“Intervista” Epifani: «Perché la mia Cgil non cambia rotta»

24/06/2002



(Del 24/6/2002 Sezione: Economia Pag. 4)

intervista
Roberto Giovannini
Epifani «Perché la mia Cgil non cambia rotta»
IL SUCCESSORE DI COFFERATI RISPONDE AL MINISTRO DEL WELFARE
GUGLIELMO Epifani tra pochi giorni sarà il nuovo segretario della Cgil. Il ministro del Welfare Roberto Maroni si attende più di una novità dal successore di Cofferati, che definisce «un sindacalista vero, con il gusto della trattativa». Lui, a quanto pare, però sembra intenzionato a deludere le attese. E al ministro, che a Pontida ha detto che non si farà intimidire da «minacce e pallottole», replica: «Di queste affermazioni dovrà rispondere in tribunale. E restano in ogni caso affermazioni gravi e irresponsabili». La Cgil di Epifani non sembra affatto intenzionata a cambiare rotta quanto a linea sindacale. E soprattutto, guarderà con molta attenzione alle mosse che farà in politica – dalla Pirelli o da altre tribune – Sergio Cofferati.

Tutto sembra far pensare che ormai la Cgil sia schiacciata nell´angolo.

«Io dico di no. Maroni e il governo hanno vinto una battaglia che aveva l´obiettivo politico di isolare la Cgil, portare Cisl e Uil dalla parte del governo e consegnare alle imprese una riduzione dei diritti. Ma mai come oggi la Cgil ha un consenso crescente nel mondo del lavoro, e non solo. Siamo più forti».

Vuole dire che state occupando uno spazio politico?

«È diventata opinione comune che oggi la difesa dei diritti sia assicurata soprattutto dalla Cgil. Certo, sarebbe stato molto meglio se accanto a noi Cisl e Uil avessero confermato le posizioni unitariamente espresse con gli scioperi».

Se sarete tagliati fuori dai tavoli negoziali, come farete valere la vostra forza?

«Era il progetto indicato nel "Libro Bianco". Ma c’è un mondo virtuale e un mondo reale fatto di imprese e persone che non potrà fare a meno di fare i conti con una forza così radicata come la nostra».

Maroni dice che gli scioperi sono andati male, e ha chiesto dati per dimostrarlo.

«Se gli scioperi fossero andati davvero male, allora perché si preoccupa tanto di quel che dice e fa la Cgil? Maroni può facilmente verificare come sono andati gli scioperi: lo chieda ai leghisti di Bergamo. Avrà una risposta per lui sconfortante».

I giochi sembrano fatti, e i vostri scioperi hanno il sapore della pura testimonianza…

«I giochi forse si stanno facendo, ma il fatto è che la maggior parte dei lavoratori italiani non è d´accordo con le soluzioni che si stanno profilando. E hanno capito che se passa questa linea sono in discussione autonomia, libertà e dignità del mondo del lavoro. Se in condizioni apparentemente tanto difficili continua la lotta, significa che tutti i giochi non sono fatti».

Angeletti nega che i diritti siano intaccati: sull’art.18, spiega, quella del governo è la fotocopia della proposta D´Alema.

«Angeletti fa un po´ di confusione: come ha giustamente osservato il segretario della Fim Giorgio Caprioli, mettendo insieme le norme sul "trasferimento del ramo d´azienda" e la modifica all’art.18 si rischia di agevolare la nascita di nuove imprese che superano di molto i 15 dipendenti, senza tutele e con indennità di licenziamento irrisoria. Da qui a due anni si imporrà la scelta: tornare indietro o andare avanti, cancellando il diritto per tutti. Ha ragione D´Amato: una diga che viene crepata in un punto chiave alla fine si sgretola. Questo i lavoratori lo capiscono perfettamente, non facciamo nessuna fatica a spiegarlo».

Prevede problemi per Cisl e Uil?

«Vedo qualche difficoltà. In Cisl ci sono i meccanici e i bancari, in Uil esponenti importanti dicono che questo testo non può essere accettato, c´è una tendenza a prendere tempo. C’è difficoltà ad accettare uno scambio iniquo».

Forse, dopo tanti mesi di lotte, al sindacato non restava che accontentarsi di aver limitato i danni…

«Sapevamo che sarebbe stata una battaglia difficile. Ma i lavoratori sono contro questa scelta del governo».

Voi ricorrerete a un referendum, quando la norma diventerà legge?

«Faremo tutto, compreso un referendum abrogativo. E evidenzieremo anche un´eccezione di costituzionalità: in futuro due imprese di 20 dipendenti, una che cresce da 14 e una che già superava i 15 avranno trattamenti diversi e fortemente discriminatori per i lavoratori».

Perché non avete partecipato in queste settimane al negoziato, come Cisl e Uil?

«Perché non era una trattativa, ma una presa in giro. Gli incontri cui abbiamo partecipato erano solo parole in libertà, una consultazione informale che serviva per lasciare le mani libere al governo. Come poi è stato».

Sui rapporti con Cisl e Uil nulla da recriminare? Nessuna autocritica?

