“Intervista” Epifani: «Il lavoro non è un intralcio»

18/10/2002


          18 ottobre 2002

          «Il lavoro non è un intralcio»

          «Mi spiace e mi sorprende che a sinistra ci sia chi non vede l’ora di liberarsi di questo sciopero. Non è un intralcio, ma un’opportunità». Intervista a Guglielmo Epifani. Il segretario generale della Cgil manda un messaggio al governo in difficoltà sull’economia, sulla Fiat e sui conti pubblici: «Nessuno pensi in primavera, quando i nodi verranno al pettine, di chiamare la Cgil in soccorso, come garante del sacrificio dei lavoratori. Trattare si può sempre, ma alle condizioni della Cgil e dei lavoratori occupati e disoccupati che rappresenta»

          VALENTINO PARLATO
          Lo conoscevo da tempo, ma questo è il mio primo incontro con Guglielmo Epifani segretario generale della Cgil. La conversazione è cordiale, ci si intende e c’è anche una sorta di impegno a continuare. Non parliamo di Sergio Cofferati, ma c’è una linea della Cgil, con radici antiche e che continua. Nella stanza c’è un ritratto di Di Vittorio, quello di Carlo Levi, ed Epifani mi ricorda che la Cgil di Di Vittorio era il sindacato degli occupati e dei disoccupati, cioè il rifiuto dell’associazione corporativa. Poi, sorridendo, aggiunge che quando andrà in pensione quel ritratto se lo porterà a casa, fa parte della sua personalità, anche se il legale proprietario è la Cgil.

          Domani (oggi per il giornale) c’è lo sciopero generale. Dovremmo concentrare la nostra attenzione su due temi: i fondamenti di questo sciopero (è tantissimo tempo che non c’è uno sciopero generale proclamato dalla sola Cgil) e il dopo sciopero. Molti, anche a sinistra, pensano che questo sciopero sia un ingombro e che toglierselo di mezzo sarebbe una liberazione.

          Provo a rispondere sul primo punto. Abbiamo detto e confermiamo che questo è uno sciopero per l’Italia, cioè uno sciopero politico nel senso più alto del termine. Questo anno e mezzo che sta alle nostre spalle conferma che il paese è entrato in una spirale di declino e divisione. Declino economico e sociale e tra nord e sud, tra poteri locali e potere centrale. Si tratta di un mix assai pericoloso per la democrazia italiana. Il sostanziale populismo di questo governo produce individualismo, massificazione e rassegnazione: la negazione della politica e della democrazia. Lo sciopero di domani è per il futuro degli italiani, è diretto a coniugare diritti, interessi e sviluppo non solo economico, ma anche sociale e culturale e, lo sottolineo, la componente culturale è importantissima.

          Scusa, in che senso?

          Alle origini del nostro attuale declino c’è il declino della scuola. Non dico della ricerca che sta agli stracci, ma della scuola, del luogo di formazione dei lavoratori e dei cittadini. Per questo è importante che lo sciopero abbia successo nei luoghi di lavoro e nelle scuole. E penso che nelle piazze i giovani prevarranno sui capelli grigi e questo dovrebbe insegnare qualcosa a quelli che ci accusano di essere conservatori, solo perché disturberemmo i loro astuti giochetti.

          Ma c’è anche in ballo la cultura del lavoro.

          Certamente. La malintesa e miope modernizzazione, che fa adepti anche a sinistra, celebra la fine del lavoro. Non solo non ci sarebbero più le classi, ma il lavoro sarebbe ridotto a entità trascurabile. Tutto questo secondo noi è assurdo e antistorico e su questo terreno c’è un’intesa, fino a ieri inimmaginabile, con il mondo cattolico, che continua a considerare il lavoro fondativo della personalità umana. Lo sai quante parrocchie si sono schierate a sostegno dello sciopero?

          Ma tutto questo non porta, e forse sarebbe pericoloso, a una supplenza politica della Cgil.

