“Intervista” Epifani: Licenziamo i fannulloni

13/11/2007
    15 novembre 2007 – ANNO XLV N.46

    Pagine 70/71/72 – ATTUALITÀ

      Licenziamo i fannulloni

        intervistaPensioni, precariato, il futuro di sindacati e politica. E 100 euro in più ai dipendenti: Epifani parla a tutto campo. E fa autocritica.

          Maurizio Belpietro

            Non è un buon periodo per Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil. Prima l’insubordinazione della Fiom, la federazione dei metalmeccanici, che ha rischiato di mandare a gambe all’aria l’accordo sul welfare. Poi i 30 denari che l’amministratore della Fiat ha concesso agli operai, mettendo a repentaglio il contratto nazionale. Infine i 100 giovanotti dei collettivi di sinistra che martedì lo hanno contestato mentre parlava all’Università Roma Tre.

            Il sindacato mi sembra un po’ in difficoltà.

              Non mi pare. Malgrado i problemi, conserviamo un radicamento popolare. Gli iscritti aumentano e sono giovani, donne, immigrati. Siamo in controtendenza rispetto a ciò che accade all’estero. Si vede che sappiamo cambiare e interpretare il nuovo.

              Vi accusano invece esattamente del contrario: di non occuparvi dei giovani, di non impegnarvi nella tutela dei lavoratori non garantiti.

                Qualcuno la pensa così, ma il protocollo sul welfare contraddice questa tesi: l’intesa è a favore dei giovani.

                I quali però pagheranno il conto dell’accordo sulle pensioni.

                  Bisogna essere onesti nelle ricostruzioni storiche. Le baby pensioni non le volle il sindacato: le varò il Parlamento. Anzi, la norma sui famosi 15 anni, 6 mesi e un giorno che garantivano a molti dipendenti pubblici di poter andare in pensione noi contribuimmo a cambiarla.

                  Non penserà di farla franca citando un accordo di 15 anni fa.

                    No, dico solo che quando si è dovuto mettere mano alla previdenza noi abbiamo accettato la discussione. La riforma Dini l’abbiamo contrattata e ciò ha consentito di migliorare i conti dell’Inps. Con il risultato che altri paesi europei sono indietro rispetto a noi.

                      Faccia un esempio.

                        La Germania. Sul medio e sul lungo periodo sta peggio dell’Italia.

                        Insomma, a sentir lei il sindacato sulle pensioni non difenderebbe l’indifendibile.

                          Guardi, in Francia e Spagna il sindacato non ha voluto nemmeno discutere e non ha cercato accordi. Le riforme previdenziali in Italia invece si sono fatte con l’accordo del sindacato.

                          Lei ha detto che il referendum sul protocollo del welfare avrebbe salvato il governo. Le sta così a cuore?

                            Mi sta più a cuore l’accordo. Se Romano Prodi si dimettesse, l’intesa sarebbe carta straccia. Ecco perché pensavo che un risultato fortemente positivo del referendum avrebbe aiutato.

                            Dicono che se ci fosse stato Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi sareste già scesi in piazza.

                              Chi lo dice ha la memoria corta. Lo sciopero generale lo abbiamo fatto nel 2006 contro la Finanziaria, perché, come temo che accadrà anche quest’anno, non investiva sulla formazione, sulla scuola, sul sapere.

                              Se i suoi timori sulla manovra si avvereranno sciopererete?

                                Questa Finanziaria per la verità ridistribuisce un po’ di più. Invece dei tagli ici avremmo preferito aumenti dei redditi e interventi per una maggiore efficienza nel pubblico impiego.

                                Dunque, niente sciopero?

                                  Lo sciopero generale ci sarà se non si chiuderanno i contratti pubblici e privati.

                                  Il 70 per cento dei dipendenti ha un contratto scaduto e la Fiat mette in busta paga 30 euro a ogni operaio. Fine della contrattazione nazionale?

