“Intervista” Epifani: «Maroni la smetta con i giochini, non sarò più conciliante di Sergio»

08/07/2002


8 luglio 2002



L’INTERVISTA / Il futuro segretario e la vicenda della clausola anti-Cgil: fu Fini a comunicarci che l’esecutivo l’avrebbe tolta dal testo

Epifani: Maroni la smetta con i giochini, non sarò più conciliante di Sergio

      ROMA – Se c’è una cosa che fa «veramente arrabbiare» Guglielmo Epifani, il numero due della Cgil, «è il tentativo di creare un dualismo» con il suo leader Sergio Cofferati. Il messaggio è per il ministro Maroni: «Più continua con il giochino di contrappormi a Cofferati, più peggiorerà i rapporti con la Cgil». Il futuro segretario della Cgil attacca su tutti i fronti. Mette in dubbio «la legittimità democratica di un governo che vuole escludere dal confronto l’organizzazione sindacale più rappresentativa». Sollecita Cisl e Uil ad abbandonare «la posizione di insostenibile timidezza sull’applicazione del patto sul lavoro». E, infine, trova una somiglianza tra il comportamento del presidente della Confindustria Antonio D’Amato e quello dell’arbitro Moreno (Italia-Corea).
      Epifani, il ministro Maroni l’ha elogiata, sostenendo che al tavolo delle trattative lei ha usato «motivazioni sindacali, non politiche». Come dire: dopo Cofferati la Cgil cambierà linea.
      «C’è in tutt a questa vicenda un uso molto strumentale dei rapporti personali. Da qualche tempo Maroni ha adottato la tattica di delegittimare l’intero gruppo sindacale della Cgil, attribuendo al suo massimo rappresentante, cioè a Cofferati, mire politiche, in contrapposizione a un Epifani più conciliante, più trattativista, più sindacalista appunto».
      No n è così?

      «Certo che no. E il ministro Maroni la smetta con questo giochino. E’ un comportamento sleale. A questo punto si pone un problema di conciliabilità tra questi modi di procedere e la carica di un ministro del Welfare, che deve avere sempre rispetto per i suoi interlocutori».

      Cioè o Maroni «la smette» oppure non può fare il ministro?
      «Esatto e in ogni caso otterrà un risultato opposto a quello che si prefigge. Più va avanti in questo tentativo, più peggioreranno i suoi rapporti con l’intera Cgil. Il discorso vale anche per altri che si sono messi su questa strada».
      Nomi?
      «Qualche giorno fa, D’Amato commentava da Sassari una nostra manifestazione in difesa dei diritti sul lavoro. Il presidente della Confindustria sentenziò che in quel modo la Cgil si era esclusa dalla trattativa. Quando l’ho visto gli ho detto scherzosamente, ma non troppo, che il suo atteggiamento mi sembrava quello dell’arbitro Moreno. Non è lui che decide chi espellere, a priori, dal confronto sociale. E’ un’idea un po’ proprietaria delle relazioni sindacali» .
      Intanto, però, il ministro ha dichiarato che la Cgil non sarà convocata al tavolo di attuazione del Patto sul lavoro. La vostra risposta?
      «E’ una visibile caduta di legittimità da parte del governo. Si mette in discussione il diritto dei sindacati di confrontarsi sulle scelte di politica economica del Paese. E’ una chiara violazione di valori sanciti dalla Costituzione».
      L’obiezione di Maroni è che voi non avete firmato e quindi sarete chiamati sui temi della politica dei redditi e non su quelli previsti dal Patto.
      « E’ una distinzione che non mi convince. Non è questo il punto. Il governo deve dire se intende continuare a confrontarsi con noi sui temi che interessano i milioni di persone che noi rappresentiamo».
      C’è un problema di sostanza. Uno dei capitoli chiave del Patto è il fisco. Ma anche la Finanziaria, e quindi la politica dei redditi, ruoterà sulle tasse. C’è il rischio di un confronto in due tempi. A luglio con Cisl e Uil. A settembre anche con la Cgil. E’ così?

      «E’ esattamente così. Ed è questo il senso della mia protesta. D’altra parte il ministro Tremonti ha finora sottolineato che un conto è il Patto, un conto è la discussione sulla delega fiscale, che avverrà appunto con la Finanziaria, nell’ambito del tradizionale confronto con tutte le parti sociali».

      Come se ne esce?
      «Penso che il Presidente del Consiglio debba dire una parola chiara , perché, ripeto, questa vicenda chiama in causa il profilo di legittimità e di democraticità del suo governo. Ma non mi nascondo che quello che è successo è il risultato di un patto neo-corporativo che esclude a priori una grande organizzazione. Del resto nel testo originario dell’accordo era stata inserita una clausola che riservava ai soli firmatari la definizione successiva dei contenuti, compreso quello fiscale».
      Da chi era stata inserita?
      « Non ho gli elementi per affermarlo con certezza. Certo ho una mia idea. Diciamo da qualche ministro con un ruolo non secondario in questa vicenda».
      Da chi è stata eliminata?

      «Ho aspettato una notte e un’intera mattina che le altre organizzazioni sindacali si rendessero conto di quale testo, visibilmente anticostituzionale, stessero per firmare. Poi, visto che nessuno parlava, ho chiesto a Fini e Letta di valutare l’opportunità di mantenere quella versione. Poco prima dell’accordo Fini ha comunicato che il passaggio in questione era stato tolto».

      Che cosa rimprovera, esattamente, a Cisl e Uil?
      «C’è una soglia di rispetto dei valori costituzionali che dovrebbe andare oltre le posizioni sul merito sindacale. Trovo che i leader di Cisl e Uil abbiano mostrato un’insostenibile e preoccupante posizione di timidezza».
      Perché preoccupante?
      «Perché rischiano di diventare parte fondamentale di uno schema di "conventio ad excludendum" nei confronti di un’organizzazione altamente rappresentativa».
      Sta dicendo che le altre organizzazioni sindacali non sono rappresentative?

      « Dico che è il momento di misurarla davvero questa capacità rappresentativa. Basta con questo sistema in cui chi vale per cinque conta per uno e viceversa».
      E’ d’accordo con Pietro Ichino che, sul «Corriere», ha scritto che occorre ripartire dall’articolo 39 della Costituzione, cioè proprio dall’effettiva rappresentatività dei sindacati?

      «Sì, sono d’accordo, occorre fare una grande battaglia su questo punto e spero che Ichino vorrà dedicare a questo tema le stesse energie che ha utilizzato per spiegarci perché era importante modificare l’articolo 18 dello Statuto».
Giuseppe Sarcina