“Intervista” Epifani: «Non c´è rigore né sviluppo la Finanziaria affossa il Paese»

30/09/2002


 
LUNEDÌ, 30 SETTEMBRE 2002
 
Pagina 4 – Economia
 
Il nuovo leader della Cgil Guglielmo Epifani: con Berlusconi e Tremonti un ritorno al passato
 
"Non c´è rigore né sviluppo la Finanziaria affossa il Paese"
 
 
 
unire le forze
L´invito di Rutelli? Mi aspetto che di fronte alla nostra mobilitazione il centro-sinistra dimostri coerenza e riconosca che abbiamo ragione
la mia cgil
Saremo una grande forza serena, aperta e costruttiva. Come con Cofferati, rigore e riformismo. E il 18 sciopereremo per l´Italia
l´unità sindacale
Per noi resta un valore fondamentale, ora è lontana. Ma rispetto Cisl e Uil
 
MASSIMO GIANNINI

ROMA – Tutti dicono: «Sta lì, ma il capo vero continua ad essere Cofferati». Lui ci ride sopra, ripensando a tutti questi anni passati insieme «al compagno Sergio». Alle battaglie vinte e a quelle perse. Ma alla fine Guglielmo Epifani, in questa sua prima intervista da leader, non dà l´impressione di uno che si è fatto eleggere segreterio generale della Cgil per prendere ordini. Rispetto al Cinese, il Filosofo mostra qualche differenza. La sostanza è altrettanto ferma. I toni, forse, più pacati.
Epifani, la sua sarà una Cgil diversa?
«La mia Cgil sarà una grande forza serena. Una forza aperta e costruttiva, in cui la radicalità dei principi servirà a preservare e a rafforzare la nostra vocazione riformista. La mia Cgil, come è stata quella di Sergio e di tutti i leader che ci hanno preceduto, continuerà ad essere una grande forza capace di esprimere un riformismo serio, rigoroso e riconoscibile».
Intanto però il suo primo atto formale da segretario generale è stato quello di confermare lo sciopero generale del 18 ottobre. Una scelta forse non proprio «riformista», nel senso più ortodosso del termine.
«Si sbaglia. Il nostro non vuole essere uno sciopero conflittuale, settario, estremista. Ma avrà un profilo riformatore molto marcato. Voglio che sia chiaro che il nostro non è uno solo sciopero contro l´attacco all´articolo 18, ma è ‘uno sciopero per l´Italia´. Il nostro è uno sciopero che esprime un netto dissenso rispetto al disegno corporativo e populista di questo governo, ma vuole lanciare anche un segnale di grande fiducia verso il Paese. E´ uno sciopero al quale corrisponde la nostra idea generale della società italiana. Siamo in campo con le nostre proposte, per una crescita economica improntata alla qualità ».
Intanto il governo Berlusconi vara una Legge Finanziaria senza lacrime e sangue per i lavoratori.
«Questa Finanziaria non va. E´ approssimativa, e costruita in uno stato d´emergenza che nasce dal fatto che per troppo tempo il governo non ha voluto guardare in faccia la realtà, come dimostrano il tracollo delle entrate tributarie e l´ulteriore flessione della crescita. Questa Finanziaria non dà risultati, non sostiene la domanda. Non ce n´è traccia di politiche per lo sviluppo. Il Patto per l´Italia, modesto com´è, poteva avere un minimo di significato in una fase di espansione. Oggi siamo in una fase opposta del ciclo. Questa Finanziaria, quindi, avrebbe dovuto predisporre misure efficaci nel breve termine: investimenti in formazione, salute e sanità, misure di sgravio sul modello di quelle per le ristrutturazioni edilizie, trasferite alla tutela ambientale e alla bonifica del territorio. Invece non c´è nulla di tutto questo. Come non c´è nulla per il Sud: al contrario si smantellano i pochi strumenti che hanno funzionato, il credito d´imposta, i patti territoriali, i contratti d´area, la legge 488. L´idea stessa del Fondo unico è un clamoroso ritorno al passato».
Almeno è rigorosa, no? Non basta una manovra di 20 miliardi di euro? Voleva più tasse, il solito «vizietto» di certa sinistra rigorosa e quasi penitenziale?
«No, purtroppo non è neanche rigorosa. Questa formula magica dell´8-4-8, cioè 8 miliardi di tagli alla spesa, 4 miliardi di cartolarizzazioni e 8 miliardi di concordato fiscale, davvero non mi pare credibile. Qui si nota proprio una classica invenzione tremontiana. Queste cifre sul condono non stanno né in cielo né in terra: qui non c´è solo un problema morale, cioè l´ennesimo premio agli evasori, ma c´è anche un problema di gettito, che mi pare assolutamente aleatorio. Ma il problema vero è un altro: oltre a essere inefficace, questa Finanziaria produce danni, perché rompe la coesione sociale. Contiene due tratti tipici di questa maggioranza. Primo: un ritorno alla centralizzazione delle scelte da parte di un governo che aveva promesso la più spinta delle riforme, la devolution, e che invece ora penalizza duramente l´autonomia degli enti locali, prefigurando un assetto che ci riporta a prima delle leggi di Bassanini. Secondo: manca una visione d´insieme, e quindi la Finanziaria opera per divisioni successive. Sulle pensioni al minimo, sui contratti. Persino sul fisco: nella prima fase il governo ha premiato le grandi ricchezze, eliminando le imposte di successione e con uno scudo fiscale quasi gratuito. Oggi prova a recuperare in basso, favorendo le categorie di reddito fino a 50 milioni. Ma così, di nuovo, taglia fuori dai benefici tutto il ceto medio. Insomma, c´è in questa Finanziaria una evidente tendenza alla corporativizzazione delle scelte».