          No, la Cgil è un sindacato e resta sindacato, non ha e non deve avere ambizioni di egemonia, ma è suo dovere costitutivo essere un punto di riferimento e questo sarà confermato dallo sciopero. Chi si illude, e magari spera, che si possa ripetere il vecchio detto, «passata la festa, gabbato lo santo» si sbaglia di grosso. Vedi, a me dispiace e preoccupa pure, che ci siano dei compagni che valutino questo sciopero come un intralcio e non come un’opportunità. Un’opportunità anche per l’unità sindacale che non si fa su accordi mediocri, direi contabili, ma sulla condivisione dei valori della cultura del lavoro, dell’importanza del lavoro anche nel nostro nuovo secolo. E questa condivisione di valori è la base di pluralismo e unità.

          Bene, ma dopo lo sciopero generale?

          Vedremo, non credo in una ripetizione a catena di scioperi, ma certamente la Cgil si impegnerà, è già impegnata, in qualcosa che sia la replica, trasformata e adeguata al presente, del non dimenticato Piano del Lavoro di Giuseppe Di Vittorio. Le questioni centrali, posso elencarti i titoli, sono: Sud, politica industriale (la Thatcher demolì, ma con un progetto di ricostruzione alternativa, tant’è che l’Inghilterra è ancora in piedi, invece in Italia si demolisce e si balbetta), scuola, informazione, sanità. Si tratta di ridefinire le condizioni di un nuovo contratto sociale. Abbiamo conquistato il welfare, ma ora non possiamo rimanere in tiepida difesa del vecchio stato sociale e farci anche accusare di conservatorismo. L’obiettivo è un nuovo contratto sociale che rilanci diritti e sviluppo. E mi pare che questo orientamento cominci a percorrere anche l’Europa, dove i sindacati sono in ripresa.

          Ma oltre il mondo del lavoro e, forse, la scuola, chi c’è con voi?

          Se mi consenti un po’ di retorica ti dirò che c’è buona parte dell’Italia. Lavoratori, insegnanti, studenti, alcune parrocchie e anche tutti i poteri locali di centrosinistra; sindaci, presidenti di regione e di provincia hanno aderito allo sciopero generale. E hanno aderito non solo per condivisione dei valori, ma anche perché il cosiddetto decentramento sta portando a un arbitrio centralistico. Molte di quelle che erano regole automatiche (per questa iniziativa c’è questo contributo) dipendono ora da una decisione del centro e ancora, va aggiunto, che i tagli di spesa agli enti locali non sono stati cosa da poco. Penso che uno sciopero al quale aderiscono tanti eletti del popolo con responsabilità di governo locale sia abbastanza una novità e una novità positiva.

          Previsioni per il prossimo avvenire?

          Le cose dell’economia non vanno bene e non parlo solo della Fiat. Ma soprattutto non vanno bene i conti dello stato: il documento della Corte dei Conti è pesantissimo. Il concordato fiscale non darà quel che Tremonti annuncia e ci sarà una caduta delle entrate fiscali ordinarie. Con tutta probabilità tra marzo e aprile il governo (sempre più rissoso al suo interno) verrà, anche dalla Cgil, per dire che siamo al rischio di fallimento e che i lavoratori debbono pagare il loro obolo per la salvezza del paese. Ci riproporranno anche la concertazione. Ebbene sia chiaro fin da oggi che la Cgil non sarà il garante del sacrificio dei lavoratori, dei tagli alla sanità e a tutto il resto. Questo, governanti e parlamentari se lo debbono togliere dalla testa: non ci sarà governo istituzionale, di salute pubblica o di unità nazionale che ci convincerà. Trattare si può sempre, il sindacato e la Cgil in particolare non sono «massimalisti»: trattare si può, ma alle condizioni della Cgil e dei lavoratori occupati e disoccupati che rappresenta.

          E domani, cioè oggi per i nostri lettori?

          Sarà una grande giornata, una giornata da osservare e studiare con passione e freddezza. Ci saranno centoventi manifestazioni e cortei in tutti i capoluoghi di provincia e in ogni posto ci sarà una diversità, un segno da individuare per cogliere il filo rosso che percorre tutto il paese. Di un paese che le stesse difficoltà inducono al risveglio, alla riacquisizione della propria soggettività. E la nostra Cgil vuole essere una buona levatrice, come lo è stata in anni più bui, pensiamo al 1955, quando una precedente modernizzazione riteneva (e appariva vincente) di poter ridurre il lavoro a poco più di zero.