“Intervista” Epifani: «In piazza per frenare il declino dell´economia»

18/10/2002




          (Del 18/10/2002 Sezione: Economia Pag. 5)

          intervista
          Roberto Giovannini

          IL SEGRETARIO DEL SINDACATO DI CORSO ITALIA: DISSENSO A TUTTO CAMPO, PER L´ARTICOLO 18 E LA FINANZA PUBBLICA FUORI CONTROLLO
          «In piazza per frenare il declino dell´economia»
          Epifani: le nostre ragioni non sono cambiate, adesso sono più alte e generali Il governo taglia risorse e strumenti di crescita, scoraggiando gli investimenti

          ROMA
          GUGLIELMO
          Epifani si prepara per la prima prova della sua leadership in Cgil. Oggi c´è lo sciopero generale proclamato all´indomani della firma del «Patto per l´Italia», sciopero che in queste settimane molti (anche nel centrosinistra e nei Ds) hanno giudicato inutile o inopportuno. Il nuovo leader della Cgil al contrario appare «caricato». Respinge al mittente le critiche piovute da Ulivo e Quercia, si dice convinto del successo della protesta, e spiega che semmai oggi – dopo la Finanziaria 2003 e di fronte a una situazione economica difficile – le ragioni per incrociare le braccia sono più forti.

          La Cgil fa un´analisi nerissima della «fase» economica che sta attraversando il paese. Come mai tanto pessimismo?

          «È solo realismo. A differenza del governo, noi guardiamo a quello che sta succedendo sul terreno dell’economia e del lavoro. Sono quattro anni che – inascoltati – diciamo che l’Italia corre il rischio di un forte declino industriale e produttivo, causato da uno scarso livello di qualità e innovazione. C´eravamo accorti per tempo che le nostre quote di export calavano vistosamente. È dall’11 settembre che chiediamo un forte sostegno alla domanda e agli investimenti per fronteggiare una congiuntura che volgeva al peggio, come ha fatto Bush in America. Il governo Berlusconi ha fatto esattamente l´opposto. Oggi, realisticamente, vediamo che il 2002 e i primi sei mesi del 2003 registreranno una crescita economica vicina allo zero».

          Ma lo sciopero generale non era contro il «Patto per l’Italia» e le modifiche all’articolo 18?

          «Le ragioni dello sciopero non sono cambiate: sono più "alte" e generali, perché oggi tocchiamo con mano i risultati di quelle scelte».

          Eppure la manovra contiene misure di "sinistra": stangata sulle imprese, sgravi per i redditi bassi…

          «La Finanziaria va vista nel contesto di tutte le altre scelte di politica economica del governo. Non aiuta lo sviluppo perché non prevede alcuna misura per arrestare il deterioramento del quadro economico. Cancella risorse e gli strumenti legislativi mirati al Mezzogiorno, che stavano funzionando. Taglia in settori decisivi per colmare il deficit di innovazione, come la scuola, l´università e la ricerca. Sì, c’è una parziale riduzione del prelievo fiscale sui redditi più bassi. Ma andava fatto prima, dall´inizio del 2002. Per reperire 5 miliardi di euro bastava far pagare ai titolari dei miliardi illegalmente portati all´estero e legalmente riportati in Italia con lo scudo fiscale il 12,5 per cento, e non il 2,5. Invece, si è aumentato il prelievo sulle imprese per 3,5 miliardi di euro. Il governo ha aiutato la rendita finanziaria, scoraggiando gli investimenti produttivi».

          Lei afferma che lo sciopero serve per far cambiare politica al governo. Ma la Cgil appare ancora decisamente isolata.

          «Isolati? Non ci credo. Sarà un grande sciopero, e le manifestazioni saranno affollate. Isolamento politico? Non so, aderiscono tutti i presidenti di Regione, di provincia e sindaci del centrosinistra… c´è una lunga lista di intellettuali che aderisce, c´è l´appoggio esplicito di tutte le forze della sinistra… Noi diciamo al governo di cambiare rotta. E lo diciamo adesso, perché sia chiaro chi ha la responsabilità di scelte che portano il paese al disastro. Questo sciopero vuole dire che gli errori commessi oggi da chi governa non devono ricadere sui lavoratori e sui pensionati. Che non potranno essere chiamati a pagare "il conto"».

          Il paese è sull’orlo del disastro?