«Abbiamo fatto tutto quello che si poteva fare. Pochi giorni prima della ripresa della trattativa abbiamo suggerito di varare una proposta unitaria sul Dpef. Se Cisl e Uil ci avessero ascoltato, ora ci troveremmo uniti e più forti, e il governo sarebbe in difficoltà».

I vostri militanti parlano di tradimento, di dirigenti di Cisl e Uil "venduti"…

«Tra i lavoratori c´è rabbia, ed è comprensibile. Le lotte, gli scioperi sono sacrifici che costano. La cosa peggiore è che non si è voluto dare fiducia alla forza unitaria del sindacato. È come se prima di una battaglia decisiva i generali si mettessero a discutere delle condizioni della resa».

E secondo lei, perché Pezzotta e Angeletti avrebbero agito così?

«Non lo so. Anche la ricerca di un’autonomia dalla Cgil non giustifica la subordinazione alle scelte del governo, e l’aver mancato a quello che anche Cisl e Uil avevano dichiarato nelle piazze. Spero cambino idea. È una scelta che porterà danni seri per Cisl e Uil, che pagheranno prezzi in termini di consenso e credibilità. Basta parlare con i lavoratori».

L’accordo ci sarà.

«La storia non finisce il 2 luglio. Se Cisl e Uil firmano, sbagliando, con un atto che fa a pugni con tutto quello che hanno fatto fino al 16 aprile, ci sarà una rottura molto pesante e duratura. Ma l’idea di mettere da parte chi rappresenta e rappresenterà sempre più la maggioranza dei lavoratori è un’idea antidemocratica, e che soprattutto non funziona».

La Cgil scatenerà una guerriglia salariale?

«Nessuna guerriglia. Useremo la nostra forza per attivare un’azione sindacale a tutto campo, sulla qualità dello sviluppo, sul salario, sull’orario».

Sull’art.18 sarà una sconfitta gloriosa.

«Non ci avviamo a nessuna sconfitta. Le iniziative che stiamo mettendo in campo, ne sono convinto, ci consentiranno di cambiare la situazione. L’articolo 18 è e resterà una bandiera».

Insomma, che Cgil sarà la Cgil di Epifani?

«Non sono stato ancora eletto. Io penso a una Cgil fortemente unita, in una battaglia che non è massimalista, ma a difesa di un principio alto. Sarà una Cgil con un forte e rigoroso carattere sindacale, che non venderà la sua autonomia nei confronti di nessun governo. Nessuno sconfinamento nella politica, altrimenti faremmo il gioco di chi non vuole più un vero sindacato in Italia. Ma quando parliamo di valori, di diritti, diciamo che un vero sindacato è anche un soggetto politico».

Sappiamo come la pensa Cofferati su quello che succede nel centrosinistra. Lei che idea si è fatto?

«Il centrosinistra è diviso su molte questioni di merito che non sono state mai discusse con trasparenza: il rapporto tra sviluppo ed equità, tra diritti e competitività. Noi possiamo contribuire al chiarimento, dicendo per le cose che ci competono come la pensa una parte importante del mondo del lavoro; il resto spetta alle forze politiche».

Sergio Cofferati sta sempre più precisando il suo progetto politico. Dice no alla modernizzazione cara a D’Alema, parla di globalizzazione, di pace, scende in campo con i magistrati.

«Cofferati rappresenta per moltissime persone una speranza. È una persona affidabile e seria, con una proposta politica molto chiara, in questa babele crescente. Poi, come questa forza possa essere impiegata non dipende solo da lui. Ma mi pare che Cofferati non possa essere imprigionato in giochi di vertice e tatticismi, cui si sottrae anche con la scelta di ritornare in Pirelli».

Non sarà facile succedergli alla guida della Cgil.

«La nostra forza sta nella coesione del gruppo dirigente allargato, dal segretario generale ai quadri di fabbrica. Un fattore di serenità e tranquillità. Dobbiamo continuare così».

E la sua storia di socialista, che nell’84 si schierò contro Lama sulla scala mobile?

«È un segno della ricchezza che percorre la Cgil: storie, scelte e culture si sono incontrate e mescolate, sempre con rispetto».

Lo stile di Cofferati è determinato, a volte rude. Si dice che lei sia più cauto, prudente. È così?

«Ognuno si esprime a seconda della sua personalità. Ma contano le scelte e i comportamenti, non i profili dei singoli».

In autunno verrà il momento dello sciopero generale?

«Se si attacca l’art.18, se ci sarà una Finanziaria iniqua, lo sciopero ci sarà. E a chi ci dice che gli scioperi non sono andati bene, rispondo: non è vero, e lo si vedrà nei prossimi giorni e a maggior ragione in autunno. Aspettate e vedrete».

Maroni attende invano un cambiamento di linea, dunque, con la segreteria Epifani.

«Non si capisce perché deve cambiare linea chi ha ragione. Deve cambiare chi ha torto. Il governo ha sbagliato e continua a sbagliare. Riceverà una boccata d’ossigeno dalle ultime decisioni europee sui conti pubblici, ma resto convinto che non è in grado di esprimere una politica di rigore. E tantomeno una di sviluppo».