“Intervista” Epifani: Ricominciamo

14/02/2003

Famiglia Cristiana OnLinen. 7 del 16 febbraio 2003
Direttore: Antonio Sciortino



 

Attualità.
                di Gugliemo Nardocci


SINDACATO
IL SEGRETARIO DELLA CGIL TENDE LA MANO A CISL E UIL


RICOMINCIAMO


«Su molte cose siamo lontani», dice Epifani, «ma su altre no: bisogna sottolineare ciò che ci unisce, non quello che ci divide. E ripartire dagli interessi dei lavoratori».

«La difficoltà di dirigere la Cgil dopo Cofferati? Ma no, le difficoltà sono ben altre. La crisi, il Governo, le divisioni con gli altri…». Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, una laurea in Filosofia e un inizio di carriera universitaria, ci tiene a marcare il suo stile pacato e prova a rilanciare il dialogo con le altre confederazioni sindacali.

«La crisi tra le federazioni è realmente preoccupante, di sicuro la più lunga degli ultimi 35 anni. Il dissenso fu molto forte a metà degli anni ’80, in occasione del referendum sulla scala mobile, ma la ricucitura fu quasi immediata. Adesso invece la frattura continua; non si riescono a creare né il clima né le condizioni per ridurre il danno che una divisione permanente può generare nella funzione del sindacato».

    • Cosa vi divide esattamente?

«Su alcuni problemi le distanze sono minime, talvolta inesistenti. Siamo d’accordo nel giudicare grave la crisi industriale e produttiva del Paese; condividiamo l’analisi delle cause; siamo d’accordo sulla difesa e sulla qualificazione dello Stato sociale, la difesa del sistema pensionistico, la difesa del Mezzogiorno. Siamo d’accordo con la Cisl nel dire "no" alla guerra, ed è un fatto importante. Su molte di queste questioni, comprese la sicurezza e l’ambiente, lavoriamo insieme. Ci dividono la scelta fatta sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e il Patto per l’Italia. Probabilmente ci allontana anche l’impianto della riforma della contrattazione. Questa è la foto. Sul referendum (promosso da Rifondazione comunista per estendere le garanzie dell’articolo 18 alle aziende con meno di 15 lavoratori, ndr.) siamo uniti da un giudizio critico sull’uso dello strumento referendario».

    • Non sembrano spaccature più forti di quelle del passato. E allora?

«Il problema come sempre è se si vuole porre l’accento su ciò che unisce, oppure su quello che ci divide. E naturalmente se si parte dal principio che il punto di vista dell’altro è da tenere in considerazione. Mi pare che questo ultimamente sia difficile».

    • Forse dobbiamo aggiungere anche le difficoltà politiche: la Cisl che appoggia l’ex segretario D’Antoni alle ultime elezioni… e voi che adesso avete l’ex segretario Cofferati in rampa di lancio. Il rapporto fra sindacato e politica è cambiato in peggio?

«Nel decennio passato, quando i partiti crollavano e il sindacato rimaneva una delle poche organizzazioni che tenevano unito il Paese, abbiamo svolto effettivamente un ruolo di supplenza; il nostro peso politico, oltre che sociale, è cresciuto. Abbiamo svolto un ruolo fondamentale per far uscire il Paese dalla crisi con le politiche di concertazione, dei redditi… Si sono rovesciati i ruoli rispetto al passato; non più un sindacato come cinghia di trasmissione dei grandi partiti il cui primato non era messo in discussione, bensì un sindacato talmente cresciuto da essere in condizione di scegliere con la politica un rapporto diverso dal passato. Ovviamente, con il crescere del ruolo dei sindacati è cresciuto il ruolo dei propri leader».

    • Quanto hanno pesato i rapporti personali fra D’Antoni e Cofferati?

«Più che qualcosa di personale, credo si sia trattato di opzioni politiche. Si cominciò con la Cisl che negli ultimi anni del Governo di Centrosinistra prendeva le distanze e proclamava uno sciopero al giorno, senza poi mai farlo. La divisione si è quindi consumata nella valutazione del programma elettorale dei due schieramenti. Nelle elezioni del ’94 e del ’96, i sindacati furono uniti nel giudicare i programmi del Centrosinistra più vicini ai propri; nelle ultime elezioni la Cgil ha confermato quel giudizio, la Cisl no. Qui nasce la distinzione».

    • La Cisl aveva D’Antoni in lizza…

«Sì, ma questo riguarda le persone; le organizzazioni hanno fatto scelte diverse, e questo fatto è stato molto più determinante delle scelte dei singoli».

    • Negli anni ’90 ognuno, dalla magistratura alla Banca d’Italia, fino ai sindacati, ha supplito a modo suo. Non è ora che ognuno torni a fare il suo mestiere? E in che modo?

«Questo è esattamente il problema che abbiamo di fronte. O noi siamo in condizione di ripristinare un punto d’incontro tra le nostre scelte e le scelte sui contenuti un poco più vicino alla realtà, oppure questa differenza finisce per pesare quando si scende nella rappresentanza sociale, creando divisioni. Questo genera oggi la difficoltà di costruire un percorso di avvicinamento. La condizione fondamentale sarebbe una riflessione molto autonoma sul rapporto fra le proprie politiche e i problemi delle persone, pensionati, giovani, lavoratori, e le scelte che sono in campo; però questo clima purtroppo non c’è».

    • Intanto la riforma del mercato del lavoro aumenta la flessibilità…

«Aumenta soprattutto l’insicurezza sociale. La competitività del Paese non è frenata dalla rigidità del mercato del lavoro, ma dalle imprese che non hanno fatto e non fanno ricerca e innovazione, le uniche risorse in grado di assicurare qualità ai nostri prodotti. La flessibilità, concepita solo a vantaggio delle imprese, incrementa la conflittualità fra imprese e lavoratori, fa crescere l’individualismo invece della solidarietà. Mi pare che la Cisl, che ha radici cristiane e solidaristiche, queste cose dovrebbe notarle più di noi».

    • Il ministro Maroni ha appena reso noto il Libro bianco sulle politiche familiari. Lo condivide?

«Fosse vero, potremmo apprezzarne qualche aspetto e criticarne altri. Ma a noi sembra un’azione propagandistica, perché non ci sono soldi per finanziarlo. Hanno tolto persino i finanziamenti per gli insegnanti di sostegno ai bambini svantaggiati e il reddito minimo di inserimento alle famiglie povere! Maroni sogna, Tremonti taglia».

    • Per quanto potrete andare avanti proclamando scioperi generali da soli?

«Preferiremmo farli in compagnia. Ma non siamo isolati, abbiamo un consenso straordinario fra i lavoratori e i cittadini. Vorremmo condividerlo con Cisl e Uil; questa è la vera sfida che abbiamo di fronte. Dobbiamo ricominciare senza chiedere all’altro di cambiare le proprie opinioni. Ma non basta offrire o pretendere comprensione per le opinioni diverse, cercando di considerare quella parte di ragioni che l’altro ha. Già sarebbe un gran bel passo. Non spero di ritrovare l’unità, ma un clima sgombro da sospetti, sì. E un piano progressivo di lavoro e iniziative comuni».

    • Provi lei per primo a riconoscere agli altri una di queste ragioni…

«La ragione più importante: si tratta di grandi organizzazioni che anche quando prendono decisioni che non condividiamo lo fanno attraverso un dibattito, scelte e divisioni tipiche di grandi organizzazioni, e questo è per milioni di lavoratori iscritti a Cisl e Uil un punto di riferimento».

                Gugliemo Nardocci