Berlusconi dice invece che aiuterà i più poveri.
«Il modo migliore per farlo era quello di controllare l´inflazione, che è la più odiosa delle tasse. E invece su questo versante non ha fatto niente».
Ma almeno non taglia la spesa sociale.
«La mia impressione è che l´appuntamento sia solo rimandato nel tempo. Senza considerare che restano in campo sia la delega previdenziale, sia la sicura prospettiva dei tagli ai servizi sociali da parte delle regioni».
Tutto questo le pare sufficiente per fare uno sciopero generale? Sia sincero: a questo punto, se potesse, accetterebbe di corsa l´invito di Rutelli: lasciate perdere, revocare uno sciopero non è un dramma, e serve a ricompattare il sindacato.
«No, questo proprio no. Anzi, io mi aspetto che di fronte a uno sciopero che ha queste caratteristiche l´opposizione che, come noi, esprime un chiaro dissenso verso le iniziative del governo, fino al punto di chiedere le dimissioni del ministro dell´Economia, alla fine dimostri coerenza e converga sulla nostra protesta. Rispetto l´autonomia reciproca, ma non posso credere che il centrosinistra non riconosca fino in fondo le ragioni della nostra lotta e la validità dei suoi obiettivi»
Sull´articolo 18 continuerete la mobilitazione?
«Intanto continua la raccolta di firme: siamo arrivati a 2 milioni e 600 mila firme certificate. Arriveremo ai 5 milioni promessi. Continueremo con le nostre iniziative. Sempre con l´obiettivo di non chiuderci, ma di allargare il fronte dei consensi. Se non basterà, l´arma finale sarà il referendum abrogativo. Continueranno a dire che facciamo politica, che siamo estremisti. Non è vero. Hanno paura della nostra forza «.
Appunto. Berlusconi e D´Amato dicono: ci aspettiamo che Epifani riporti la Cgil sul terreno sindacale, e smetta di fare politica.
«C´è una ‘politicità´ nella nostra azione, questo non lo nascondo. Ma nasce dalla constatazione che il Paese sta scivolando su una deriva pericolosa, di sistematica alterazione delle regole. E non dimentico che la vera e unica anomalia dei rapporti si è consumata al convegno di Parma, quando Berlusconi e D´Amato dissero che il programma del governo e quello della Confindustria erano gli stessi. Lì è nato un collateralismo esplicito, che non dà vantaggi a nessuno. D´Amato ha portato le imprese in un cul de sac, e oggi sono tanti gli imprenditori che se ne rammaricano. Berlusconi ha diviso il sindacato, e questo è un maleficio per tutti».
Lanci un nuovo appello all´unità, verso Cisl e Uil.
«Di appelli se ne possono fare tanti. Per noi, questo voglio dirlo, l´unità sindacale resta un valore fondamentale, ma non la vedo dietro l´angolo. Il sindacato diviso è più debole, ma per fare l´unità bisogna convenire sulle politiche e sulle regole. Oggi prendo atto che non siamo d´accordo né sulle prime, né sulle seconde. Si sono cumulate tra noi divisioni importanti. Pensare di risolverle con un colpo di bacchetta magica svilirebbe le reciproche diversità. E io questo non voglio farlo. Quello dei contratti può essere un fronte su cui verificare la coerenza dei rapporti unitari. Ma il nodo vero resta la democrazia sindacale. La legge sulla rappresentanza è un tema che rilanceremo con forza nei prossimi mesi».
Lei deve sostenere la linea dura. Eppure nella Cgil si nota un atteggiamento diverso, almeno nei toni. Nell´ultimo Cofferati c´è stato un antagonismo esagerato?
«Può darsi che Sergio usi toni un po´ più aspri dei miei. Le faccio un esempio: io non considererò mai Cisl e Uil come miei nemici. Nutro nei confronti di Pezzotta e di Angeletti un dissenso profondo, ma rispetto le loro posizioni. Come vede, stiamo parlando solo di forma. Ma nella sostanza la linea non cambia».
Per la prima volta la guida del più grande sindacato passa dalla famiglia del Pci a un segretario che esce dalla costola moderata del socialismo. Significa qualcosa?
«Le linee di fondo della nostra strategia non cambiano. Non ci sono grandi svolte da fare, nel breve periodo. Poi, certo, la Cgil deve avere sempre grande autorevolezza di proposta. Non deve mai chiudersi in se stessa. I giovani e il Sud devono diventare per noi due priorità. Dobbiamo saper parlare alle imprese, e saper distinguere tra una linea di Confindustria che non condividiamo affatto e tanti singoli imprenditori che rischiano ogni giorno sul mercato, nel pieno rispetto delle sue regole».
Insomma, non sente incombere su di lei l´ombra del Cinese?
«Con Cofferati ho condiviso tutto. Anni belli e difficili, in cui abbiamo fatto scelte sempre unitarie. Faccio fatica, oggi, a immaginare Sergio come un peso. Piuttosto, voglio parlare del grande coraggio di questa Cgil. Un segretario così autorevole e popolare, che se ne va rispettando la norma degli otto anni, dà la cifra etico-morale di questa organizzazione, che rispetta sempre le regole, dal segretario generale all´ultimo degli iscritti. Questa è la Cgil. Mi piace pensare che proprio per questo sia così amata e rispettata nel Paese».