“Intervista” Epifani: «Oggi solo un’unità flessibile»

23/10/2002


Mercoledì 23 Ottobre 2002

Il leader della Cgil rivendica il successo dello sciopero e annuncia: andremo avanti per la nostra strada perché la gente è con noi
Epifani: «Oggi solo un’unità flessibile»

«Dopo lo strappo sul Patto, con Cisl e Uil possiamo lottare insieme su alcuni temi»

di LUCIANO COSTANTINI

ROMA — Più stanco o più preoccupato? «No, no, stanco…in venti giorni ho attraversato l’Italia in lungo e in largo. Ma era necessario…con i problemi del Paese, con uno sciopero generale, con la crisi Fiat, con una imponente raccolta di firme in corso. A proposito, abbiamo raggiunto i quattro milioni». Guglielmo Epifani parla dei rapporti con Cisl e Uil, della casa torinese, dei condoni, della concertazione invocata da Fini, della Cgil che sarà.
E dopo lo sciopero? In molti chiedono alla sua confederazione di voltare pagina.

«Intanto diciamo che lo sciopero è riuscito bene. Abbiamo avuto piazze molto più piene di quello che immaginavamo. E questo vuol dire che le parole d’ordine della Cgil continuano ad essere un punto di riferimento per larga parte del mondo del lavoro, dei giovani e degli anziani. Quelli che ci hanno chiesto di voltare pagina, fanno un’equazione strana: un sciopero riuscito bene, invece, porta a dare un seguito alle iniziative, non ad interromperle. Noi ci muoviamo lungo il primato di alcune scelte di merito. Siamo animati, sostanzialmente, dalla coerenza e dalla fedeltà ad alcuni grandi obiettivi che, con l’aggravarsi della situazione economica, oggi legano strettamente una politica di difesa e espansione dei diritti di chi lavora con quella di un radicale cambiamento di scelte in politica economica. Questa battaglia avrebbe certo bisogno di un concorso più ampio».

Diciamo di Cisl e Uil.

«Sì, ed è questa l’operazione che non si riesce a costruire perché evidentemente abbiamo punti di vista diversi. Per noi il Patto per l’Italia è sbagliato nelle premesse, inutile per il trend dell’economia e riduce la difesa sull’articolo 18, mentre per Cisl e Uil è un punto di riferimento. E’ chiaro che, in tempi brevi, è impossibile cambiare la natura dei giudizi. L’unica cosa oggi immaginabile è un’unità di azione sui vari temi che la situazione propone».

Diciamo un’unità sindacale flessibile, per temi?

«Esattamente. Guardi che il Patto per l’Italia non è stato un incidente, ma una scelta precisa, non si è scherzato e dunque non siamo in condizioni di pensare ad un’unità forte. Possiamo provare a vedere se su Fiat, scuola, Sud, contratti è possibile ripartire con un’unità di azione. Chiederemo a Cisl e Uil una verifica proprio su questi temi, valuteremo le risposte, poi vedremo».

Se il tentativo fallisse?

«Non staremo fermi, continueremo nella nostra battaglia: vogliamo arrivare ai 5 milioni di firme per l’estensione e diritti, stiamo pensando ad una iniziativa che parta dalle città del Mezzogiorno fino all’organizzazione di un grande convegno sul Sud. Per adesso vogliamo usare lo slogan "lotta e mobilitazione"».

Senta Epifani, quello di venerdì scorso è stato uno sciopero voluto o dovuto?

«Non è stato lo sciopero di Cofferati o Epifani. Quando si fa una scelta così forte c’è sempre una decisione collegiale».

Però ammetterà che lo sciopero è stato uno strappo lacerante con Cisl e Uil e che anche l’ipotesi di andare a piattaforme separate sul rinnovo del contratto dei metalmeccanici, non aiuta l’unità sindacale?

«E’ una cosa che non deve sorprendere. Voglio ricordare che già prima c’è stato un contratto separato dei matalmeccanici e poi un accordo aziendale Fiat».

A proposito di Fiat, come legge la crisi?

«Vedo troppe incertezze e giravolte del governo, un ruolo delle banche che cercano di difendere i propri crediti senza essere interessate al piano industriale, un azionista Fiat che non mi sembra abbia molta voglia di investire nel prodotto, un mercato difficile. Se dal primo dicembre, il piano dovesse essere mantenuto, avremo chiusure di stabilimenti e cassa integrazione a zero ore, che significa licenziamenti. Un disastro per la maggiore industria italiana e per l’occupazione».

La Cgil cosa propone?

«Va cambiato il piano industriale che riduce costi e produzione e promette investimenti che quando arriveranno, se arriveranno, non invertiranno la tendenza. Qual è l’errore della Fiat? Ha investito poco in ricerca e innovazione. Se vuole un futuro, dovrà mettere molti soldi da spendere nel prodotto e rapidamente. E’ una sfida che richiede un’azienda che voglia affrontarla, banche che l’accettino e un ruolo pubblico che acceleri in questa direzione. Il governo, a sua volta, deve creare le condizioni per cui l’azionista e le banche possano essere spinte a fare questa scelta. Se l’azionista principale si convince che questa è la strada, dovrà mettere la sua quota. Non serve la rottamazione perché aiuta le altre case, come le ha aiutate in passato».

I condoni, che ne dice?

«E’ una logica sbagliata: premia i furbi e punisce coloro che fanno il proprio dovere. Divide il Paese e comporta un altro rischio: se si lancia l’idea del condono tre mesi prima, chi deve pagare la tassa aspetta. Così come chi deve pagare le molte aspetta. Se ci sarà un condono edilizio, la gente farà lavori in libertà. Siamo in presenza di una politica di annuncio che creerà problemi».

Fini ha riaperto alla concertazione.

«E’ un modo per uscire dalle difficoltà di un governo visibilmente diviso. Il vice premier vuole trovare un terzo soggetto, cioè Cisl, Uil e Confindustria per realizzare un compromesso che non sono in grado di fare le forze politiche. Non so se Pezzotta ed Angeletti hanno riflettuto su questo. Mi sembra, per Cisl e Uil, un frutto avvelenato».

La Cgil di Epifani sarà quella di Cofferati?

«La Cgil non può essere legata alle caratteristiche del segretario generale. La linea della Cgil è quella fissata dal congresso e quella linea resterà, poi è chiaro che ogni segretario porta la propria cultura, la propria sensibilità».

Un messaggio per i ds?

«E’ necessario pensare all’autonomia della rappresentanza sociale rispetto a quella politica e viceversa, nel massimo rispetto dei ruoli».