“Intervista” Epifani: «La Confindustria si accontenta della mancia»

13/05/2005
    venerdì 13 maggio 2005

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    Intervista

      IL LEADER SINDACALE CHIEDE ALL’ESECUTIVO IL RISPETTO DELLE PROMESSE
      Epifani: «La Confindustria si accontenta della mancia»
      Il segretario Cgil: «Sui contratti pubblici livello di guardia superato
      Non chiediamo la luna e il governo aveva detto che era d’accordo»

        Roberto Giovannini

          ROMA
          GUGLIELMO Epifani, leader della Cgil, si dichiara «senza parole, indignato» da quello che giudica un «intervento a gamba tesa» di Confindustria sulla vertenza per il contratto dei pubblici dipendenti. Una scelta «immotivata, se non dal desiderio di avere qualche “mancia” dall’Esecutivo che avrà conseguenze – spiega – poiché non porgeremo certo l’altra guancia». Il sindacalista difende l’intesa per i «pubblici» su cui il governo in zona Cesarini si è tirato indietro, e oltre a respingere al mittente le accuse di irresponsabilità di Berlusconi, avverte: «Il governo stia attento, siamo ben oltre il livello di guardia».

          Segretario, perché ce l’ha con Confindustria?

          «È almeno un mese che ha costruito una campagna contro il rinnovo dei contratti pubblici. Non mi stupisce che nella discussione in giunta di Confindustria i toni fossero esacerbati: se si raccontano per mesi falsità, se si fanno comparazioni del tutto sballate, è evidente che il risultato è questo».

          Quali sarebbero le falsità? Non è forse vero che i contratti del settore privato prevedono aumenti salariali ben inferiori a quelli richiesti per i pubblici?

            «Non è vero, è un confronto del tutto scorretto. L’aumento salariale previsto per il pubblico impiego comprende insieme sia gli incrementi per il contratto nazionale che quelli per la contrattazione integrativa. Per i privati, oltre all’effetto del contratto nazionale va aggiunta poi la contrattazione integrativa di secondo livello. Inoltre, quando si parla di pubblico impiego, bisogna considerare che si parla di categorie e funzioni molto diverse. Fare di tutt’erba un fascio è un torto all’intelligenza del vertice di Confindustria, e produce soltanto una preoccupante polemica irresponsabile. Tra l’altro nel corso di un recente incontro con Montezemolo, Bombassei e Beretta abbiamo anche potuto ribadire che queste comparazioni erano sbagliate. Ma a quanto pare non è servito. Alla fine, Confindustria ha usato ed è stata usata dal governo. Ha svolto un ruolo strettamente politico».

            Gli industriali, a parte il timore di una rincorsa salariale scatenata dai «pubblici», affermano che se ci sono risorse nel bilancio dello Stato, le priorità sono altre: la riduzione del costo del lavoro, o la riforma dell’Irap.

              «Chiedono risorse solo per l’impresa? Vorrei capire se di fronte ai problemi della competitività, della ricerca, dell’innovazione, della formazione, Confindustria si vuol limitare a fare la questua per una “mancia”. È questo il modo di uscire dalla situazione terribile in cui si trova il Paese, aprire un conflitto redistributivo del tutto non governato contro il lavoro? Mi si spieghi che interesse ha Confindustria nel volere di fatto il blocco della stagione contrattuale».

              Questo sarebbe l’obiettivo?

                «Me lo chiedo. Già avevo visto qualche rischio. Mi aveva colpito che Confindustria avesse detto sì a un decreto sulla competitività che è del tutto inutile. E adesso questo tenere bordone a una parte del governo… Non mi pare una grande operazione strategica che parla ai problemi veri dell’industria italiana».

                Eppure, Epifani, lei era stato uno dei più solleciti a salutare la «nuova stagione» della Confindustria di Luca Montezemolo. Che cosa è cambiato?

                  «Che è arrivata una crisi gravissima, soprattutto della Fiat, del tessile-abbigliamento, della meccanica; la competizione sempre più dura; e le politiche del governo, che invece di favorire gli investimenti produttivi hanno reso il conflitto redistributivo più forte e diretto. Bisognava evitare ad ogni costo questa trappola, costruita dal governo per scaricarsi di dosso la responsabilità di politiche sbagliate. In questo vedo una grande miopia di Confindustria».

                  Ieri l’Istat ha diffuso i dati sulla produzione industriale e sul Pil. Come commenta la tesi di Berlusconi sulle «vacanze di Pasqua»?

                  «Ma si può rispondere a una battuta così? Si commenta da sola. Veniamo da quattro anni di crescita vicina allo zero. E temo che il peggio non sia ancora arrivato. Possibile che non si sia notato che a quattro mesi dalla tanto strombazzata riduzione delle tasse l’effetto sull’economia sia stato assolutamente deprimente e recessivo, come avevamo per tempo segnalato? Il Pil cala, la produzione diminuisce, la precarietà dilaga, i contratti sono fermi, molte imprese delocalizzano, i conti pubblici sono nel mirino di Bruxelles, si parla di manovra aggiuntiva. Questo è il bilancio dopo quattro anni. E poi ci si chiede perché il Paese vota da un’altra parte».

                  Permetta, segretario: ma se la situazione dei conti pubblici è così critica, dove e perché trovare risorse in più per i contratti pubblici?

                  «L’errore del governo – che con la sua riduzione delle tasse ha regalato soldi ai ceti alti – non può certo ricadere sui lavoratori. Perché non può essere reintrodotta l’imposta di successione sulle grandi ricchezze? Perché devono pagare sempre i soliti? E poi, abbiamo chiesto aumenti che tengono conto delle difficoltà del Paese, non abbiamo certo chiesto la luna. Abbiamo convenuto con metà governo aumenti che sono inferiori a quelli concessi due anni fa dallo stesso Esecutivo, e assolutamente sostenibili. Stiamo parlando di un aumento salariale del 5%. La mediazione è questa. Altro che irresponsabili: è irresponsabile chi la ferma».

                  Ma chi e come ha fermato l’accordo sui «pubblici»?

                    «Bisogna chiederlo a Letta, a Siniscalco, a Baccini, ad Alemanno. Su quella cifra c’era un sostanziale accordo tra tutti, e il governo si era voluto riservare una verifica in sede di maggioranza, cosa comprensibile. Non siamo così sprovveduti da fare una mediazione senza che chi tratta dall’altra parte non abbia manifestato la sua disponibilità all’intesa. Avevamo chiesto di chiudere prima delle Regionali. Poi, la crisi di governo, e le dichiarazioni del premier in Parlamento che si era detto intenzionato a chiudere. Poi abbiamo trattato e raggiunto un punto di mediazione. Il negoziato è finito. Se il governo dovesse ora dirci di no, sarebbe un interlocutore totalmente inaffidabile, che si rimangia la parola data. Ha problemi al suo interno? È normale, li abbiamo anche noi con i lavoratori in questi casi. Ognuno si amministra il proprio dissenso, quando si tratta».

                    E ora?

                    «Non so, attendiamo una decisione del governo. Io dico solo che se non si chiude questa partita, non se la caveranno tanto facilmente. Il livello di guardia è superato».

                    Ma davvero temete il blocco della stagione contrattuale?

                      «Non lo vogliono certo tutti: c’è una parte del governo che spinge per l’accordo, una parte del mondo dell’impresa che non condivide una linea oltranzista. Ma uno stop sui contratti pubblici non può non provocare conseguenze sui contratti privati. Se così fosse, non porgeremo certo l’altra guancia».