“Intervista” Epifani: «La colpa del caos? I trasporti allo sfascio»

23/12/2003



lunedì 22 dicembre 2003

Epifani: «La colpa del caos?
I trasporti allo sfascio»

Il segretario Cgil: «I problemi non si risolvono con logiche da stato autoritario». «Manca una politica del settore e il ministro non c’è e non si sa cosa pensi»
      ROMA – Il governo chiede l’intervento della magistratura contro gli autoferrotranvieri in rivolta? Il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani replica secco: «Le contraddizioni e i problemi non si risolvono invocando l’ordine pubblico. E’ una logica da stato autoritario. Piuttosto rispondano con una vera politica del settore e spieghino la totale assenza del ministro dei Trasporti. Che si parli di contratto degli autoferrotranvieri oppure si parli di Alitalia, Lunardi non c’è e non si sa che cosa pensi». Le tensioni ancora esistenti per il rinnovo contrattuale sono, per Epifani, prima di tutto figlie «della situazione di abbandono e di sfascio di quasi tutte le Atm locali».
      Di fronte all’indignazione dei cittadini contro gli scioperi selvaggi lei cambia discorso?
      «No. Spiego a quei cittadini le ragioni di ciò che è avvenuto e che cosa potrà ancora capitare. Le Atm di Milano e di Brescia sono tra le pochissime in attivo, un’eccezione pure in Lombardia. Le altre, e sono un paio di migliaia, non hanno risorse e non sanno dove prenderle».

      Infatti per pagare il rinnovo del contratto è stata aumentata l’accisa sulla benzina…

      «Proprio per questo motivo chiediamo che sia riformato il trasporto locale, resi certi i canali di finanziamento e create controparti credibili e responsabili. Altrimenti accadrà di nuovo che con la mano sinistra lo Stato darà un po’ di soldi ai lavoratori del settore e con la destra ne toglierà altrettanti dalle tasche dei cittadini che usano la loro auto. Un paradosso. Il problema quindi non è tanto il contratto quanto l’assetto del settore. Altrimenti ogni volta che ci sarà il rinnovo si ricadrà nello stesso dramma».

      Lei queste cose le dice soltanto adesso perché rischia l’impopolarità?

      «No. Personalmente al governo le ho dette ogni volta che ci siamo incontrati. Hanno fatto finta di non capire e se abbiamo commesso un errore, come sindacato, è stato quello di non spiegare per tempo all’opinione pubblica cosa sarebbe accaduto».

      Anche una parte dei vostri iscritti sembra non aver capito. Contesta la firma dell’accordo.

      «In questa situazione di sfascio era utile mettere un punto fermo, firmare il contratto. Almeno abbiamo una base da cui ripartire. Il governo deve garantire un futuro a questo settore, garantire la mobilità ai cittadini ma anche permettere ai lavoratori la sacrosanta difesa dei loro diritti. Invece, finora, ha lasciato andare le cose. Le aziende che operano in città di 40 mila abitanti non ce la faranno mai a pareggiare i conti, ma non si può girare la testa dall’altra parte».

      Come si risolve lo sfascio delle aziende del trasporto locale? Aumentando le tariffe di bus e tram?

      «Le tariffe coprono mediamente solo un terzo delle entrate ma se aumentano diminuisce il numero di chi prende l’autobus e quindi calano anche i ricavi delle Atm. In più, tagliando i trasferimenti a Comuni e Regioni il governo ha aggravato la situazione. Gli enti locali non hanno i soldi per il contratto e nemmeno per gli investimenti, da qui il ricorso all’imposta sulla benzina. Ma ad oggi nessuno sa di quanto salirà e quali costi servirà a coprire».

      Il contratto firmato è un punto fermo ma i lavoratori potrebbero bocciarlo.

      «L’indignazione dei lavoratori è anche la mia, ora però bisogna usarla per cambiare le regole del gioco. È importante la difesa del salario, ma senza riforme non c’è sicurezza per nessuno. Detto questo, saranno loro a decidere e già da oggi si avvierà il confronto dentro la categoria».

      Andiamo verso un secondo caso Fiom? Un’altra categoria del sindacato che andrà a formare la confederazione degli scontenti?

      «Non ci sono analogie con il contratto dei meccanici. Lì c’era un accordo separato, stavolta tutte e tre le sigle confederali hanno firmato. Ma non per questo sono più tranquillo. I meccanici hanno delle controparti vere, nel trasporto locale tutto è più sfuggente. Ci sono aziende che se scioperi guadagnano perché perdendo soldi strutturalmente sono irresponsabili. E nella difficoltà generale intensificano lo sfruttamento del lavoro e riducono i diritti».

      Lei pensa che con l’anno nuovo la base di Cgil-Cisl-Uil chiederà ovunque più salario e vi scavalcherà?

      «Il nostro rapporto con i lavoratori non è in crisi. Guardi la scuola, dove si è votato da poco per le Rsu. Le confederazioni sono arrivate al 70%, la Cgil da sola ha registrato un »7%, sindacati autonomi e Cobas hanno perso. Nei chimici abbiamo rinnovato il contratto senza scioperi e prima della scadenza. Dove ci sono controparti credibili il sindacato trova conferme».

      Ma i salari non sono il dente che duole dei lavoratori?

      «Sono stato tra i primi ad aver sollevato l’allarme salari, ma so che i redditi si difendono con vari strumenti. Contenendo i prezzi, restituendo il
      fiscal drag e poi con una politica contrattuale che garantisca il valore delle paghe e incorpori la produttività che si è generata. Se il governo però fa mancare i primi due strumenti, tutto si scarica sul conflitto tra lavoro e impresa. Lo dico a quegli industriali che eventualmente fossero ancora entusiasti di questo governo».
      Anche l’Alitalia è una vertenza esplosiva?

      «Sì. Con l’aggravante che abbiamo già dato. I sacrifici li abbiamo fatti, i lavoratori sono diventati azionisti pagando con il loro Tfr, le paghe sono state ridotte, si è consentita la creazione di una società satellite con costi più bassi. Non si può fare di più senza sapere quali sono le politiche di sviluppo della compagnia».

      Vuol dire che inizieremo il 2004 con i piloti a braccia incrociate?

      «Il governo è diviso al suo interno tra Lega e alleati. E un mese di congelamento dei tagli non basta, ci vuole più tempo per istruire il confronto sul futuro dell’Alitalia. Chiediamo che vengano interpellati anche esperti del trasporto aereo internazionale».

      Teme che il sistema industriale nasconda degli altri casi Parmalat?

      «Spero proprio di no, anche se preoccupa che dopo dieci anni di profitti e di politiche fiscali per la patrimonializzazione le nostre aziende, secondo i dati di Mediobanca, siano fortemente indebitate e sottocapitalizzate. Visto che la fase congiunturale è bassa e che le politiche fiscali del governo di oggi vanno in direzione opposta, francamente non so cosa possa accadere».





Dario Di Vico