“Intervista” Epifani: «Ripartiamo dai diritti»

03/10/2003



 
   



03 Ottobre 2003

intervista



 

«Ripartiamo dai diritti»

Il segretario della Cgil Guglielmo Epifani racconta l’effetto boomerang della televendita di Berlusconi: la manifestazione della Ces sarà di massa, in difesa di diritti inalienabili. Con le pensioni e il welfare, a rischio è la democrazia. Una delegazione della Cgil alla manifestazione del Social forum
LORIS CAMPETTI
AAncora una volta, grazie Berlusconi. La telepredica a reti unificate ha fatto il miracolo: Cgil, Cisl e Uil si ritrovano insieme a indire uno sciopero generale contro l’attacco alle pensioni e una manifestazione del sindacato europeo (la Ces) in concomitanza con la Conferenza intergovernativa di domani all’Eur sulla Costituzione si sta trasformando in un appuntamento di massa, in cui le tematiche europee e quelle italiane si mescolano e si moltiplicano. Il segretario generale della Cgil, Gugliemo Epifani, concorda ma con alcune precisazioni. Per esempio, dice, «sul tema della previdenza non c’è mai stata una divisione tra noi e gli altri sindacati, come invece c’è stata sul Patto per l’Italia o sul contratto dei meccanici». Così come, aggiunge, è importante che questa volta la condanna e lo sdegno di Cgil, Cisl e Uil nei confronti degli atti criminali (i pacchi bomba di ieri,
ndr) sia a una sola voce.

Partiamo dalle bombe: ci risiamo, alla vigilia di una anzi due grandi manifestazioni?

Non è un fatto nuovo. Si tenta di ricreare un clima di tensione in una fase di confronto sociale duro. Ma ancora una volta riusciremo a bloccare le provocazioni, i tentativi di criminalizzare e mettere a tacere la dialettica sociale.

Veniamo alle televendite di Berlusconi. Avete una percezione di come sia stato raccolto il messaggio?

Ce l’abbiamo sì, e chiara: la manifestazione di sabato sta cambiando carattere e dimensioni. Si stanno moltiplicando le richieste di nuovi pullman e treni per venire a Roma perché i lavoratori, i pensionati, i cittadini vogliono partecipare a questa che è una battaglia democratica. Perché alla fine, insieme al diritto alla pensione e allo stato sociale è in gioco la democrazia. Le tematiche originarie della manifestazione, che restano per intero e riguardano la difesa del modello sociale europeo e dei diritti e la loro fruibilità dentro la Costituzione dell’Unione, si avvicinano e si amalgano con i punti su cui si è aperto il conflitto con il governo italiano.

Tanto più che l’attacco non riguarda soltanto l’Italia ma tutti i paesi europei, a prescindere dal colore dei governi.

L’attacco è generalizzato e il principio di fondo è sempre lo stesso: una ripresa economica basata sulla riduzione dei costi e dei diritti dei lavoratori e dei pensionati. Con differenze importanti, però: un conto è se si parte da un welfare forte, come nei paesi Scandinavi, dove una riduzione di investimenti nei servizi sociali garantisce comunque un equilibrio, e un conto se l’attacco avviene in una realtà come la nostra. Vedi, si può anche criticare in qualche punto la Carta di Nizza che è un compromesso. Ma la battaglia della Ces in difesa dei diritti di libertà, di cittadinanza e del lavoro è sacrosanta e riguarda tutti i cittadini europei.

Ci sono molti punti in comune tra la vostra manifestazione e quella in contemporanea del Social forum europeo e dei movimenti. Qual è il tuo giudizio sull’appuntamento dell’Eur?

Non ci sono contrapposizioni. Le differenze esistono e sono evidenti, riguardano il giudizio sulla Carta di Nizza e sulla Costituzione, decisamente più negativo il Sfe rispetto alla Ces. Ma ci sono convinzioni e battaglie comuni importanti: il no al liberismo, il sì ai diritti e al modello sociale europeo. La Cgil sceglie di esaltare e rappresentare quel che che ci unisce inviando una sua delegazione alla manifestazione dell’Eur. La ricerca di unità è condivisa, dato che alcuni movimenti e partiti che sfileranno con il Social forum invieranno loro delegazioni in piazza del Popolo.

Torniamo a Berlusconi. Com’è che a muovere le persone sono sempre le provocazioni dell’avversario, invece che le proposte dell’opposizione?

C’è stato un effetto boomerang nel metodo e nel merito dell’uscita del presidente. Per mesi abbiamo convissuto con uno stillicidio di minacce e ritirate sulla riforma previdenziale, forse anche tra i lavoratori e i pensionati cominciava a passare l’idea che non avrebbero osato sferrare un nuovo attacco. Le parole di Berlusconi hanno cancellato ogni dubbio determinando una rottura. Si è così anche tolto il velo paradossale che ha coperto mesi di contronto tra noi e il governo: pensavamo di avere un tavolo aperto con il governo e invece l’unica trattativa in corso era quella del governo con il governo, tra le sue diverse anime. Il punto di vista dei sindacati non è mai stato oggetto di interlocuzione. Ha ragione Pezzotta quando parla di una diversa visione della democrazia.

Mettiamola così: i sindacati promuovono una sciopero generale in difesa delle pensioni e la politica del governo e dal centrosinistra già emergono appelli alla moderazione, se non direttamente rivendicazioni della giustezza della linea che punta a colpire pensioni e welfare.

Chi come Letta chiede di non dare la patente di riformatore a Berlusconi ha ragione nella premessa e torto nelle conclusioni. Vogliamo o no partire dal fatto che c’è già stata una trasformazione gigantesca in materia pensionistica? O si vuole rispondere ai problemi veri e a quelli falsi continuando a proporre tagli e riduzioni? Berlusconi oggi va all’attacco perché vuole presentarsi a Bruxelles con un salvacondotto, l’ennesima riforma delle pensioni per far passare una Finanziaria che non rispetta i patti assunti da Roma. Il governo è incapace di rispettare i vincoli ma non riconosce i suoi errori. Altro che Berlusconi coraggioso, gonfia il petto pretendendo di scaricare i costi dei suoi errori sui lavoratori e sui pensionati che li hanno già pagati una volta.

Sarò ancora più esplicito. L’opposizione sociale avvia una fase di conflitto che potrebbe portare alla caduta di Berlusconi. Poi torna il centrosinistra e si riparte dallo stesso punto: tagliare pensioni, welfare e magari qualche diritto sopravvissuto.

Può darsi che ci sia chi pensa: piano con la caduta di Berlusconi, è meglio che quel che di doloroso c’è da fare lo faccia la destra. Chi lo pensa sbaglia, perché non è vero che c’è da tagliare dove dice Berlusconi. In ogni caso, penso che nonostante le diverse anime dell’Ulivo, non possa esserci identità tra le politiche del centrosinistra e quelle della destra, non si può dire che ci sia stata in passato per il metodo di confronto con il sindacato e anche per il merito. In ogni caso, chiunque oggi ci dicesse che bisogna andare in pensione solo con 40 anni di servizio riceverebbe la stessa risposta.