“Intervista” Epifani: «Non solo lo scalone»

23/07/2007
    sabato 21 luglio 2007

    Pagina 4 – Economia

    L’intervista
    Guglielmo Epifani

      «Non solo lo scalone
      Anche giovani e donne»

        di Oreste Pivetta

        Una notte infinita, una discussione dura, contrasti aspri e la rottura dietro l’angolo. Invece della rottura, all’alba è arrivato un accordo, che Guglielmo Epifani, segretario della Cgil, saluta con la soddisfazione pacata, come è nel suo stile anche nei giorni migliori. Soddisfazione perchè gli ostacoli erano tanti, comprese le divisioni del governo, compresa la drammatizzazione di un “evento”, usato da quotidiani e tv fino all’esasperazione, l’enfasi tutta attorno a una questione: lo scalone. Invece, alla conclusione, lo scalone e gli scalini sono solo una voce di una somma più complicata e più ricca, che nei capitoli più importanti elenca altro: dalla pensione futura dei giovani all’età delle donne, ai lavori più faticosi e logoranti. «Si sa che questo delle pensioni è sempre lo scoglio più arduo in un confronto tra governo e sindacati, il tema più delicato per l’attenzione e le attese che suscita», osserva Gugliemo Epifani. Persino troppa attenzione con quelle inevitabili “deviazioni” che rischiano di appannare le questioni vere.

        E non è finita. Non è finita neppure nel sindacato, perchè le manifestazioni di dissenso nelle fabbriche e soprattutto tra i metalmeccanici sono tante…

          «Sono tante anche le testimonianze di solidarietà che riceviamo in Cgil. Teniamone conto. La verifica sarà adesso, quando finalmente ad esprimersi attraverso i loro voti saranno lavoratori e pensionati».

          Luned’ la valutazione del parlamentino Cgil. Ma intanto, dal vostro punto di vista, di salute sindacale, un risultato c’è stato: l’unità al tavolo della trattativa…

            «Opinioni diverse ma alla fine si può dire di una buona condotta unitaria e di un giudizio maturato assieme. Anche questo per noi è un valore».

            S’è detto: troppa passione attorno allo scalone. Proviamo a correggere il tiro…

              «Il testo definito contiene parti di peso. Parliamo appunto di giovani, di donne e di lavoratori impegnati in attività faticose. Cominciamo dai giovani: ci siamo battuti per una revisione intelligente dei coefficienti. A definirli provvederà una commissione, prevedendo comunque per i giovani precari ad attività discontinua un riferimento previdenziale non inferiore al 60 per cento della loro retribuzione, quando andranno in pensione fra quarant’anni. Questa è una prima indicazione, a conferma di una nostra scelta di garanzie per i giovani. Scelta questa che vive anche in altre parti della piattaforma: dalla possibilità di cumulare i contributi nelle varie fasi di lavoro alle facilitazioni per il riscatto della laurea…».

              Un successo anche aver mantenuto i sessant’anni per le donne?

                «Di fronte ad una vera e proprio battaglia per il superamento di quel limite, in nome di una pretesa parità, abbiamo tenuto duro perchè per le donne la vecchiaia è a conti fatti l’unica via d’uscita verso il pensionamento. L’anzianità è soprattutto maschile. Alle donne toccano in media ventiquattro anni di contribuzione: escluse quindi dalla pensione di anzianità…».

                Insomma, non tutti, a questo mondo, al lavoro, sono uguali e quindi anche le norme possono essere diverse…

                  «Un principio importante, una strada nuova. Teniamo conto delle differenze. Questo vale anche per per i lavori usuranti: consentire ancora la pensione a chi ha raggiunto cinquantasette anni di età e ha messo da parte trentacinque anni di contributi, lavorando pesantemente tra turni di notte e catena di montaggio e altro ancora. Siamo al riconoscimento di una differenza forte e ad una sorta di risarcimento».

