“Intervista” Epifani: «Il governo vuole trattare? Vedremo cosa ha da dire»

27/05/2002







(Del 26/5/2002 Sezione: Economia Pag. 17)
IL NUMERO DUE DELLA CGIL
«Il governo vuole trattare? Vedremo cosa ha da dire»
Epifani: continueremo a chiedere che venga stralciato l´articolo 18 «E´ questa la sola condizione perché si possa avviare un confronto»

ASPETTIAMO la convocazione, poi vedremo. Ma da adesso noi faremo soltanto accordi dove c´è da prendere. Accordi dove c´è da dare non ne firmiamo più. Spero che il concetto sia chiaro». Un concetto chiaro e «duro», quello espresso da Guglielmo Epifani, che tra breve diventerà segretario generale della Cgil.

Berlusconi convoca un tavolo dopo le amministrative. Una novità importante?

«Vero è che è strano stabilire un rapporto tra un turno elettorale amministrativo e il confronto col sindacato. Vediamo: un conto sono le interviste, un conto gli atti formali. Questo governo ha una grande capacità mediatica, ma io penso che nelle relazioni tra le parti bisogna attenersi ad atti formali. Siamo passati dal rifiuto della concertazione a una ideologizzazione del dialogo sociale, che poi si traduce nella totale informalità delle relazioni. Questo non va bene. Torniamo a cose certe. E comunque, tra le dichiarazioni di Berlusconi di venerdì e quelle di tre mesi fa del vicepremier Fini non c´è nessuna differenza. L´uno e l´altro avevano detto che la questione dei licenziamenti andava affrontata alla fine, dopo aver discusso di altri temi».

Quali potrebbero essere le materie da discutere in un negoziato complessivo?

«Se si vuole affrontare il tema dei diritti e del mercato del lavoro bisogna rimuovere l´attacco all´articolo 18, di cui non vogliamo la modifica né adesso né dopo. Poi ci sono problemi che invece vogliamo affrontare col governo, non tanto per fare un accordo, quanto per capire le sue intenzioni reali: sul fisco, sulle infrastrutture, sulle pensioni, sulla sanità, quali sono le intenzioni concrete del governo? Quali sono le risorse? Prima di pensare ad accordi, sarebbe il caso di conoscere cosa pensa il governo, e consentirci di esprimere una valutazione».

Fatto sta che dopo la promessa di un incontro a Palazzo Chigi, diventa un po´ difficile per il sindacato continuare a parlare di mobilitazione…

«Ma no. Il manuale del sindacalista dice che si può benissimo scioperare e trattare. Il problema è avere le idee chiare, e noi riteniamo di averle chiare. Chiederemo lo stralcio della riforma dell´articolo 18: senza lo stralcio, ci alzeremo e non continueremo alcuna trattativa. E poi invece siamo interessati a un confronto sugli altri temi che ricordavo, a cominciare dal fisco e le pensioni».

Una discreta pregiudiziale.

«Abbiamo fatto degli scioperi contro l´attacco ai diritti, e naturalmente continuiamo sulla stessa strada. Altrimenti non si capirebbe il perché di tante mobilitazioni del sindacato e dei lavoratori. Non per supponenza, ma perché noi vogliamo che quella norma non sia toccata».

E se la riforma andasse in un provvedimento separato? Non sarebbe l´anticamera dello stralcio «globale»?

«Così si sposterebbe un provvedimento che respingiamo da una delega a un ddl. Cambia la forma, ma non la sostanza».

La relazione del presidente di Confindustria Antonio D´Amato è stata bocciata dai sindacati, ma molti osservatori l´hanno giudicata un passo nei vostri confronti.

«L´unità di Cgil-Cisl-Uil nel giudicarla negativamente è eloquente: non ci sono segni di novità. Non si può accettare un punto di vista unilaterale, quello dell´impresa, contro i diritti dei lavoratori».

Che vuol dire questo?

«Vuol dire che non si può fare appello alla Cgil e al sindacato per coinvolgerlo in un´operazione di riduzione della spesa, magari di quella previdenziale, o in un attacco ai diritti dei lavoratori. Bisogna fare il contrario: con il fisco sostenere i redditi medio-bassi in una fase di stagnazione dei consumi, e in previdenza non si deve alterare l´equilibrio faticosamente trovato con la riforma Dini. C´è il tema del Mezzogiorno, che è stato cancellato dall´agenda del governo. E in tema di sanità c´è una situazione inquietante: ogni Regione cerca di introdurre un suo modello, e si rischia di frazionare il diritto fondamentale alla salute dei cittadini a seconda della Regione di residenza».

Minacciate anche una «guerriglia» salariale?

«Il governo e Confindustria dicono che la concertazione è morta, ma anche che la politica dei redditi non si tocca. Ma è la storia della botte piena e della moglie ubriaca: la politica dei redditi è figlia della concertazione. Abbiamo scelto la strada della moderazione salariale perché concordavamo sulla necessità di risanare il paese. Se gli obiettivi non sono condivisi, se non c´è equità distributiva in campo fiscale, è chiaro che dovremo avviare un´azione a favore dei salari e delle pensioni dei lavoratori dipendenti».