“Intervista” Epifani: serve trasparenza, la chiediamo a Palazzo Chigi e alla Consob

11/12/2002





11 dicembre 2002

IL LEADER CGIL

Epifani: serve trasparenza, la chiediamo a Palazzo Chigi e alla Consob

«Il piano che è stato presentato non va bene perché non salva l’azienda e non garantisce un futuro al settore dell’auto. E’ evidente che non è l’arrivo di un nuovo presidente o di un altro amministratore delegato che può farci cambiare idea se il progetto resta quello»

      ROMA – Gugliemo Epifani ieri è stato a Genova, dove, tra l’altro, ha incontrato i lavoratori della Marconi, il gruppo di telecomunicazioni che ha dichiarato 1.100 esuberi in Italia: «Purtroppo – dice il leader delle Cgil – la crisi della Fiat è solo la prima di una lunga lista. Ho l’impressione che non ci si renda conto della gravità della situazione. Quando per prima la Cgil ha parlato di declino del Paese, ci hanno accusato di catastrofismo e, invece, c’è una gigantesca questione di difesa della nostra industria».
      Continua a essere pessimista sulla Fiat anche dopo il cambio al vertice?
      «La cosa che più mi preoccupa è l’assenza di qualsiasi trasparenza. Manca un disegno esplicito, vediamo solo una grande confusione e l’agitarsi di alleanze finanziarie poco chiare. La Cgil chiede trasparenza innanzitutto agli azionisti, perché i primi a essere interessati dalle scelte dell’azienda sono i lavoratori della Fiat e dell’indotto, ma anche i piccoli risparmiatori, circa un milione di persone che hanno investito in titoli del gruppo. Ma la Cgil rivolge questa domanda di trasparenza anche al governo e alla Consob».

      Che cosa debbono fare governo e Consob, l’organismo di controllo sulla Borsa?

      «Il governo deve acquisire dagli azionisti Fiat tutti gli elementi necessari a fare chiarezza sui disegni del gruppo e riferirli al Parlamento e quindi anche al sindacato. E ci rivolgeremo formalmente, nei modi che studieremo, alla Consob perché ci sia trasparenza almeno su alcune questioni di fondo».

      Quali?

      «Primo: i termini dell’accordo tra Fiat e General Motors (il colosso americano che ha il 20% di Fiat auto,
      ndr. ). È inimmaginabile che questo accordo, destinato a segnare il futuro dell’auto in Italia, non sia conosciuto in tutti i suoi risvolti. Secondo: la struttura debitoria della holding Fiat e delle sue consociate deve essere conosciuta e analizzata a fondo. Non si può andare avanti così».
      Così come?

      «Con una situazione dove pochi sanno mentre le conseguenze ricadono su tutti. C’è una discussione internazionale, che parte dagli Stati Uniti, sul funzionamento dei mercati. Penso che Italia ci sia bisogno di far vivere una campagna per la trasparenza, in tutte le sue implicazioni. Noi, una settimana fa, non abbiamo firmato l’accordo tra governo e Fiat proprio perché basato su una confusione di ruoli: hanno deciso loro su materie che invece spettano alla negoziazione tra azienda e sindacati».

      Rispetto a una settimana fa la situazione sta cambiando velocemente. Cambierà anche la posizione del sindacato?

      «Io ho sempre pensato che la crisi della Fiat auto fosse il riflesso della situazione difficile di Fiat holding e che accanto alla discussione su un vero piano di rilancio della casa automobilistica fosse necessario avere un tavolo di confronto sulle scelte della holding. Le vicende di queste ore rafforzano questa mia convinzione. Se è vero che, di fronte al grande indebitamento dell’azienda, siamo alla vigilia di scelte che possono portare a dismissioni, il sindacato reclama trasparenza anche su questo. Se ne leggono di tutti i colori…».

      A cosa si riferisce?

      «Agli scambi possibili tra governo e azienda che starebbero dietro la decisione di cambiare i vertici dell’azienda. Non è un mistero per nessuno che si parla di un interesse del governo sugli assetti assicurativi e dei giornali. Siccome sono in ballo questioni di assoluto rilievo come la libertà e l’autonomia dell’informazione, c’è bisogno di chiarezza»

      Chiederete la riapertura del tavolo di trattativa col governo e l’azienda?

      «La riapertura del tavolo ha senso solo se la Fiat è disponibile a cambiare il piano industriale».

      Ha informazioni su questo?

      «No, mi pare che siamo all’impasse. Domina l’incertezza».

      Il sottosegretario al Lavoro, Maurizio Sacconi, questa incertezza non la vede. «Il piano non cambia», dice.

      «Per noi quel piano non va bene perché non salva l’azienda e non garantisce un futuro al settore dell’auto. È evidente che non è l’arrivo di un nuovo presidente o di un nuovo amministratore delegato che può farci cambiare idea».

      Un’ipotesi di modifica circola. È quella che prevede un polo dell’auto di lusso mettendo insieme Ferrari, Maserati e Alfa Romeo.

      «Domando: si vuole accorpare il meglio e far morire il resto? In questa logica, la Fiat auto, i suoi tecnici, i suoi lavoratori che fine fanno? Lo spezzatino dove ci porta? Per questo dicevo che ci vuole trasparenza e un piano che riguardi Fiat spa e Fiat auto».

      Non si fida. Ma perché la Fiat dovrebbe seguire una logica suicida?

      «Non mi fido. Vale per Fiat auto quello che vale per la Fiat spa. Eventuali dismissioni o scelte strategiche debbono essere motivate su un progetto che abbia caratteristiche industriali. Io penso che ci siano le condizioni per salvare la Fiat auto nella sua interezza con i marchi che essa ha».

      Ma, seguendo una logica industriale, mettere insieme Ferrari, Maserati e Alfa può avere un senso. Oltretutto si darebbe una prospettiva allo stabilimento di Arese, altrimenti avviato alla chiusura.

      «La sfida che abbiamo davanti è salvare l’industria dell’auto italiana, non solo un marchio, pur prestigioso e importante. Le modalità di composizione o scomposizione societaria, una volta che è chiaro questo, non sono un problema. Ma prima ci vogliono gli investimenti su tutti i marchi. La strada del "si salvi chi può" porterebbe invece alla morte di Fiat auto. È questo il punto: l’azionista fa una scelta industriale o di carattere finanziario? Le due cose oggi non possono più stare insieme. Io penso che la vocazione di Fiat sia industriale e credo che il Paese non abbia bisogno di un’altra conglomerata finanziaria, ne abbiamo già troppe».

      Il ministro delle Attività produttive, Antonio Marzano, ha detto che «i sindacati devono capire che con le scelte fatte (il cambio al vertice, ndr.) l’azionista lancia un messaggio di maggiore impegno per salvare l’azienda».

      «Marzano interpreta una cosa di cui forse solo lui ha elementi di conoscenza. Non c’è niente che possa portare a questa conclusione. Vorrei che il ministro si esercitasse piuttosto sulla risposta da dare alle crisi industriali che, a partire dalla Marconi, sono sul suo tavolo».

      La Cgil ha proposto a Cisl e Uil uno sciopero generale dell’industria per gennaio. Se gli altri sindacati non saranno d’accordo lo farete da soli?

      «Noi abbiamo fatto una proposta. Spero che si proceda uniti. Aspetteremo le risposte di Cisl e Uil e poi decideremo».
Enrico Marro