          «Penso che la finanza pubblica sia fuori controllo. Che il rallentamento dell´economia sarà forte. E già oggi sono a rischio da 250.000 a 300.000 posti di lavoro».

          Insisto: la sensazione è che l’onda alta della mobilitazione sia passata: anche sull’articolo 18, il governo ha rinviato a gennaio il varo del provvedimento di modifica…

          «È la dimostrazione che la nostra battaglia serve, e già produce risultati. Quella norma sul 18 che riduce i diritti sembrava un provvedimento urgentissimo, ed è evidente che il governo ha rinviato per tentare di "svuotare" il nostro sciopero. Ma è anche una prova che la nostra pressione è efficace. Stesso discorso per la riduzione dell’Irpef, o per i contratti pubblici: dover fare i conti con una Cgil in campo cambia tutto».

          Si parlava di crisi industriale, e lei parteciperà alla manifestazione di Torino. Che valutazione sulla vicenda Fiat?

          «Noi vogliamo un "tavolo" trasparente dove si discutano le opzioni per uscire da questa situazione. La Cgil ha due obiettivi: fare di tutto per assicurare all’industria dell’auto in Italia un futuro degno, difendere occupazione e stabilimenti. Per noi il piano che ha presentato l´azienda è sbagliato: su quella strada c´è la riduzione del nostro paese a luogo di mero assemblaggio, la fine della ricerca e dell´innovazione. Se la crisi è passeggera, perché l’azienda per prima crede nel rilancio della Fiat, allora i lavoratori vanno tenuti dentro, con i contratti di solidarietà o altre soluzioni. Se l’azienda sceglie di licenziare i lavoratori e chiudere le fabbriche, vuol dire che non crede al suo futuro».

          Lei sta conducendo una campagna di riavvicinamento nei confronti della Cisl e della Uil, e lancia segnali anche a Confindustria. Si tratta di tatticismi oppure di un cambiamento di rotta rispetto al suo predecessore?

          «Nulla di tutto ciò. Per qualsiasi sindacato l’unità è un valore fondamentale. Il problema è che oggi le tre organizzazioni hanno opinioni molto diverse, distantissime su molti temi, che hanno portato alla firma separata del "Patto per l’Italia" e di altri accordi. Certo, siamo profondamente divisi. Ma la Cgil sa bene che – ove possibile – è necessario lavorare insieme con Cisl e Uil. Vogliamo vedere se – a partire dai punti più drammatici della crisi, come il Mezzogiorno e la Fiat – è possibile pensare ad iniziative comuni. Da parte di Pezzotta e Angeletti a volte vedo risposte un po’imbarazzate, ma credo che sia una strada percorribile. Se non si riesce, andremo avanti da soli: ma uno sforzo dobbiamo farlo. Laicamente, a partire dal merito delle questioni, dove c’è condivisione si deve cercare di andare avanti unitariamente. Dove accordo non c’è, ognuno fa il suo percorso».

          E Confindustria?

          «La presidenza di Confindustria si è assunta la responsabilità di concorrere a determinare le scelte sbagliate del governo. E in cambio del sostegno offerto sull’articolo 18, le imprese non hanno avuto nulla. Noi siamo coerenti, e diciamo che l’intervento sul fisco d’impresa è sbagliato e pericoloso. Altri si interroghino sui propri errori. E riflettano: per Confindustria la perdita di autonomia nei confronti del governo si è tradotta in una riduzione della capacità negoziale».

          Si è detto: uno sciopero inopportuno, intempestivo, che divide. Tutte citazioni di dirigenti dell’Ulivo o dei democratici di sinistra. Che ne pensa?

          «Provo dispiacere e amarezza: che molti puntino sul fallimento dello sciopero della Cgil, lo capisco; che lo facciano anche esponenti delle parti politiche che condividono il merito delle ragioni dello sciopero lo trovo incomprensibile e autolesionistico. Tutto il centrosinistra critica l’attacco ai diritti e la politica economica del governo: allora, perché queste obiezioni alla nostra azione sindacale? Io non mi permetterei mai di dire alla Margherita o a Francesco Rutelli che fa una battaglia di opposizione inadeguata. A volte ho l´impressione che la politica ci abbia un po´ "usato"… che la questione dello sciopero sia diventata un tema dei rapporti politici interni alle forze dell´Ulivo. Io chiedo rispetto per noi, come noi rispettiamo gli altri. Nell’autonomia».