“Intervista” Epifani: riforma dei salari? Certo, ma non quella che vuole la Cisl

15/07/2002

14 luglio 202



INTERVISTA / Il numero due della Cgil: si sta cercando di spostare l’attenzione dal Patto per l’Italia

Epifani: riforma dei salari? Certo, ma non quella che vuole la Cisl


«In ogni caso se ne dovrà discutere non prima del 2003. Continueremo gli scioperi contro l’intesa neocorporativa sul lavoro»

      ROMA – A settembre la Cgil avrà altro da fare che pensare alla riforma del modello contrattuale. Sarà impegnata negli scioperi contro il «Patto per l’Italia» e contro la Finanziaria. Ma la questione che ha posto il segretario della Cisl, Savino Pezzotta, esiste. Soltanto che la data giusta per affrontarla non è quella del prossimo settembre, ma l’inizio del 2003, quando scadrà la proroga quadriennale dell’attuale modello, concordata nel «Patto di Natale» del 1998. Guglielmo Epifani, vicesegretario della Cgil, che a settembre succederà a Sergio Cofferati, lascia aperto uno spiraglio alla proposta lanciata da Pezzotta nell’intervista pubblicata ieri dal Corriere («Propongo a Cgil, Uil e Confindustria di aprire a settembre un tavolo per la riforma della contrattazione perché il sistema attuale non regge più»). Ma pone pesanti condizioni. Tipo quella che un’eventuale riforma dovrà essere «approvata dal voto dei lavoratori». Del resto, osserva Epifani, la «rottura pesante» tra Cisl e Uil, che hanno firmato il Patto per l’Italia con Silvio Berlusconi, e la Cgil è recentissima.
      Pezzotta si è mosso troppo presto?

      «Sì, ha sbagliato i tempi. Forse è un modo per spostare l’attenzione mentre il Patto mostra tutte le sue crepe: dal ritorno delle mutue private nella Sanità all’incertezza sulle risorse per finanziare il rinnovo dei contratti pubblici. Su tutto questo, però, la Cgil continuerà la sua battaglia».

      Ma dove portano tutti questi scioperi, visto che date per scontata l’approvazione delle leggi conseguenti al Patto, compresa la deroga all’articolo 18, e vi preparate a chiedere il referendum? Sono scioperi di testimonianza?

      «No, sono scioperi a sostegno di una battaglia lunga, perché gli effetti negativi del Patto si moltiplicheranno con la Finanziaria. La Cgil si batte non per cose di poco conto, ma per un diverso modello di sviluppo e di società, fondato sulla qualità del lavoro e i diritti delle persone. Lo sciopero è una delle armi in campo».

      È sicuro che non vi siete cacciati in un vicolo cieco? Qual è la logica sindacale della vostra azione? Che cosa porterete a casa?

      «Non siamo in un vicolo cieco, basta guardare il largo consenso che abbiamo tra i giovani e la loro partecipazione alle nostre iniziative. A loro noi proponiamo un modello alternativo a quello contenuto nel Patto neocorporativo, che disegna un futuro fatto di precarietà e di diritti che si riducono».

      A settembre lo scontro si allargherà ai contratti. I metalmeccanici avvertono che chiederanno aumenti dei salari più alti dell’inflazione programmata. Pezzotta annuncia, ed è la prima volta dal ’93, che la Cisl non rispetterà i tassi indicati dal governo.

      «Siamo davanti a un quadro pieno di incertezze. Fino alla presentazione della Finanziaria non sapremo se ci sono le risorse per il rinnovo dei contratti pubblici. C’è inoltre una spinta per una politica retributiva più alta che è inevitabile perché, se posso dirlo con una battuta, non si può pensare di avere tutto all’europea, dalla moneta alla flessibilità, e salari da Paese arretrato. Abbiamo alle spalle dieci anni in cui le retribuzioni sono state appena in linea con l’inflazione reale mentre la produttività è andata alle imprese e al fisco».

      Allora ha ragione Pezzotta quando dice che il modello del ’93 non regge più e che bisogna riformarlo.

      «La proposta di Pezzotta mi sembra un modo per voltare pagina rispetto al Patto. Invece, il Patto condizionerà le scelte e i comportamenti dei prossimi mesi. Aprire una discussione ora sul modello contrattuale significherebbe farlo nelle peggiori condizioni possibili, col rischio di bloccare il rinnovo dei contratti pubblici e di quello dei metalmeccanici».

      Quindi?

      «Rispett iamo le scadenze. Il Patto di Natale del ’98, entrato in vigore nel febbraio del 1999, prorogava il modello contrattuale per quattro anni. Quindi il momento utile per aprire la discussione è l’inizio del 2003, non prima. Ma ci tengo a dire tre cose subito».

      Quali?

      «Primo: la Cgil andrà al tavolo con l’idea di rafforzare il contratto nazionale. La Cisl, invece, propone di indebolirlo distogliendo salario che poi, nel livello decentrato, andrebbe agli enti bilaterali invece che al lavoratore. Per la Cgil il contratto di secondo livello, aziendale o territoriale, si deve aggiungere al contratto nazionale e deve essere esigibile per tutti i lavoratori. Secondo: su questa materia non sono possibili accordi separati, cioè senza la Cgil. Terzo: un’eventuale riforma del modello contrattuale dovrà essere ratificata con una votazione tra tutti i lavoratori».

      Tre condizioni pesanti. Non è anche questa la prova della deriva massimalista di cui viene accusata la Cgil? Non crede che Bruno Trentin sia stato, in altre circostanze, più coraggioso di Cofferati?

      «Il nostro atto di coraggio è quello di rinunciare ai vantaggi a breve di un Patto neocorporativo che privilegia gli inclusi nel nome degli interessi e dei diritti di coloro che sono esclusi. Chi ci definisce massimalisti o conservatori dovrebbe rendersi conto che siamo l’unica forza riformista che si vuol misurare con un’idea veramente innovativa di società e di modello produttivo».

      Si ha l’impressione che la Cgil stia facendo una battaglia d’identità, dove combattere è più importante che vincere.

      «No, è una battaglia di identità di una forza che si apre non che si chiude, che vuole vincere, non perdere. Al centro del nostro riformismo rigoroso e radicale c’è la coerenza, l’affidabilità di una organizzazione che fa quello che dice, che non tradisce. Questo è particolarmente apprezzato dai giovani. Molti di loro si stanno iscrivendo alla Cgil. E ciò dovrebbe essere motivo di riflessione anche per le forze politiche. La Cgil è rimasta l’ultima a difendere, nel sociale, la prospettiva di questo riformismo».

      Anche la Cgil, però, ed Epifani soprattutto, dovrebbero coltivare il dubbio, come direbbe Norberto Bobbio. Il dubbio che gli altri possano aver ragione, che per esempio l’articolo 18 possa essere un ostacolo ad assumere. Perché non accettare una sperimentazione su questo?

      «Perché da una sperimentazione come quella contenuta nel Patto non si tornerà più indietro. Il dubbio? Tutte le analisi serie mostrano che non c’è alcuna relazione tra articolo 18 e occupazione. La Confindustria fa questa battaglia per un altro motivo: cambiare, a suo vantaggio, i rapporti di forza nei luoghi di lavoro».
Enrico Marro