lavoratori: 13 punti di differenza tra i contributi di un lavoratore di un’impresa industriale e il commerciante non sono spiegabili. Anche questo deve essere rivisto. E prima del 2005".

Sul tema pensioni qualcuno ha evocato l’accordo di San Valentino, quello che segnò la fine della scala mobile. C’era Craxi al governo, e i socialisti della Cgil ruppero con la componente comunista firmando l’intesa. Lei allora da che parte era?

"Ero tra quelli che volevano il superamento del meccanismo. Ma era un tema semplice. La previdenza non lo è. Ed è un terreno in cui c’è stata sempre una grande unità: è un fronte che regge. È questa la differenza con il passato".

Ci sono nel governo manovre per spaccare il sindacato, come accadde con la battaglia per la soppressione dell’articolo 18?

"Sì, ci ha provato e ci proverà ancora. Ma dai modi ha poche speranze di riuscirci".

La Cgil aveva proposto tempo fa la soluzione ‘contributivo per tutti, pro rata’. È ancora di questo parere?

"Era un tentativo per avvicinare le condizioni di equità generazionale tra giovani e meno giovani. Ci fu un coro di no da tutte le parti. Oggi l’effetto di equità del contributivo per tutti avrebbe un impatto minore".

Non è più valida, allora?

"Non mi sembra un punto fondamentale".

Avrebbe preferito trattare questa materia con il centro-sinistra?

"Anche allora ci fu chiesto di farlo in presenza di una legge finanziaria: si tagliava per fare cassa e non per affrontare i temi veri del welfare".

Dunque non è stata un’opportunità mancata?

"No. La riforma degli ammortizzatori sociali, per esempio, è stata rinviata per mancanza di risorse".

Dall’opposizione di centro-sinistra vi aspettate una proposta? E quale?

"Noi e loro abbiamo funzioni autonome. Tocca a loro come forza politica decidere. Io mi aspetto che le loro proposte abbiano punti di contatto con le nostre".

E se il governo vi dirà che per dare corso alle vostre richieste occorrerà aumentare le tasse?

"Se si parte dal concetto di sostenibilità finanziaria, non si può che ridurre le prestazioni. Ma se si vuole dare risposta ai problemi sociali delle imprese, dei lavoratori e degli anziani, e questi devono anche essere affrontati in termini finanziari, noi non fuggiremo".


 
Quanta disinformazione
 
L’economista boccia il progetto Tremonti
colloquio con Tito Boeri
 
di Stefano Livadiotti

"Per quel che se ne sa, questa riforma rinvia la risoluzione dei problemi del sistema previdenziale italiano: il discorso vale sia sotto il profilo della disparità nei trattamenti che sotto quello della spesa". Tito Boeri, professore di economia alla Bocconi e direttore della fondazione Rodolfo Debenedetti, boccia senza appello il progetto targato Tremonti.

Perché, professore, parla della riforma Tremonti come di un oggetto misterioso?

"Perché il governo, che ha sul tavolo le stime elaborate dalla Ragioneria dello Stato, non sta informando correttamente i cittadini sugli effetti della riforma. E questo è grave. Siamo al punto che una circolare interna all’Inps attribuisce al solo ministro del Lavoro in persona l’accesso ai dati del casellario, utili a valutare gli effetti della riforma. Evidentemente, si teme di creare scontento e si vuole evitare che la preoccupazione induca le famiglie a maggiori risparmi, con contraccolpi sui consumi. Ma è un calcolo sbagliato".

In che senso?

"Dal punto di vista politico, il non dire nulla lascia spazio alla disinformazione. Per quanto riguarda i consumi, già oggi la gente tira la cinghia perché non ha capito cosa succederà: a questo punto, una vera riforma, della cui necessità sono ormai convinti tre italiani su quattro, potrebbe avere addirittura effetti espansivi sulla spesa delle famiglie".

Veniamo al merito della riforma…

"Per cominciare, va detto che è in contrasto con le affermazioni fatte da Silvio Berlusconi nel discorso tv a reti unificate. Il premier aveva detto che un intervento sul sistema previdenziale era ormai improrogabile. Bene, qui si finisce per rinviare il problema al 2008, mentre le uniche misure immediate rischiano di produrre addirittura un aumento della spesa".

A cosa si riferisce?

"C’è, per esempio, il bonus che dovrebbe incentivare la permanenza nel mondo del lavoro. Ma questa misura più che dannosa potrebbe rivelarsi semplicemente inefficace. Il buco potrebbe invece aprirsi davanti a quello che è stato ribattezzato lo ‘scalone’ e che cade nell’ultima notte del 2007. Fino a quel pomeriggio si guadagna l’assegno previdenziale con 57 anni di età e 35 di contributi. Dalla mattina dopo servono 40 anni
di versamenti, indipendentemente dall’età. Ecco, davanti a questo improvviso cambiamento di condizioni potrebbe scattare una fuga verso la pensione. E sarebbe un guaio serio".

Avete fatto dei calcoli?

"Le persone che da oggi al 2008 matureranno le condizioni per il trattamento di anzianità senza farne richiesta dovrebbero essere 700 mila. Se tutti scegliessero di ritirarsi dal lavoro quattro anni prima, allora per le casse dello Stato vorrebbe dire un salasso dell’ordine dei 22 miliardi di euro. Ma il peggio è che i conti non quadrano neanche sul lungo periodo".

Si spieghi…

"All’inizio il governo aveva detto che con questa riforma nel 2012 ci sarebbe stato un risparmio di spesa pari all’uno per cento del prodotto interno lordo. Noi, sul sito www.lavoce.info, avevamo replicato che ci sembrava irrealistico. E infatti adesso la Ragioneria parla dello 0,7 per cento. Probabilmente il risparmio vero è dello 0,6 per cento. E non è tutto".

Che altro c’è?

"Secondo la stessa Ragioneria con la riforma Tremonti nel 2040 la spesa pensionistica risulterà superiore a quella che si sarebbe avuta con la normativa vigente. Il fatto è che si allunga la vita lavorativa e con il sistema contributivo chi va in pensione più tardi ottiene un assegno più pesante".

Lei si unisce al coro di quanti bocciano il progetto Tremonti. Resta il fatto che non si vedono proposte alternative.

"È vero. Ma per formulare serie proposte alternative bisogna avere più informazioni di quelle oggi disponibili. Stiamo cercando di ovviare a questi limiti usando altre fonti statistiche. Ciò detto, ritengo che la riforma previdenziale sia fondamentale. E che la direzione di marcia debba essere quella di un’accelerazione del passaggio per tutti al metodo contributivo introdotto dalla riforma Dini del 1995, per ridurre le disuguaglianze di trattamento e fare spazio a un nuovo sistema di ammortizzatori sociali".