                  Abbiamo lasciato quasi in coda lo scalone Maroni…

                    «Vorrei aggiungere ancora la difesa delle quattro finestre d’uscita per i lavoratori con quarant’anni di contributi. Ed ora lo scalone. Trovare il modo per superarlo non è stato facile, per le scarse risorse a disposizione, inferiori anche se di poco ai dieci miliardi per dieci anni. Di certo le nuove curve che sono state definite alleviano la pesantezza della legge Maroni, ma non accorciano il salto con la forza che sarebbe stata necessaria. Per questo penso che una riflessione fuori dal clima e da un’ansia da “ultimo giorno” potrebbe portare a una formulazione più meditata».

                    Che significa? Che si potrebbe ricominciare da capo?

                      «Spero solo che si possa introdurre qualche cosa di meglio. Cioè non dispero che si trovino le risorse…».

                      Prodi e Padoa-Schioppa dicono che a parità di costi si può fare tutto.

                        «A parità di costi vorrebbe appunto il governo. Ma non è escluso che si possa individuare qualche finanziamento aggiuntivo».

                        I soliti critici mettono a questo in dubbio la stabilità del sistema.

                          «In realtà proprio grazie a questa intesa, si mette al riparo per un periodo molto lungo il nostro sistema e si danno contorni meno esasperati al problema della “gobba” che da una quindicina d’anni rappresenta un incubo per la spesa pubblica».

                          Caro Epifani, lei ci tranquillizza…

                            «E mi auguro appunto che questa risposta ad un problema vero consenta adesso di affrontare un altro problema rimasto nascosto, in ombra, quello dell’invecchiamento attivo. Perchè la permanenza al lavoro è solo una parte di quest’altra socialmente rilevante questione».

                            In una società, come quella italiana, che invecchia. Ma torniamo da capo, alle critiche che dovrete affrontare dentro la stessa vostra parte sociale.

                              «Bisognerebbe conoscere l’accordo, per giungere a un giudizio equilibrato. Bisognerebbe comunque ricordare che per la maggioranza dei lavoratori questa proposta rappresenta un vantaggio rispetto alla legge Maroni. Bisognerebbe che dal dibattito emergesse un punto: che comunque per i lavoratori le condizioni sono migliorate.. in alcuni casi di poco, in altri di più… ma son comunque migliorate. Altrimenti che senso avrebbe aver deciso di spendere dieci miliardi».

                              Questo sarebbe buon senso.

                                «Ma questo è soprattutto un punto di verità tra le ipotesi che sono state definite».

                                Forse non si comprende abbastanza che non ci sono sole le pensioni. Forse si dovrebbe spiegare meglio il contesto delle riforme, dal lavoro nero al precariato…

                                  «Non c’è dubbio che vada ripresa non allentata l’iniziativa contro il precariato, tema che non può passare in secondo ordine rispetto alle altre centralità del lavoro sindacale. Cito alcuni punti critici della legge trenta: il lavoro a chiamata, lo staff leasing, la riforma del contratto d’inserimento, un contratto a termine che sia veramente tale».

                                  Tempi?

                                    «La prossima finanziaria».

                                    Discutendo tanto di scalone e di scalini, si è lasciata da parte quell’idea di Damiano a proposito di elasticità, flessibilità. Banalmente: non sarebbe meglio che un lavoratore potesse decidere liberamente quando andare in pensione, superate certe soglie…

                                    «Anche noi avremmo preferito una strada del genere, lavorando ovviamente su incentivi e disincentivi. Ci sembrava una strada più moderna. Ci siamo scontrati con certi vincoli imposti dalla Ragioneria. Il limite di quiesta trattativa sta nella prevalenza degli aspetti finanziari, a danno di una sistemazione più aggiornata, più dinamica».

                                    Tutta l’attenzione sui costi. Una critica a Padoa-Schioppa?

                                      «Non è una critica. È una constatazione. Le raccomandazioni di Bruxelles, lo stato della finanza pubblica, le compatibilità: alla fine sarebbe stata davvero difficile una soluzione ai problemi più corretta e tutto sommato più attenta al futuro prossimo».

                                      Ma così sapremo almeno di che morte dovremo morire. Per qualche anno. Per quanti anni?

                                        «Per un periodo medio lungo. Si dà una certezza».
                                        L’analisi