“Intervista” Epifani: le Br chiamano le fabbriche, nessuno li ascolta

05/03/2003



5 marzo 2003
L’Intervista
Epifani: le Br chiamano le fabbriche, nessuno li ascolta

«Fare piena luce, noi ricorderemo Biagi e D’Antona allo stesso modo»

      ROMA – Segretario Epifani, le Brigate rosse continuano a rivolgersi al mondo del lavoro. Come lo spiega? Vogliono ancora sostituirsi al sindacato? «Tra il mondo del lavoro e i terroristi non c’è nessun rapporto, nessun canale di comunicazione. Lo dimostra la tranquillità delle nostre manifestazioni e scioperi. Le Br potranno anche continuare e cercare di coinvolgere il lavoro nei loro sanguinari progetti, ma non mi sembra che ci riescano. E anche i giovani che sono scesi in piazza per difendere i diritti o chiedere la pace hanno dimostrato grande maturità».
      E in questo sono meglio dei loro fratelli maggiori di fine anni ’70?

      «Sicuramente non hanno nulla a che vedere con la generazione degli anni di piombo. Hanno una cultura che rifiuta la pratica della violenza, che ha fiducia negli argomenti che propone. E’ un fatto nuovo ed importante».

      Ma i terroristi continuano a tenere sott’occhio le fabbriche. Mandano i messaggi all’Ansaldo, intimidiscono le strutture sindacali.

      «E’ vero che mandano il loro materiale a un nucleo ristretto di aziende, ma francamente mi pare che sia una tecnica da mailing list, anche un po’ burocratica. E’ un invio a senso unico, loro spediscono e nessuno risponde e ciò avviene anche nelle fabbriche coinvolte da processi di ristrutturazione. Poi nelle manifestazioni non c’è alcun sentore di presenze violente, nemmeno gli slogan lo sono più».

      Perché i terroristi insistono a mettere nel mirino i giuristi del lavoro?

      «Gli inquirenti ci hanno detto che le Br colpiscono le figure-cerniera. Ma comunque ogni vicenda è diversa dall’altra, è difficile generalizzare».

      Ha letto quando ha scritto il professor Pietro Ichino?

      «Certo. Ho colto l’angoscia che si cela dietro le sue parole e il suo sforzo di razionalizzare la vicenda che lo riguarda. Non so però a cosa possa approdare. Non credo che lo spirito di dialogo sia lo strumento giusto in questa situazione».

      Tra pochi giorni sarà il primo anniversario dell’uccisione di Marco Biagi. Dopo la sua morte abbiamo saputo del malessere che provava perché la Cgil non lo capiva. Con che spirito affronterete questa scadenza?

      «Ci sono due ricorrenze davanti a noi, gli anniversari degli omicidi D’Antona e Biagi. La prima cosa è sapere chi li ha barbaramente uccisi e perseguirli. Il governo dice di avere nuovi spiragli. Vedremo. Come sindacato siamo interessati a che si faccia luce perché anche noi siamo vittime del terrorismo. So bene poi che D’Antona fu colpito in una fase in cui non c’era conflitto sociale, mentre Biagi lo fu in prossimità di un aspro confronto tra il governo e una parte importante del movimento sindacale. Ogni omicidio ci ferisce allo stesso modo. Ricorderemo D’Antona e Biagi allo stesso modo, dietro quei nomi c’era una vita umana, c’erano delle idee. Ci comporteremo così e ci sentiremo liberi di criticare o condividere questa o quella proposta».

      In concreto cosa farete per ricordarli?

      «Abbiamo preso delle decisioni unitarie con Cisl e Uil. Quindici minuti di fermata il giorno dei funerali dell’agente ucciso, in Toscana un’ora di sciopero. Poi terremo un’iniziativa unitaria contro il terrorismo entro la fine di marzo. Ricordo che già nei giorni immediatamente successivi all’omicidio Biagi, Cgil-Cisl-Uil organizzarono una fiaccolata unitaria e ricordo anche il commosso minuto di silenzio con il quale i manifestanti del 23 marzo resero omaggio al professore bolognese e condannarono il terrorismo».

      Non tutto però è chiaro sulle strategie delle Br. E ogni tanto a sinistra spunta la sindrome del complotto. Anche lei è di questo avviso?

      «Ci sono degli interrogativi. C’è qualcosa che ancora ci sfugge sul terrorismo di oggi, chiuso, impenetrabile, che continua a uccidere. Ma sono domande democratiche non complottarde quelle che rivolgo. Perché continuano se nessuno li segue? Hanno perso ma non lo ammettono? Il nostro è l’unico Paese europeo dove resta una radice di terrorismo politico non etnico».

      Tra poco partirà la campagna per il referendum sull’articolo 18. C’è il rischio di un’iniziativa del terrorismo che possa sfruttarla?

      «Qualsiasi argomento può essere o meno usato come pretesto. Il referendum o peggio la guerra. Si tratta di vigilare e di avere fiducia nella straordinaria forza del movimento sindacale».

      I terroristi spesso per criticare Cgil-Cisl-Uil fanno riferimento al lavoro interinale.

      «Difendo le scelte fatte dal sindacato a suo tempo. L’interinale è un lavoro con garanzie e diritti di contrattazione. Ci sono ben altre tipologie di impiego con bassa protezione. I terroristi l’hanno preso come simbolo perché si tratta di affitto e richiama l’idea del lavoro merce. Ma noi siano lì ogni giorno a difendere quei lavoratori».

      Ci sono organizzazioni sindacali che sono nel mirino più di altre?

      «Ci sono stati attentati a sedi della Cisl come a qualche Camera del lavoro e a sedi Uil. Di recente in Sardegna e a Trieste. Ma quale che sia la sigla colpita mi sento ferito allo stesso modo e la solidarietà è la stessa. Poi tra noi possiamo essere d’accordo oppure no su questo o quel problema, ma è la dialettica di ogni giorno».

      Il senatore Cossiga e il ministro Bossi non vi hanno risparmiato bordate. Hanno parlato di «Br sindacaliste».

      «Le parole di Bossi sono ispirate a una logica di strumentalizzazione politica, quelle di Cossiga non le ho ben capite. Quando capitano avvenimenti come quelli del treno Roma-Firenze qualcuno cede alla tentazione di associarli alle lotte sindacali. Sbagliano. Noi siamo un pezzo della democrazia italiana, quella democrazia che le Br volevano e vogliono abbattere».
Dario Di Vico


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