“Intervista” Epifani: l’unica strada è il ritiro dei nostri militari

14/11/2003



 Intervista a: Guglielmo Epifani
       
 



Intervista
a cura di

Piero Sansonetti
 

14.11.2003
La politica di Bush produce un aumento del terrorismo nel mondo
Epifani: insisto, l’unica strada
è il ritiro dei nostri militari

PARIGI Guglielmo Epifani è a Parigi per partecipare
al forum sociale europeo che si svolge in questi giorni e si concluderà sabato con una grande manifestazione pacifista. Ieri sono iniziate le assemblee e i seminari. Si sono tenute già una quindicina di assemblee plenarie, ciascuna con mille o duemila partecipanti. E poi si sono svolti un centinaio di seminari, che sono riunioni più ristrette, con cento o duecento persone. Epifani ieri ha partecipato all’assemblea sul progetto di Costituzione
europea. I movimenti sociali criticano radicalmente
questa costituzione che, dicono, rende onnipotente il mercato, va riscritta, dunque bisogna opporsi alla sua approvazione. I sindacati condividono le critiche dei
movimenti ma sono convinti che la Costituzione
serva, che sia una garanzia in più per i lavoratori. Alla fine del dibattito Epifani ha parlato coi giornalisti ed è tornato a occuparsi di Iraq. Ha proposto che il giorno dei funerali ci sia una fermata del lavoro di 10
minuti, simbolica, in tutti gli uffici e in tutte le fabbriche. Poi ha ribadito la posizione della Cgil per il ritiro delle truppe, la stessa posizione di tutto il forum sociale, che ieri si è occupato di guerra in moltissime sue riunioni.
Sulla linea del ritiro subito dei soldati dall’Iraq, Epifani, la Cgil – in Italia – è l’organizzazione che la idee più chiare e dice le parole più nette.
«Noi diciamo due cose. Primo: lutto e dolore per questa sciagura. Viviamo gli stessi sentimenti di angoscia che vive tutto il popolo italiano, e abbiamo voluto esprimerli direttamente allo Stato maggiore e al comando dei carabinieri. Secondo: da domani non basterà più lasciare che batta il cuore, servirà anche far funzionare il cervello. Dobbiamo chiederci il perché, capirlo, prendere le misure per il futuro, correggere gli errori».
Cosa esattamente dovremo capire?
«Una cosa sola, che noi abbiamo detto anche in passato ma che ora è chiarissima, lampante: la lotta al terrorismo non si fa così. Non si fa occupando i paesi, bombardando, usando gli eserciti come lo strumento che risolve tutto. L’Iraq è un esempio
clamoroso di insuccesso politico: l’obiettivo per il quale si è andati lì era sconfiggere il terrorismo e asciugare la sua fonte. Non è stato sconfitto, la fonte adesso è più vigorosa. Non mi sembra il caso di fare polemiche politiche su questo, o gare a chi lo aveva
detto prima, processi a chi non aveva capito: con grande serenità, però, van no prese le decisioni giuste. Per questo diciamo: ritiro immediato. Non è uno slogan, è la conclusione di un ragionamento che dovrebbe essere condiviso da tutti».
La tragedia di Nassirija è improvvisa o si poteva prevedere?
«È la più grande tragedia militare per l’esercito italiano dalla II guerra mo ndiale. I rischi che correva il nostro contingente non erano stati calcolati bene, questo è evidente».
Il problema però è che non basta il ritiro degli italiani. Serve soprattutto il ritiro degli americani, sono loro il problema vero…
«Noi della Cgil siamo stati in America. I sindacati americani sono mobilitati per la pace. Almeno la metà dell’opinione pubblica americana oggi è contraria a questa guerra. La politica neo-conservatrice, guidata da Bush, ci sta portando in un mondo nel quale il terrorismo aumenta. Bisogna abbandonare questa politica».
Come si combatte il terrorismo?
«È un fenomeno complesso, richiede strumenti e analisi complesse. L’accetta non serve. Occorrono anche politiche repressive e di intelligence, ma non vanno esasperate e soprattutto vanno accompagnate con una politica internazionale alta e lungimirante.
Bisogna avere relazioni nuove con il mondo arabo e con i paesi del Medioriente, bisogna fare in modo che il fondamentalismo non si alimenti nella protesta contro le prepotenze dell’occidente, bisogna affrontare la questione di Israele e Palestina. E soprattutto bisogna convincersi di una cosa: l’idea che l’uso della forza risolve tutto, che è stata un’idea
dell’occidente, è completamente infondata».
Cosa ci vuole invece della forza?
«La politica. Bisogna richiamare in campo la grande assente. La politica è assente da troppo tempo, sostituita dalle armi e dal potere dell’economia. Ha collezionato negli ultimi tempi un numero incredibili di fallimenti, sia sul piano economico che su quello
delle relazioni internazionali. Basta guardare ad Israele. Perché non si è riusciti a usare una forza di interposizione che dividesse palestinesi e israeliani e avviasse la pace?».
Vede all’orizzonte qualcuno in grado di aiutare la politica a ritrovare il suo ruolo?
«Vedo l’Europa. È il suo compito. Deve diventare molto attiva in una logica di pace. Nella bozza di Costituzione europea c’è scritto qualcosa, ma molto poco. E’ assai più forte il testo della Costituzione italiana, che ripudia la guerra come strumento di soluzione delle controversie. L’Europa è l’unica potenza che può diventare attiva: ottenere il rilancio dell’Onu, intervenire sulla questione palestinese, affermare l’idea di un mondo multilaterale».
Che vuol dire un mondo multilaterale?
«Un mondo dove ci si convince che rinunciare
al primato della forza non è una cosa indignitosa. Rinunciare al primato della forza vuol dire scegliere il compromesso, cercarlo, costruirlo, realizzarlo. Il compromesso non è segno di debolezza. Trasferire ad altri, a molti, parte del proprio potere, non è
una sconfitta, è un modo per governare il mondo».
Lei è contrario all’esercito europeo o
invece è favorevole a che l’Europa
competa militarmente con gli Usa?
«Credo che l’uso della forza per motivi difensivi non possa essere escluso. E quindi mi pare ragionevole che l’Europa si doti degli strumenti che servano a questo scopo. Ma dentro un quadro, anche legislativo, che proibisca la guerra di attacco».
Valutiamo le cose con realismo. Da almeno 15 anni il mondo è sempre meno multilaterale. E’ unipolare, e al comando dell’unico polo ci sono gli Stati Uniti. E’ possibile un processo di
multilateralismo senza sconfiggere gli Stati Uniti?
«Gli Stati Uniti devono fare un passo indietro. Tocca a loro farlo. Sono la potenza egemone sia sul piano militare che su quello economico e finanziario. L’America se vuole tornare un paese che ha un ruolo decisivo e positivo nello sviluppo del mondo, deve essere in grado di autolimitarsi. Una parte molto
consistente dell’opinione pubblica si sta convincendo
di questo. Intanto deve avviare il ritiro dall’Iraq».