“Intervista” Epifani: mobilità per gli statali

05/01/2007
    venerdì 5 gennaio 2007

    Pagina 7 – Economia

        L´INTERVISTA

        Il leader Cgil: la vera sfida è rendere efficiente la pubblica amministrazione, ma i dipendenti non sono troppi

        Epifani: "Mobilità anche per gli statali
        è l’ora di riformare la burocrazia"

          ROBERTO MANIA

          ROMA – Lei che voto dà al governo?

            Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, ci riflette un po´ prima di rispondere. Vorrebbe glissare. Poi trova le parole: «Il voto non lo devo dare io, spetta ai cittadini darlo. Certo non posso non vedere che l´azione di governo incontra qualche problema».

            È evidente che il leader sindacale pensa a Caserta, al conclave ministeriale della prossima settimana, che dovrebbe servire a rilanciare l´esecutivo Prodi, a ridargli uno smalto riformista dopo la Finanziaria di 1.364 commi. Epifani guarda a quell´appuntamento e lancia la sua sfida: puntare allo sviluppo e mettere al centro la riforma della pubblica amministrazione. «Perché questo – dice – è il cuore dei problemi». In cambio il sindacato è pronto a discutere anche della mobilità dei lavoratori, da sud a nord, purché incentivata. Quasi una svolta.

            Il 2007 doveva essere l´anno delle pensioni. Ma la riforma è stata ormai declassata a "manutenzione". Non rischia di essere l´ennesima occasione persa?

              «No, la mia opinione è diversa. Gli obiettivi del 2007 devono essere altri: lo sviluppo e l´equità redistributiva. Servono politiche coerenti, organiche e scandite nel tempo. Serve un disegno unitario, condiviso da tutta la maggioranza».

              La previdenza non fa nemmeno parte della sua agenda?

                «Il problema delle pensioni va affrontato, ma non è né il primo né il principale. È molto più importante la riforma della pubblica amministrazione».

                Anche di questo sono decenni che se ne parla. Quali sono le sue proposte?

                  «Sono convinto che questo sia diventato il cuore dei problemi. Bisogna aggredirlo perché il motivo vero per cui le multinazionali non investono più in Italia sta nell´inefficienza della burocrazia; non certo nel costo del lavoro o nella sua rigidità. La pubblica amministrazione va riformata, snellita, avvicinata a cittadini e imprese».

                  Forse vanno ridotti anche gli organici.

                    «Non è vero che in Italia ci sia un eccesso di dipendenti pubblici. Anzi ne abbiamo meno degli altri grandi paesi europei. Nella pubblica amministrazione abbiamo attività e servizi in cui c´è un eccesso di manodopera e altri in cui accade il contrario. Il punto è la qualità del servizio. Ma insomma, le sembra logico che in un settore delicato come quello degli asili il personale sia tutto precario, o che ci sia una carenza di infermieri negli ospedali o nei pronto soccorso? Forse un eccesso di personale potrebbe esserci tra i ministeriali».

                    Che andrebbero spostati in altri uffici, o no?

                      «Bisogna avere a disposizione tre strumenti: la mobilità, gli investimenti in formazione e la fine della precarietà».

                      La mobilità anche territoriale, da una regione a un´altra?

                        «Si deve avere il coraggio di affrontare la mobilità territoriale con politiche di incentivazione. D´altra parte è difficile non vedere che la carenza di personale è concentrata nelle aree settentrionali. Ma anche per questo chiedo al governo di aprire un confronto su questi temi insieme ai Comuni e alle Regioni».

                        La sua non è una riforma a costo zero. Crede che oggi ci siano a disposizione più risorse dopo le buone notizie sul deficit pubblico?

                          «Il quadro della finanza pubblica si presenta sicuramente più rassicurante. E penso che questo debba essere un motivo di soddisfazione e non di polemica, dopo gli errori della passata legislatura. Il governo non deve abbassare la guardia sui conti pubblici, ma contemporaneamente non può ricorrere a toni e argomenti da ultima spiaggia. Oggi ci sono spazi di manovra, non siamo più in una situazione di sfascio. Il governo deve assumersi la responsabilità di fare delle scelte, di orientare le risorse in direzione degli investimenti, dell´innovazione e della ricerca; puntando allo sviluppo e alle politiche per la coesione sociale che sono, insieme al Mezzogiorno, le vere priorità».

                          Comunque di pensioni si parlerà. La Cgil è disposta ad accettare un ritocco all´insù, per esempio da 57 a 58 anni, dell´età per la pensione di anzianità?

                            «L´argomento delle pensioni di anzianità viene affrontato o in termini troppo semplicistici oppure in termini morali. Piuttosto vorrei che si riflettesse seriamente sul fatto che in questo periodo le aziende italiane (non solo la Fiat, come talvolta si dice) hanno fatto richiesta per mettere in mobilità lunga almeno 40 mila persone. Sa cosa vuol dire? Che c´è una tendenza a considerare non più utilizzabili i cinquantenni. Questo è un grande problema sociale».

                            Sì, ma l´età si può alzare o no?

                              «Intanto va abolito lo "scalone" di Maroni. Poi rispondo alla sua domanda e dico che ci sono lavori e attività per i quali non si può pensare di prolungare la permanenza, e altri in cui invece è possibile. Ma dico anche che non si possono ulteriormente ridurre le future pensioni dei giovani toccando i coefficienti di trasformazione».