                                    Qualcuno ci prova, anche se la Confindustria nega che questa sia l’intenzione. Ma è ovvio che se non si chiudono i contratti, i 30 euro potrebbero diventare 60 e magari anche 70. Tutto ciò però riguarda solo alcuni settori e alcune aziende. Nelle altre realtà sarà difficile far saltare la contrattazione nazionale, che continua ad avere una sua funzione.

                                    Accettando aumenti legati alla produttività, senza automatismi, forse sarebbe più facile trovare un’intesa.

                                    Ma noi non siamo contrari. In realtà manca la capacità delle imprese di identificare proposte chiare.

                                    Potreste agganciare il salario ai risultati aziendali?

                                      I lavoratori non controllano le politiche finanziarie delle imprese e dunque c’è il rischio di legare parte del salario a dinamiche che possono essere sbagliate. Meglio accordarsi su aumenti che abbiano come obiettivo la qualità.

                                      Anche a livello nazionale?

                                        I contratti nazionali regolano un trattamento collettivo. No, credo che di ciò si debba occupare la contrattazione locale.

                                        Che succederà in Cgil ora che è nato il Pd? Tornerà in funzione la vecchia cinghia di trasmissione come ai tempi del Pci?

                                          La cinghia funzionava male già ai tempi dei partiti ideologici, adesso non trasmetterebbe nulla. Al massimo potrebbe funzionare alla rovescia.

                                          Ossia il sindacato potrebbe influenzare la politica?

                                            Sì. Ma io sono per mantenere le distanze.

                                            La sinistra radicale una cinghia di trasmissione l’ha già messa in funzione con la Fiom.

                                              La Fiom storicamente ha sempre rappresentato una particolarità dentro la Cgil. È vero che la sinistra radicale punta molto sui metalmeccanici, ma io mi batto perché le divisioni vengano ricucite.

                                              Teme una scissione?

                                                Temo un allontanamento e lo voglio evitare.

                                                Per il sindacato la questione metalmeccanici non è solo una particolarità. A Mirafiori vi hanno fischiato.

                                                  Ma no, non c’è stato alcun fischio. I giornali hanno ingigantito. È vero però che abbiamo qualche problema in alcune aziende, tipo la Fiat. Inutile nasconderlo: un’area di dissenso c’è, ma, come ha dimostrato il referendum, la maggioranza la pensa in maniera diversa.

                                                  Vi rimproverano di non avere fatto battaglie vere a favore dell’incremento dei salari.

                                                    Quando si fece l’accordo del 23 luglio l’inflazione era ancora molto alta, ma si ipotizzò che sarebbe scesa e si fissarono parametri che poi non furono rispettati. E poi, anziché ridistribuire 3-4 euro di fiscal drag si pensò di sostenere altre condizioni. L’euro infine ha fatto il resto.

                                                    Sta di fatto che perfino il governatore della Banca d’Italia ammette che i salari italiani sono i più bassi d’Europa.

                                                      Certo, e il problema non riguarda solo l’operaio, ma anche l’ingegnere, che nei primi anni prende 1.300 euro. Ormai c’è un appiattimento verso il basso delle retribuzioni.

                                                      Lei ha proposto di usare la leva fiscale per rafforzare la busta paga: obiettivo 100 euro in più. Le hanno risposto?

                                                        Utilizzando i soldi del recupero dell’evasione e quelli che si ottengono tagliando gli sprechi, si riesce a recuperare almeno un punto del pil. Due miliardi di euro possono essere la base di partenza di un processo per ridare potere d’acquisto ai lavoratori.

                                                        Ne farete una battaglia?

                                                          Sì, stiamo preparando una piattaforma, pronti ad aprire una vertenza.

                                                          Lei parla di operai, ma la classe operaia esiste ancora?

                                                            Esiste, esiste. È diversamente composta ed è difficile da rappresentare. Non c’è più la grande fabbrica con migliaia di operai, ma tante piccole e medie imprese. E poi c’è una nuova classe operaia, quella nel commercio o nel terziario più povero. Prenda la cassiera di un supermercato: non è forse un’operaia? Non fa un lavoro ripetitivo e poco remunerato?

                                                            Recuperare risorse per le buste paga, tagliando gli sprechi, mi pare un’illusione. Il Parlamento non sforbicia un bel nulla.

                                                              Quello dei costi della politica è un problema che in fabbrica è sentito. Lo abbiamo colto nelle assemblee e abbiamo anche messo in guardia gli inquilini del Palazzo. Anche se ci sono molti freni, il sistema deve essere più coraggioso. Rispettando le prerogative istituzionali, bisogna correggere le abitudini.

                                                              C’è chi non fa differenza tra casta politica e casta sindacale.

                                                                E invece la differenza c’è. Non abbiamo la stessa retribuzione e gli stessi privilegi e dopo 8 anni un segretario generale deve cercarsi un altro lavoro.

                                                                La Cgil è il sindacato più forte nel pubblico impiego. Colpa vostra se non si licenziano i fannulloni?

                                                                  Falso. I fannulloni si possono licenziare: per frodi o assenze ingiustificate già ci sono stati casi. Certo, tocca alle amministrazioni procedere.

                                                                  Sì, ma quando procedono, voi frenate.

                                                                    Noi non possiamo difendere i fannulloni. Se lo abbiamo fatto in passato, abbiamo sbagliato.

                                                                    È favorevole a una commissione che valuti come si lavora nel pubblico impiego?

                                                                      Perché no? Può essere un modo democratico per migliorare l’efficienza.

                                                                      D’accordo a delegarne la responsabilità a un’authority?

                                                                        Di autorità ce ne sono già troppe e si impiega troppo tempo a farle. Serve una struttura snella, meglio se formata da utenti che valutino i servizi di ospedali, scuole, uffici pubblici.

                                                                        In Europa si discute di modello danese, ossia di un sistema che consenta di licenziare garantendo sussidi minimi al neodisoccupato. E in Italia?

                                                                          In Italia no. Ogni paese ha la sua storia e da noi l’articolo 18 non si tocca. Semmai si può discutere della semplificazione degli iter processuali per un licenziamento, trovando formule nuove.

                                                                          Niente licenziamenti, sì alle assunzioni: come quelle che avete chiesto a favore dei precari del pubblico impiego.

                                                                            Il pubblico impiego è la più grande sacca di precarietà che esista in questo Paese. Sa quante sono le persone che lavorano per Stato ed enti pubblici senza un contratto fisso? Ottocentomila. Vuol dire che ci sono 800 mila persone che lavorano e vengono pagate ma non hanno un progetto fisso.

                                                                            Non mi pare che dentro gli uffici statali ci sia penuria di personale.

                                                                              Bloccando le assunzioni, vietando i contratti a progetto, avremo una pubblica amministrazione senza ricambio. Nei prossimi 5 anni il 30% degli insegnanti andrà in pensione: quanti saranno gli alunni senza docente?

                                                                              Lei si preoccupa dei giovani, ma i giovani si preoccupano di contestarla, com’è avvenuto l’altro giorno all’università.

                                                                                Erano quattro ragazzi appartenenti a collettivi dell’ultrasinistra che probabilmente cercavano di fare un po’ di pubblicità allo sciopero dei Cub. La cosa che mi è dispiaciuta di più è che la contestazione è scoppiata mentre discutevamo di precariato.

                                                                                Dopo otto anni i segretari sindacali lasciano. Lei che sta per arrivare al sesto anno cosa farà dopo?

                                                                                  Non ne ho la minima idea.

                                                                                  Tempo fa escluse di buttarsi in politica e parlò di dedicarsi all’insegnamento. Ci ha ripensato?

                                                                                    Non ho deciso nulla. Ho due passioni: la storia e la poesia.

                                                                                    Scrive poesie?

                                                                                      No, le leggo.

                                                                                      Speriamo che almeno non racconti favole.
                                                                                      (maurizio.belpietro@mondadori.it)